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Le competenze digitali non sono il problema

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Sviluppare le competenze digitali può essere un elemento accessorio per l’utilizzo delle tecnologie o può essere una strategia fondamentale per mantenere un Paese competitivo nell’economia globale. Le competenze digitali sono infatti una delle possibili soluzioni all’analfabetismo funzionale, alla assenza di un sistema per la formazione continua nella PA, alla scarsa diffusione dei servizi digitali, a un equilibrio di basso livello del mercato del lavoro

13 Febbraio 2019

M

Salvatore Marras

Responsabile Area Innovazione Digitale Formez PA

Photo by Tim Gouw on Unsplash - https://unsplash.com/photos/1K9T5YiZ2WU

A quanto pare, noi italiani abbiamo un livello di competenze digitali molto basso, tra i più bassi in Europa. Nel Digital Economy Society Index (DESI) dell’Unione Europea siamo al ventiquattresimo posto su ventotto Stati membri, sia nell’indice generale sia in quello che misura il capitale umano. Se il problema fosse solo questo, con un forte investimento in corsi di formazione online nella scuola, nell’industria, per i disoccupati e nella pubblica amministrazione si potrebbe recuperare. Il vero problema è che siamo, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), uno dei Paesi con il più alto tasso di analfabetismo funzionale, sempre quartultimi, però su trentaquattro paesi. Analfabetismo funzionale significa competenze linguistiche e matematiche basse. Significa che molti usano il cellulare o la lavatrice, ma non sono capaci di leggere il manuale di istruzioni o calcolare il costo dei consumi.

Abbiamo anche altri problemi, sintetizzati molto bene nell’Education and training monitor dell’Unione Europea, che ha questa mania di misurare quanto i Paesi membri si avvicinano agli obiettivi di Europa 2020.

Siamo lontani dalla media europea per tasso di abbandono della scuola, completamento degli studi universitari, partecipazione degli adulti a programmi di apprendimento continuo e, quasi ultimi, nel tasso di neo laureati che trovano lavoro entro tre anni dalla laurea.

Sempre l’OCSE dice che il nostro mercato del lavoro ha un equilibrio di basso livello perché trovare lavoro è più facile per un diplomato che per un laureato. Per questo motivo, pochi giovani affrontano e terminano gli studi universitari. In più abbiamo, soprattutto nel Mezzogiorno, percentuali altissime, fino al 40%, di giovani tra il 14 e 29 anni che non studiano, non lavorano e nemmeno cercano lavoro (NEET).

Ci vorrebbero maggiori sforzi e investimenti per ridurre la dispersione scolastica, far crescere i laureati nelle materie STEM (scienza, tecnologia, economia e matematica), evitare la fuga all’estero dei pochi laureati, aggiornare le competenze di chi lavora.

In questo quadro, un impegno esteso e ragionato nella formazione per sviluppare le competenze digitali potrebbe essere il modo per affrontare, insieme, molti di questi problemi. L’analfabetismo funzionale potrebbe limitare l’efficacia di un intervento per sviluppare le competenze digitali ma non si può semplicemente aspettare che le capacità logico-verbali e logico-numeriche degli italiani arrivino a un livello accettabile. Piuttosto, si deve utilizzare l’apprendimento digitale per recuperare anche queste capacità. A che serve usare un word processor se non si è capaci di scrivere in modo strutturato, a cosa serve un foglio elettronico se non si sanno calcolare proporzioni e percentuali, che uso faccio di uno smartphone evoluto se non sono capace di distinguere le notizie vere dalle notizie false?

Questo salto di qualità, nel definire diversamente l’utilizzo delle tecnologie, lo ha compiuto DigComp, il quadro europeo delle competenze digitali dei cittadini. Sembra una banale riarticolazione delle competenze, ma la sua struttura sposta l’approccio puramente operativo (la nota patente dell’informatica ECDL) verso il senso di un utilizzo cosciente del digitale.

DigComp articola le competenze dei cittadini europei in cinque aree: informazione e alfabetizzazione (literacy) sui dati, comunicazione e collaborazione, creazione di contenuti digitali, sicurezza, problem solving. Aree di competenza molto vicine al quadro teorico del programma PIACC centrato sull’alfabetizzazione testuale, numerica e sulla soluzione dei problemi. Un modello che va oltre i livelli formali di istruzione e il momento del loro conseguimento, momento che spesso coincide con la fine dell’apprendimento e non considera i livelli di apprendimento non formali e informali. Inoltre, il PIACC non è solo un modello di definizione delle competenze ma è anche un sistema di assessment che permette misurazioni e confronti nel tempo e nello spazio delle competenze acquisite.

Senza voler troppo semplificare, un buon programma di sviluppo delle competenze digitali, progettato seguendo il modello DigComp, potrebbe avere impatto sull’analfabetismo funzionale misurato dal PIACC. E senza voler troppo generalizzare, potrebbe avere impatto sugli indicatori di benessere di un Paese che dipendono in buona parte dal capitale umano disponibile. Le scarse competenze digitali potrebbero quindi essere una opportunità per ridurre l’analfabetismo funzionale.

Il Dipartimento della Funzione Pubblica ha dedicato uno specifico approfondimento alle competenze digitali della pubblica amministrazione: il Syllabus delle competenze digitali della PA, che parte dal modello concettuale DigComp per declinare le specifiche competenze di chi lavora nel settore pubblico.

Perché un Syllabus per la PA italiana oltre a DigComp? Intanto perché DigComp prevede la derivazione di framework per diversi usi e destinatari (esistono adattamenti per gli insegnanti, per gli studenti, per la PA…). Inoltre, perché il Syllabus è il punto di partenza per realizzare due elementi, previsti in un progetto del Dipartimento della Funzione Pubblica, indispensabili per mettere in moto un sistema di formazione permanente sulle competenze digitali:

  • un servizio di assessment;
  • un catalogo dell’offerta formativa.

Nel servizio di assessment, le singole competenze e i diversi livelli di padronanza sono trasformati in insieme di domande che possono essere erogate online per una autovalutazione individuale da parte di ciascun dipendente pubblico. Un test di assessment, generato in modo casuale, estraendo i quesiti dal dataset delle domande, restituisce a chi lo compila il proprio profilo definito dal livello di padronanza per ciascuna competenza.

Il sistema consente quindi all’utente di scegliere, all’interno di un catalogo dell’offerta formativa, i corsi online che gli permettono di acquisire le competenze necessarie a colmare i gap di conoscenza. Certo, corsi di base online perché l’apprendimento del digitale deve iniziare in modo digitale! Una volta completato il percorso di apprendimento l’utente ritorna al sistema di assessment per verificare i propri progressi e l’efficacia della formazione fruita. Parallelamente, i risultati dell’ assessment dei singoli dipendenti, aggregati ed elaborati, forniscono anche informazioni sull’insieme di conoscenze, competenze, abilità presenti all’interno di un’amministrazione o di unità organizzativa. Dati utili sia per definire strategie di sviluppo, piani di formazione che integrano la formazione online, misurare l’impatto di interventi formativi, monitorare nel tempo i cambiamenti, sia per confrontare e fare benchmark tra amministrazioni.

Insomma, sviluppare le competenze digitali può essere un elemento accessorio per l’utilizzo delle tecnologie o può essere una strategia fondamentale per mantenere un Paese competitivo nell’economia globale. Le competenze digitali non sono il problema di un indicatore troppo basso, sono una delle possibili soluzione all’analfabetismo funzionale, alla assenza di un sistema per la formazione continua nella PA, alla scarsa diffusione dei servizi digitali, a un equilibrio di basso livello del mercato del lavoro.

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