Open Data Institute, nel Regno Unito problemi di strategia e governance

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L’Open Data Institute fa il bilancio di un anno di governo nel Regno Unito rispetto alla roadmap indicata nel 2015. Ne derivano riflessioni utili anche per l’Italia, per capire come accelerare (e cosa evitare)

5 Giugno 2016

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Nello iacono, Stati Generali dell'Innovazione

L’osservazione dell’evoluzione dei fenomeni negli altri Paesi può essere utile per valutare con punti di vista diversi la situazione italiana. Questo è ancor più vero se il Paese preso in considerazione è evidentemente un riferimento internazionale e quindi si presta ad essere un esempio di evoluzione, con il quale confrontarsi per capire come accelerare (e cosa evitare). Nell’area degli open data (e dei dati in genere) il Regno Unito è in testa a tutte le classifiche e può vantare il più autorevole organismo di visione e spinta: l’Open Data Institute.

Per questa ragione, il recente post di Ellen Broad , responsabile delle politiche dell’ODI, in cui si valuta la situazione del Regno Unito a un anno del report di raccomandazioni (presentato in occasione delle ultime elezioni politiche) è un’occasione per analizzare i punti valutati critici e i rischi anche in una situazione senz’altro più avanzata di quella italiana.

La roadmap del 2015

Nel 2015 l’ODI aveva proposto una roadmap per il nuovo governo britannico, articolata in tre obiettivi chiave e, per ciascun obiettivo, tre azioni da realizzare rapidamente.

Per il primo obiettivo, continuare a costruire una coerente strategia sugli open data , le azioni erano

  1. incorporare chiaramente i dati aperti all’interno di una strategia più ampia sui dati;
  2. nominare un Chief Data Officer governativo per sovrintendere a questa strategia;
  3. prevedere la pubblicazione dei dati in tutti i servizi digitali governativi.

Per il secondo obiettivo, aprire anche più dati con benefici sociali, ambientali ed economici , le azioni erano

  1. investire con i fondi commerciali di sostegno del Regno Unito per rilasciare come open data i dataset più importanti per il riuso;
  2. utilizzare la National Information Infrastructure come strumento per pianificare i rilasci dei dataset più importanti;
  3. includere il rilascio dei dati aperti nei contratti pubblici.

Per il terzo obiettivo, infine, supportare un maggior riuso dei dati aperti , le azioni erano

  1. impegnarsi alla formazione sui dati per l’amministrazione, le imprese e i cittadini;
  2. incentivare l’amministrazione a consumare-utilizzare dati aperti, non solo a pubblicarli;
  3. connettere i framework della ricerca e dello sviluppo per i dati aperti.

Il bilancio dopo un anno: le criticità che persistono

Il bilancio dell’ODI, a un anno di distanza, porta all’identificazione di raccomandazioni che sono divenute ancora più urgenti, ma anche di elementi che nel 2015 non erano stati considerati e che invece meritano attenzione. Ma quel che fa pensare è la riflessione di sintesi: “ mentre il Data Program del governo del Regno Unito sta accelerando il lavoro sulla condivisione dei dati, l’etica e registri, l’area dei dati aperti rimane confinata in modo frustrante dentro un silos.” Ed è questo il punto chiave: lo spazio e lo sviluppo che hanno permesso una notevole evoluzione degli open data nel Regno Unito, sia in termini di quantità che di qualità, non ha coinciso con una visione strategica sui dati che incorporasse anche i dati aperti.

Una strategia “separata” per gli open data non ha senso e non ha futuro. Può forse essere utile in una prima fase di crescita, ma per ottenere benefici significativi e duraturi, la visione organica sui dati è necessaria.

Non solo. Come era evidenziato nella roadmap un passaggio fondamentale era il riconoscimento dei dati “come infrastruttura” base per il governo delle informazioni e per poter prendere decisioni. Un’infrastruttura che quanto più è aperta e quanto più consente di creare valore.

Su questo, l’ODI rileva che nessun passo avanti è stato fatto e, anzi, nei compiti della commissione governativa che deve occuparsi dell’Infrastruttura Nazionale non si fa cenno dei dati.

Un’altra criticità è legata alla governance: la responsabilità sugli open data è frammentata tra due dipartimenti governativi, uno che vede gli open data in funzione della Strategia Digitale pubblica, e l’altro che invece indaga sull’utilizzo dei dati aperti da parte delle imprese e del terzo settore, in funzione del Piano di Innovazione Nazionale. Una frammentazione spiegabile con i diversi obiettivi dei due dipartimenti, ma che indebolisce l’azione complessiva.

Infine, e in coerenza con questa frammentazione, la persistente assenza del Chief Data Officer (non ancora nominato) rende gli interventi più difficili da mettere in atto.

Il bilancio dopo un anno: le criticità superate

Nella valutazione di Ellen Broad c’è posto anche per il riconoscimento di alcuni interventi positivi da parte del governo, e in particolare:

  • la spinta, anche a livello di primo ministro, dei dati aperti sui contratti e sul procurement pubblici;
  • la spinta governativa e il supporto per l’utilizzo di open data e open API, come è avvenuto nel progetto sulle banche (coordinato da ODI e Barclays), per una condivisione di dati efficiente e sicura;
  • il recepimento del concetto per cui l’amministrazione deve impegnarsi a utilizzare gli open data, proprio per capire l’importanza delle caratteristiche di qualità e di utilità dalla parte di chi riusa e per incrementare il riuso (da qui l’uso del termine “dogfooding”- provare direttamente ciò che si vende).

Il bilancio dopo un anno: elementi da aggiungere

Nella roadmap non erano state esplicitate raccomandazioni rispetto a tre punti che adesso vengono valutati fondamentali e da includere:

  • il coinvolgimento della “data community”, perché nel 2015 erano presenti più gruppi di coinvolgimento, come l’ Open Data User Group (ODUG), il Government Transparency Panel, l’Open Standards Board. Ma la situazione attuale è che l’ODUG non è stato rinnovato e la strategia di coinvolgimento latita, per cui la spinta al riuso rischia di rimanere senza uno degli elementi portanti: l’apporto diretto degli attori interessati.
  • il superamento del deficit di fiducia sui dati tra cittadini e organizzazioni che gestiscono e utilizzano dati personali, e quindi arrivare a consolidare e attuare delle regole che permettano di conciliare apertura dei dati e tutela della privacy ( qui un primo lavoro dell’ODI sul tema);
  • la declinazione del concetto di “data infrastructure” a livello di città e territorio-regione.

Prime considerazioni per la situazione italiana

La situazione italiana è certamente in fermento, con iniziative sempre più frequenti e avanzate sia a livello di singola amministrazione (centrale-locale) sia di gruppi sociali, appassionati ed esperti, con cui le amministrazioni locali hanno in gran parte un dialogo significativo.

E anche se da noi il tema della qualità dei dati appare meno frequentato rispetto al Regno Unito, e la quantità delle esperienze di riuso è certamente più bassa, mi sembra che si possano ricavare per l’Italia due riflessioni dall’analisi dei lavori e delle valutazioni dell’ODI:

  1. lo sviluppo dell’open data in modo separato da una strategia generale sui dati, non ha futuro, è costretto su un imbuto. Non serve aspettare uno sviluppo maggiore per comprendere che questo è sempre di più il tema principale. In Italia mi sembra che la difficoltà ancora maggiore sia data dall’assenza (attuale) di una strategia sui dati, che invece nel Regno Unito inizia ad esserci. Certamente ci si attende che questo sia tema cruciale del piano triennale per l’IT che sta elaborando AgID;
  2. la governance deve essere chiara e, per quanto possibile, organica e coordinata da una leadership forte. La crescita e la valorizzazione degli open data è possibile solo se si innesca un circolo virtuoso tra amministrazioni, imprese e cittadini. Un circolo che può innescarsi solo se visto nella sua totalità, impossibile se visto e gestito in modo frammentato, e quindi mettendo insieme, per fare qualche esempio, le esigenze di trasparenza, accountability e business;
  3. il riuso si incrementa solo se si creano tutte le condizioni necessarie, dallo sviluppo delle competenze di tutti gli attori al coinvolgimento degli utenti, dall’orientamento alla qualità delle amministrazioni alla creazione di luoghi di interscambio e comunicazione tra tutti gli attori, e dove l’attenzione (e l’incentivazione) per chi pubblica i dati è sulla quantità e la qualità del riuso, smettendo di misurarsi sul numero di dataset esposti.

E credo diventi sempre più urgente muoversi su questi tre fronti.