Mauro Bonaretti: “La pubblica amministrazione va svincolata da un’idea di riforma”

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Mauro Bonaretti, consigliere della Corte dei Conti, intervistato da Gianni Dominici, pone al centro della riflessione il bisogno per il nostro paese di un’amministrazione che pensi più all’execution, perché “amministrare vuol dire fare”

1 Ottobre 2020

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Redazione FPA

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Siamo arrivati nella fase dell’emergenza covid-19 con una burocrazia che non stava in gran forma, per minori investimenti fatti negli anni sulle assunzioni e sulla formazione, con gli effetti poi di un’amministrazione che non ha più le competenze per fare concretamente le cose. In questa intervista a cura di Gianni Dominici, Mauro Bonaretti, consigliere della Corte dei Conti, attualmente incaricato di aiutare il Commissario straordinario per l’emergenza Covd-19, Domenico Arcuri, ci propone alcune sue riflessioni. Diverse volte Bonaretti ci hai donato dei contributi importanti, ad esempio sulla visione delle città a colori come alternativa per tornare a crescere; una sua considerazione sul rapporto tra governo centrale e autonomie locali e una sollecitazione ad abbandonare la visione delle città in bianco e nero. Quello che è emerso da questa situazione come limite è proprio l’incapacità di coordinamento governo centrale-territorio.

L’intervista

Quale PA è entrata nella emergenza covid-19?
Una pubblica amministrazione abbastanza debole, che aveva disinvestito su se stessa, caratterizzata da due fenomeni: la crisi del 2008 fino alla più recentemente.
“Erano al centro dell’attenzione – sottolinea Bonaretti – due questioni di fondo: da una parte come ridurre i costi della pubblica amministrazione per affrontare il problema della crisi e dall’altro una forte spinta verso la trasparenza, che ha forse comportato un ulteriore livello di aumento degli strati di burocrazia dell’amministrazione”.
Significativo un articolo di Bonaretti “La parabola del cotechino” dove diceva “si cerca di migliorare l’amministrazione che è soggetta a grande burocrazia attraverso l’inserimento di altra burocrazia”.

Piuttosto che introdurre più spazi alla dimensione del fare, manageriale, gestionale, si è cercato di fare attraverso uno strumento che è quello della norma, che introduceva ulteriori adempimenti. “Si era un po’ confuso l’amministrare con l’azione dell’amministrare”.

Questo innovare non attraverso processi culturali, di formazione, di sviluppo delle competenze, ma attraverso norme ha prodotto in realtà ulteriore richiesta di adempimenti all’amministrazione.

“Se si lavora sugli obiettivi si controllano i risultati, ma se si lavora per norme il controllo avviene sull’adempimento e questo ha comportato come effetto finale – afferma Bonaretti – quello che viene chiamato la burocrazia difensiva, ossia un atteggiamento della burocrazia di autotutela attraverso comportamenti non sempre proattivi ma tesi a difendere la propria incolumità rispetto a potenziali errori, reati, abusi.

Nonostante non ci sia stato un investimento verso una valorizzazione delle competenze, in un ambito nel quale – Bonaretti ricorda – abbiamo una quantità enorme di knowledge work, perché il 70% delle persone dell’amministrazione è diplomata e laureata a differenza di altri settori nei quali il 70% dei dipendenti ha la scuola dell’obbligo, durante l’emergenza abbiamo conosciuto una pubblica amministrazione reattiva. Abbiamo scoperto che il digitale non è una minaccia, ma lo strumento che ha permesso, soprattutto a livello territoriale, di continuare a erogare servizi.

Qual è la PA esce dal covid?
Alcune questioni di fondo: una prima questione è la capacità di resilienza dell’amministrazione, la sua capacità concreta di sapere intervenire nei momenti dei bisogni. Un secondo tema è che, ancora una volta, questo è avvenuto in gran parte grazie al contributo delle persone dal punto di vista della loro capacità individuale di mettersi in gioco e di supplire ai problemi dell’amministrazione. Altro limite è il coordinamento governo-realtà locali, non facile perché da un lato i territori faticano a vedere la complessità di un governo e dall’altra il governo centrale fa fatica a riconoscere i bisogni che sono sui diversi territori.
La difficoltà di avere un’omogeneità nazionale è emersa come un dato complessivo. È necessario “investire di più su quel famoso passaggio da government a governance, a una capacità di governare processi anche orizzontali”.
“Mai come in questa stagione si è messo in luce quanta necessità ci fosse dal punto di vista di questa governance orizzontale sulla quale ancora non abbiamo sperimentato delle formule capaci di sostituire quella gerarchia dello Stato che c’era e che in questo momento non esiste”.

Di che PA abbiamo bisogno per farle svolgere un ruolo attivo in questa fase?
La pubblica amministrazione va svincolata da un’idea di riforma in sé. “Credo – afferma Bonaretti – sia necessario porsi una domanda prioritaria ‘di che paese abbiamo bisogno?’ Che cosa facciamo con soldi del recovery plan? Che cosa faremo con tutti i progetti che sono in campo? Per poi porsi la domanda “questa Pubblica Amministrazione è in grado di realizzarli, di sostenerli, di metterli in campo? Credo che questo sia un nodo di fondo, più che una riforma che guarda autoreferenzialmente al bisogno di innovazione dell’amministrazione in maniera generica e astratta, abbiamo bisogno di affrontare alcuni nodi specifici, di funzionamento del nostro paese e che per essere affrontati hanno bisogno di alcune modifiche anche del funzionamento dell’amministrazione.

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