Pubblico-privato sociale, una collaborazione necessaria per lo sviluppo del territorio
Il Terzo settore è in grado non soltanto di affiancare le amministrazioni territoriali offrendo servizi diversificati (in ambito sociale, sanitario, culturale, ambientale, ecc.), ma è il soggetto capace di favorire processi di coesione sociale e cittadinanza attiva, indispensabili per attivare percorsi di sviluppo locale, soprattutto nelle aree interne
9 Aprile 2026
Stefano Consiglio
Presidente Fondazione con il Sud

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Questo articolo è tratto dal capitolo “Relazioni” dell’Annual Report 2025 di FPA (la pubblicazione, chiusa nel dicembre scorso e presentata il 21 gennaio 2026, è disponibile online gratuitamente, previa registrazione)
La collaborazione tra enti pubblici e Terzo settore, oltre a essere contemplata nella nostra Costituzione con il principio di sussidiarietà, è prevista dall’articolo 55 del Codice del Terzo Settore (d.lgs. 117/2017) e confermato dalla sentenza 131 della Corte costituzionale, prevedendo un modello di condivisione di poteri e responsabilità per la co-programmazione e co-progettazione nell’interesse della comunità.
Ma al di là dei tecnicismi, naturalmente importanti per l’attuazione operativa del principio, ritengo più opportuno condividere una riflessione non tanto sul perché questa collaborazione è possibile, ma sul perché è necessaria.
Il tema della sfida demografica, dopo decenni di indifferenza, distrazione o deresponsabilizzazione, sta finalmente guadagnando terreno nel dibattito politico nazionale. La recente indagine[1] commissionata dalla Fondazione con il Sud all’Istituto Demopolis, su un campione rappresentativo di oltre 4.000 intervistati, ha rivelato che per il 60% dei cittadini italiani lo spopolamento è una priorità assoluta, una preoccupazione che sale a circa il 70% tra i residenti del Mezzogiorno, e cresce ulteriormente tra i rappresentanti istituzionali (72%) delle organizzazioni del Terzo settore (75%).
Il problema, tuttavia, non si limita alle sole aree interne, in particolare quelle meridionali, già alle prese con gli effetti devastanti di denatalità, emigrazione e invecchiamento.
Il fenomeno colpisce l’intero Paese, incluse medie e grandi città. Tra il 2014 e il 2024, l’Italia ha perso 1,4 milioni di abitanti, con un calo demografico che colpisce soprattutto il Sud (-918 mila persone).
I dati ISTAT evidenziano il drastico fenomeno della denatalità[2], collegato anche a una gestione non strategica dei flussi migratori interni ed esterni e alla scarsa attrattività di molti nostri territori, ha già prodotto degli effetti reali nel mondo economico, del welfare, nella Pubblica Amministrazione e, naturalmente, anche nel mondo della scuola. Nel prossimo decennio è previsto un drammatico calo di iscritti: oltre un milione di alunni in meno secondo lo studio di Svimez, Fondazione Brodolini, Save the Children e W20. Considerando che già oggi circa 3mila Comuni, quasi la metà meridionali, rischiano la chiusura della loro unica scuola primaria si può immaginare quale potrà essere lo scenario futuro prossimo, se continueremo su questa strada.
Davanti a questa grande sfida, la Pubblica Amministrazione non potrà farcela da sola. La complessità della sfida demografica evidenzia tutti i limiti delle politiche tradizionali sia, di quelle che vedono nell’azione tutta pubblica, con al centro il ruolo dello Stato e delle amministrazioni locali, sia di quelle che invece ritengono fondamentale dare assoluta centralità al privato. Per garantire i diritti di cittadinanza minimi è necessaria la presenza del pubblico sia sul fronte dei servizi sanitari, che di quelli educativi e della mobilità.
L’idea novecentesca, però, che possa essere solo il sistema pubblico a dare una risposta efficace ai nuovi bisogni di un contesto profondamente mutato è abbastanza illusoria sia per la difficoltà di cogliere le esigenze provenienti dalla comunità sia per la limitata capacità di erogare in prima persona tutti i servizi necessari per rispondere ai nuovi bisogni di un territorio con una popolazione rarefatta.
Spesso nel dibattito pubblico per contrastare l’inefficienza amministrativa del pubblico e in particolare degli enti regionali e locali si tende a esaltare il ricorso al privato come ricetta per superare le criticità. L’idea di un nuovo protagonismo del privato for profit, invece, mostra i suoi limiti ancora di più in contesti dove il calo di popolazione rende sempre più difficile realizzare iniziative imprenditoriali sostenibili e profittevoli. In questo quadro di complessità, l’associazionismo, le Associazioni di Promozione Sociale (APS), il mondo delle cooperative sociali e di comunità e, più in generale, il mondo del Terzo settore assume un ruolo strategico. Gli Enti del Terzo Settore (ETS) sono in grado di organizzare il desiderio di mantenere viva la comunità, di tessere le relazioni nel territorio e molte volte di garantire occasioni di lavoro dignitose.
Per una reale ed efficace iniziativa di valorizzazione e sviluppo delle aree interne appare fondamentale la collaborazione con gli ETS che, nell’ottica del principio di sussidiarietà, contribuiscono a una migliore organizzazione e gestione dei servizi del territorio. A tal fine potrebbero essere promosse iniziative di co-programmazione e co-progettazione per la rivitalizzazione delle comunità e per la gestione di servizi essenziali volti a garantire una qualità della vita dignitosa sui territori. Il Terzo settore è in grado, infatti, non soltanto di affiancare le amministrazioni territoriali offrendo servizi diversificati (in ambito sociale, sanitario, culturale, ambientale, ecc.), ma è il soggetto capace di favorire processi di coesione sociale e cittadinanza attiva, indispensabili per attivare percorsi di sviluppo locale, soprattutto nelle aree interne.
Il ruolo di questi soggetti si rafforza e si sviluppa laddove queste organizzazioni sono in grado di coniugare la capacità di raggiungere finalità sociali con la capacità di costruire modelli di sostenibilità economica basati su meccanismi di fundraising differenziato (sostegno pubblico, ricavi commerciali, donazioni, partecipazione a bandi) e la capacità di costruire rapporti di collaborazione con la Pubblica Amministrazione. Nelle aree interne e nei territori a rischio spopolamento servono modelli di economia sociale basati sulla capacità di costruire alleanze tra pubblico, privato sociale, privato for profit, Università e sistema della ricerca.
È fondamentale che ognuno di noi faccia la propria parte, in uno spirito di collaborazione e alleanza, non lasciando soli i sindaci che, spesso con personale ridotto all’osso, provano a resistere. La strada per affrontare la rigenerazione demografica e lo sviluppo è quella della collaborazione istituzionale tra attori pubblici e privati.
Nel corso di questi anni la Fondazione con il Sud ha operato per supportare e favorire questo necessario dialogo tra pubblico e privato sociale. Cito alcuni casi che, nel nostro piccolo, hanno già tracciato un percorso comune. Mi riferisco alla collaborazione avviate negli anni passati con tanti Comuni del Sud (come nelle province di Napoli, Salerno, Caserta, Bari, Lecce, Catania, Palermo, Sassari, Crotone, Vibo, Matera) per restituire alle comunità decine di beni culturali inutilizzati (casali, mulini, conventi, ex carceri, ex ospedali, palazzi storici) valorizzati in ottica inclusiva e per un’ampia fruibilità grazie al Terzo settore e al protagonismo dei territori; da ultimo, la collaborazione con il Comune di Catanzaro per co-gestione con il Terzo settore del Complesso monumentale di San Giovanni; l’accordo con il Ministero della cultura per la valorizzazione di importanti beni culturali, come ad esempio il Castello Carlo V a Lecce, o la collaborazione con i Comuni di Taranto e Lecce per il recupero e valorizzazione di palazzi storici e spazi culturali; la collaborazione con la Regione Puglia e l’Apulia Film Commission per il Social Film production Con il Sud per cambiare verso alla narrazione sul Sud e sul sociale; le collaborazioni con la Regione Lazio e con diversi Comuni come quello di Milano avviati da Con i bambini nell’ambito del “Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile”.
Preferisco citare tanti esempi perché non solo può essere utile sottolineare che sono collaborazioni possibili – cioè che si possono fare concretamente – ma soprattutto per evidenziare che sono finalizzate a un cambiamento concreto per l’impatto sociale sul territorio. Sono collaborazioni che implementano il cambiamento nei processi di relazione tra PA e Terzo settore, per i modelli e le buone pratiche che producono e mettono a sistema.
La Fondazione con il Sud ha posto la rigenerazione demografica al centro del suo piano triennale 2025-2027. Le nostre (limitate) risorse private, provenienti dalle fondazioni di origine bancaria, e le nostre competenze saranno messe a disposizione dei territori che, consapevoli del problema, stanno elaborando strategie di rigenerazione delle proprie comunità. È attualmente in corso un bando da 8 milioni di euro, “Riabitare il Sud”, volto a selezionare quattro comunità al di sotto dei 20mila abitanti che hanno deciso di reagire. Abbiamo ricevuto 57 proposte di “cambiamento” con la partecipazione di 265 Comuni insieme a 204 enti di Terzo settore meridionali. Questo primo risultato dimostra che vi sono già tante comunità al Sud che non intendono subire passivamente lo spopolamento e che vogliono affrontarlo creando delle sinergie e le condizioni necessarie per dare una svolta concreta.
Occorre un cambio di visione e di prospettiva, in cui ognuno di noi nel fare deve imparare e disimparare allo stesso tempo, deve vedere nell’altro un alleato, ma ancor prima deve abituarsi a riconoscerlo come tale. La PA non è inefficienza e il Terzo settore non è emergenza. Il cambiamento parte anche da qui.
[1] Si veda VISIONI CON IL SUD, il piano triennale della Fondazione Con il Sud.
[2] N.d.R. Il 31 marzo 2026 l’ISTAT ha pubblicato il report integrale sugli Indicatori demografici relativi all’intero anno 2025, che offre uno scenario critico.