Contributo “Cambiare, cambiare, cambiare” di G. Vetritto

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Ho condiviso pressoché alla lettera il paper, tanto della diagnosi di contesto, che nei focus proposti, come anche nelle conseguenze che tira rispetto alle necessarie innovazioni da apportare ad un appuntamento per tanti di noi tradizionale ed importante come il forum pa.
Nel mio piccolo vado scrivendo da tempo che stiamo vivendo un passaggio epocale, segnato da trasformazioni delle arene politiche, dei grandi paradigmi organizzativi, dei modi stessi di approcciare i problemi che riguardano il potere pubblico ed il mercato, che ha pochi precedenti nella storia.

11 Novembre 2010

G

Giovanni Vetritto

Articolo FPA

Ho condiviso pressoché alla lettera il paper, tanto della diagnosi di contesto, che nei focus proposti, come anche nelle conseguenze che tira rispetto alle necessarie innovazioni da apportare ad un appuntamento per tanti di noi tradizionale ed importante come il forum pa.
Nel mio piccolo vado scrivendo da tempo che stiamo vivendo un passaggio epocale, segnato da trasformazioni delle arene politiche, dei grandi paradigmi organizzativi, dei modi stessi di approcciare i problemi che riguardano il potere pubblico ed il mercato, che ha pochi precedenti nella storia.

Per fare fronte a questi rivolgimenti occorrerebbe un completo cambio di paradigma del settore pubblico, forse perfino più profondo del profondissimo cambio di paradigma che il settore privato ha compiuto sin dagli anni ’70 del ‘900, col passaggio dal fordismo al postfordismo.
E invece, come tanti hanno notato anche nel forum, la trasformazione “profonda” stenta a manifestarsi. La politica sembra ormai autisticamente concentrata solo sull’effetto annuncio della prossima norma (quasi certamente inutile), le burocrazie sembrano ormai disincantate e pessimiste, la tanto decantata società civile sembra avere abboccato completamente alla retorica della “ritirata del pubblico” ed alla demagogia della “lotta ai fannulloni”. Che sono tanti, ma andrebbero combattuti con un passaggio di maturazione organizzativa che nessuno sembra avere il coraggio, la voglia, la lucidità, la chiarezza di indirizzo per imprimere.
Non ci si nasconda dietro la retorica della crisi: la scarsità di risorse è spesso uno straordinario driver di trasformazioni positive, una occasione più che un problema, se solo si ha una visione strategica; quella che invece manca, originando la vera miseria di questi nostri ultimi anni.
Un cambio di scenario da compiere all’insegna del fare rete, dice Mochi; e non può che essere così. Ma, come osserva qualcuno, una rete è fatta di nodi; e non ci si può accontentare della dinamicità di alcuni (i territori, per esempio, dei quali però troppo spesso raccontiamo solo il meglio), a fronte della paralisi di altri (gli attori statali, per esempio, la cui modernizzazione si è interrotta in mezzo al guado, tanto che ormai rischiano evidentissimamente di affogare).
La mia realtà è lo Stato, anzi, quella Presidenza del Consiglio che dovrebbe esserne il cuore; e questo ritardo (che nella mia realtà avverto come enorme) mi angoscia.
Occorre cambiare completamente paradigma, per fare rete: inventando nuove professioni, rivoluzionando il modello organizzativo divisionale ormai vetusto, ripensando i processi, attaccando con le tecnologie il nocciolo duro dell’organizzazione (e non gli epifenomeni di servizio), sfidando l’ormai antistorica centralità del sapere giuridico autoreferenziale, sviluppando una attitudine mai nata allo sviluppo delle risorse umane, attivando costruttive dinamiche di multilevel governance, trasformando la sussidiarietà da abracadabra privo di senso in attitudine centrale del nuovo modo di fare amministrazione, costruendo, dal poco che c’è e dal tanto che dobbiamo ancora creare, nuove relazioni e modalità di soddisfazione dei bisogni dei cittadini. Tutto questo rappresenta una sfida immane, ma ineludibile.
C’è troppa stasi, c’è tanta sfiducia. E invece no, in tanti siamo qui a costruire pezzetti del nuovo, attendendo che qualcuno li integri in un funzionale nuovo paradigma.
Ma siamo stanchi di aspettare, e vogliamo rilanciare tre priorità fondamentali: cambiare, cambiare, cambiare.