Come smontare, pezzo per pezzo, la “gabbia delle regole” che imprigiona le imprese
La “gabbia delle regole” soffoca il tessuto produttivo. Nel marzo del 2025 CNA ha tentato una stima del costo della burocrazia per le imprese italiane arrivando a denunciare un vero e proprio “furto di tempo” di 313 ore annue per adempimenti formali, una tassa occulta da 43 miliardi. Per scardinare questo peso la semplificazione amministrativa non può esaurirsi in una serie di eventi puntuali e scoordinati, ma deve evolvere in un processo costante di innovazione incrementale
22 Aprile 2026
Marco Baldi
Responsabile Area Studi e Ricerche CNA

Foto di Beth Jnr su Unsplash - https://unsplash.com/it/foto/una-gabbia-per-uccelli-appesa-al-lato-di-un-edificio-_YSpLCwyfhQ
Va molto di moda distinguere tra debito buono (quello che serve ad investire e a generare futuro) e debito cattivo (quello che finanzia la spesa corrente e consuma risorse). Un ragionamento analogo vale per la burocrazia. Della “burocrazia buona” si è occupato Max Weber, considerandola l’infrastruttura indispensabile per rendere possibile la civiltà moderna evitando caos, favoritismi, discrezionalità. Della “burocrazia cattiva”, quella che invece di abilitare i processi finisce per ritardarli o bloccarli, si sono occupati in tanti, da narratori come Franz Kafka (un labirinto senza uscita che intrappola i cittadini) ad intellettuali come Hannah Arendt (un “governo di nessuno” che può generare la “banalità del male”) fino a sociologi come Zygmunt Bauman (quando i compiti si frammentano eccessivamente, viene meno la responsabilità soggettiva e aumenta la “distanza morale”).
Quale che sia l’accezione che vogliamo dare oggi alla cattiva burocrazia, siamo comunque certi che procura dei danni ai sistemi sociali ed economici. Proprio come uno Stato può entrare in crisi o addirittura fallire per un eccesso di debito cattivo, una società può “soffocare” se la sua infrastruttura burocratica smette di servire i cittadini e inizia a servire in primo luogo sé stessa.
Le organizzazioni di rappresentanza d’impresa, che da decenni riflettono su questi concetti, non sono certo allergiche alla burocrazia buona, di cui, al contrario auspicano dosi addizionali. Sanno che le imprese hanno molto da guadagnare quando aumentano la certezza del diritto, la tutela della proprietà e della concorrenza, gli standard di sicurezza, la regolamentazione ambientale, ecc. Una penuria di tutto ciò, infatti, costringerebbe le imprese ad operare senza certezze, in una situazione caotica ben più onerosa della burocrazia stessa.
Denunciano però la burocrazia cattiva, quella che stratifica norme ridondanti e genera processi infiniti tendenti all’autoreferenzialità. Particolarmente attive in questo tipo di esercizio sono certamente quelle organizzazioni che, come CNA, rappresentano gli interessi dei piccoli soggetti imprenditoriali, quelli che non possono permettersi interi dipartimenti dedicati alla “compliance“, quelli che quando dedicano del personale agli adempimenti amministrativi, sanno che viene sicuramente sottratto al processo produttivo in senso stretto. Quelli che, nella lettura ancora più critica e addirittura sprezzante dell’antropologo David Graeber, sono costretti loro malgrado a diventare dei “box-tickers” pro tempore (spuntatori di caselle sulla modulistica amministrativa) sprecando così una quota del loro talento imprenditoriale.
Nel marzo del 2025 CNA ha tentato una stima del costo della burocrazia per le imprese italiane arrivando a denunciare un vero e proprio “furto di tempo” ai danni del tessuto produttivo italiano. Un furto che si sostanzia nelle 313 ore l’anno (circa 39 giornate lavorative) che ogni imprenditore è costretto a dedicare alla compilazione di moduli e dichiarazioni e alla gestione di scadenze e adempimenti derivanti da normative complesse e spesso contraddittorie. Un furto di tempo che si traduce in una sorta di “tassa occulta” di 43 miliardi l’anno che drena risorse vitali per le imprese.
Quel lavoro trova oggi sistematizzazione in una nuova pubblicazione edita da “il Mulino” (“Si fa presto a dire impresa – La gabbia delle regole”), che si avvale della prefazione di Sabino Cassese, che da sempre sostiene che la semplificazione amministrativa va interpretata come un processo costante e non come una serie di eventi puntuali spesso scoordinati tra loro (le famose “leggi di semplificazione”). La “gabbia delle regole”, dunque, va scardinata con pazienza, con un lavoro puntuale, senza facili proclami inneggianti a “sua maestà la semplificazione”. E questo è esattamente quello che CNA cerca di fare da anni, attraverso il suo “Osservatorio burocrazia”.
Il libro si apre con una sintetica ricostruzione della “crescita per proliferazione” del tessuto di piccola impresa nel nostro Paese, dagli anni del “miracolo economico” fino ai giorni nostri. Una crescita “dappertutto e rasoterra”, come direbbe Giuseppe De Rita, costantemente caratterizzata da una incredibile capacità adattativa nel fronteggiare le tante discontinuità che, volta per volta, si affacciavano all’orizzonte socio-economico del Paese.
Questa vitalità e questa capacità di ripartire sempre dopo ogni shock, non è mai venuta meno, nonostante la perdurante presenza di quelli lo stesso Cassese, nella sua prefazione al volume, definisce i “costi impropri” che gravano sulle imprese, determinati dalla complessità e dalla lentezza dei procedimenti amministrativi a cui le imprese sono esposte.
Nell’analizzare le diverse “sbarre” della “gabbia” che imprigiona la piccola imprenditoria, vengono ripercorse nell’ordine:
- le difficoltà che deve superare chi intende dar corpo ad un progetto imprenditoriale (“Avviare un’impresa, un percorso a ostacoli”). Vengono passati in rassegna tutti gli strumenti, le procedure, le tante sigle magiche (Scia, Suap, ecc.) che dovrebbero agevolare un processo di avvio che risulta tutt’oggi irto di difficoltà, anche nelle operazioni più semplici come l’installazione di un’insegna di esercizio o di un passo carrabile;
- la marcata differenziazione di regole e regolamenti per le imprese, e in special modo per quelle a carattere artigiano, nelle diverse aree del Paese (“Territorio che vai burocrazia che trovi”) con case studies specifici sulle imprese alimentari e sulle procedure a cui sono soggetti gli installatori di impianti termici;
- le penalizzazioni e i freni che le imprese devono subire quando cercano di aderire al paradigma della transizione ecologica (“Sostenibilità ambientale e…delle regole”), con un focus sui cortocircuiti normativi che disincentivano il riuso dei materiali (clamoroso il caso dei rifiuti tessili);
- infine, le difficoltà e i limiti che le piccole imprese incontrano nel partecipare al mercato degli appalti pubblici, dove ad una legislazione di qualità si contrappone una prassi non corrispondente da parte delle stazioni appaltanti (“La mancata attuazione dei buoni principi”).
Il lavoro di CNA si chiude con l’auspicio di un orizzonte culturale nuovo che ponga al centro dell’ordinamento economico l’impresa e non le regole. Questo significa rinunciare definitivamente a vedere nei nuovi provvedimenti e nelle riforme – spesso velleitari e cumulativi – i principali driver per la soluzione dei problemi, sposando invece il paradigma del “miglioramento continuo dei processi esistenti”. Si tratta, a ben guardare, di dar corpo a quel processo di “innovazione incrementale”, che il mondo d’impresa conosce bene. Per farlo è necessario però aumentare la relazionalità tra gli attori coinvolti. Da un lato istituzioni, autonomie funzionali, agenzie di scopo, funzione pubblica, dall’altro le imprese con le loro rappresentanze. Questo perché solo attraverso prove, test, verifiche e riscontri oggettivi sugli adempimenti richiesti è possibile “limare” una ad una le sbarre della gabbia e liberare le energie delle piccole imprese. Sia quelle già operanti, sia quelle che un ambiente amministrativo meno “impegnativo” contribuirebbe a far nascere o ad attrarre.