Più Europa o meno Europa? E soprattutto, quale Europa?

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I piccoli imprenditori artigiani ‘fiutano l’aria’, comprendono l’importanza attuale delle politiche sovranazionali e delle prossime elezioni europee, come evidenzia un’indagine della CNA condotta a febbraio su 1600 associati. Auspicano maggiori poteri per gli enti locali visti come “interlocutori di prossimità”, “abilitatori di territorio”, soggetti capaci di facilitare l’attività imprenditoriale creando un contesto favorevole, e all’Unione Europea per il ruolo di garante della sicurezza di fronte a pericoli quali crisi geopolitiche, protezionismo, instabilità finanziaria e gestione dell’emergenza climatica

22 Marzo 2024

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Marco Baldi

Responsabile Area Studio e Ricerca CNA

Foto di Remy Baudouin su Unsplash -https://unsplash.com/it/foto/donna-che-si-appoggia-sulla-scrivania-rosa-IxgPCAUSaOM

Il 76,7% dei titolari di micro e piccole imprese italiane andrà a votare il prossimo giugno per eleggere i 72 rappresentanti dell’Italia al Parlamento Europeo. Questo, perlomeno, è quanto hanno dichiarato i 1600 imprenditori che hanno partecipato all’indagine che CNA ha voluto realizzare a febbraio di quest’anno con il coinvolgimento dei propri associati. Non è poco, considerando che alle ultime elezioni europee i cittadini italiani che si sono recati alle urne hanno superato di poco la metà degli aventi diritto.

Ma recarsi alle urne per eleggere i candidati italiani al Parlamento dell’Unione Europea, che cosa significa nello scenario attuale? Significa provare a conferire una determinata identità politica ad una sorta di lobby nazionale? Significa aggiungere peso al piatto della bilancia che premia un’idea di Europa un po’ più forte e incisiva? Oppure significa portare al Parlamento Europeo chi vorrebbe un’Europa po’ meno invasiva nel regolare l’azione degli stati membri? In un recente passato è verosimile che le cose funzionassero più o meno in questo modo. Ma oggi il quadro è cambiato e l’indagine lo registra in maniera molto precisa.

Questa complicata fase storica è infatti caratterizzata da numerose criticità di livello sovra-nazionale che l’azione politica dei singoli stati membri non è certo sufficiente ad affrontare e risolvere in via definitiva. Quest’assunto, che si cala in un contesto di generale difficoltà delle democrazie occidentali, vale anche per quei Paesi dove sono presenti maggioranze di governo molto solide. In questo scenario il ruolo dell’Unione Europea assume dunque una rinnovata centralità. Il pensiero va in primo luogo alle guerre in corso, alle emergenze umanitarie ed alle tante crisi geo-politiche, anche se nessuno può dimenticare la crisi sanitaria che ha attraversato tutto il pianeta a causa dell’epidemia di Covid 19. Incombe poi il cambiamento climatico, il suo impatto sugli ecosistemi e sugli insediamenti umani e le divisioni per quanto concerne le forme di contrasto e mitigazione da adottare. Anche la questione migratoria richiede politiche sovra-nazionali che siano in grado di determinare una equilibrata gestione dei flussi e delle politiche di supporto alle scelte dei Paesi di origine, anche considerando la denatalità di cui soffre il continente europeo.

Tante le discontinuità che caratterizzano poi il fronte economico, con la ricomparsa dell’inflazione che – dopo alcuni decenni – è tornata a generare allarme ed ha richiesto misure che hanno penalizzato la crescita in diverse parti del mondo, con l’inclusione dei Paesi Europei. A ciò si aggiungono le preoccupazioni riguardanti l’evoluzione delle tecnologie digitali, in particolare l’intelligenza artificiale, il cui impatto sulla produzione e sul lavoro andranno attentamente monitorati, valutati, e là dove necessario, ammortizzati. Si tratta di problemi che stanno certamente impensierendo i governi, ma sono le imprese, in particolare quelle di piccola dimensione, a trovarsi in seria difficoltà per il costo dell’energia, la stretta creditizia, le difficoltà di reperimento dei principali fattori di produzione (le materie prime e i semilavorati, ma anche il lavoro qualificato) e la riarticolazione dei mercati di destinazione.

Tutto ciò gli imprenditori, abituati per professione alla concretezza, mostrano di averlo capito molto bene, forse ancor più dei politici.

Pur in una equilibrata divisione tra “euroscettici” ed “europeisti convinti” (con una leggera prevalenza di quest’ultimi), su alcune questioni le opinioni degli imprenditori tendono infatti a convergere, in particolare con riguardo alla necessità di adottare strategie unitarie su questioni come l’energia, la politica estera, la difesa (fig.1).

Fig. 1 – Opinioni degli imprenditori sul rafforzamento delle Istituzioni comunitarie (val.%) – Fonte: Indagine Area Studi e Ricerche CNA, 2024

Certamente la sicurezza energetica, la possibilità di continuare a produrre e a ricercare la competitività sui mercati, dipende dalla riduzione di una vulnerabilità che – sia pure in diversa misura – tocca tutti i Paesi membri. E la diversificazione delle fonti e dei paesi di approvvigionamento può trovare forte impulso da un’azione di indirizzo di natura sovranazionale.

Su un diverso fronte, l’attuale angoscia per l’improvviso e inatteso ritorno della guerra ai confini dell’Europa può essere esorcizzata solo riaffermando con tutta la forza necessaria quei valori di libertà, tolleranza e democrazia che ci hanno uniti in passato e che – essi soltanto – ci contraddistinguono come un unitario attore globale. Un attore che ci può traghettare verso un futuro meno angoscioso di quello che di recente si è affacciato all’orizzonte.

Un ragionamento a parte merita invece la diffidenza verso l’allargamento, che sembra orientare le opinioni della maggior parte degli intervistati (solo il 33,9% è favorevole). È probabile che questa si origini dal fatto che i Paesi che sono oggi ufficialmente candidati ad entrare nell’UE (Albania, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Moldova, Macedonia del Nord, Serbia, Turchia, Ucraina) sono caratterizzati da un basso reddito pro-capite e che quindi potranno in futuro intercettare importanti quote delle risorse comunitarie di sostegno. Si può anche ipotizzare che tale diffidenza nasca da un prevedibile incremento delle ben note difficoltà che incontra l’Unione nell’assumere decisioni comuni. Sono argomenti molto concreti, oggetto di dibattito presso le Istituzioni Europee, che non a caso stanno valutando forme di “ingresso progressivo” o “a più stadi” e più in generale una possibile modifica delle regole sulle quali si base l’azione comunitaria. Certamente l’allargamento è una materia divisiva in sé, anche perché inevitabilmente rimanda a complesse questioni identitarie. Sarebbe forse il caso di porre condizioni maggiormente vincolanti per il rispetto dei criteri politici, economici e di capacità amministrativa e istituzionale attualmente necessari per entrare nell’UE, magari ponendo anche la questione di un loro monitoraggio e di una possibile reversibilità. Presentare un’Europa molto solida nel dettare le regole di ingresso è probabilmente anche un ottimo viatico per aumentare la fiducia dei cittadini che ne fanno parte.

C’è però un dato ulteriore che emerge dall’indagine e che richiede uno sforzo interpretativo maggiore. Sollecitati ad esprimersi sulle istituzioni che necessiterebbero oggi di maggiori poteri, gli imprenditori si orientano in prima battuta sui soggetti a loro più prossimi, cioè i Comuni e le Regioni, e in secondo luogo sulla stessa Unione Europea. Agli ultimi 3 posti le istituzioni nazionali (Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica) (fig.2).

Fig. 2 – Istituzioni che dovrebbero disporre di maggiori poteri – Opinioni dei titolari di piccole imprese (val.%) – Fonte: Indagine Area Studi e Ricerche CNA, 2024

Limitando poi l’analisi ai soli intervistati che dichiarano di fidarsi dell’UE, si conferma l’auspicio di maggiori poteri per i tre soggetti nominati (in particolare per l’UE), mentre le tre istituzioni nazionali rimangono agli ultimi posti (fig.3).

Fig. 3 – Istituzioni che dovrebbero disporre di maggiori poteri – Opinioni dei titolari di piccole imprese che dichiarano di fidarsi dell’UE (val.%) – Fonte: Indagine Area Studi e Ricerche CNA, 2024

Sembra un paradosso, ma mentre in Italia si discute di premierato, di nuovi poteri governativi (e delle modifiche costituzionali da apportare a questo fine), le istituzioni nazionali (Governo, Parlamento e Presidente della Repubblica) vengono collocate agli ultimi posti tra i soggetti da rafforzare. Per offrire una spiegazione plausibile dobbiamo chiamare in causa ancora una volta la sensibilità e il proverbiale “senso delle cose” degli imprenditori, ossia di chi si pone quotidianamente sotto sforzo e accetta di confrontarsi con le dinamiche competitive. E allora, da un lato si può ben comprendere che Comuni e Regioni sono “interlocutori di prossimità”, “abilitatori di territorio”, soggetti che devono creare le precondizioni di contesto affinché le imprese possano lavorare. Dall’altro, che l’Unione Europea, lei e solo lei, può offrire la necessaria sicurezza rispetto alle sfide e alle insidie che vengono da fuori, che si tratti delle crisi geopolitiche, delle redivive spirali protezionistiche, degli arrembanti flussi della finanza globale, o degli incontenibili flussi di migranti. Su tutto incombe poi la questione ambientale e climatica, il cui governo sovranazionale è sicuramente conditio sine qua no per sperare di ottenere i risultati che tutti si attendono.

Più poteri agli enti locali e all’Unione Europea, dunque, ossia a chi esercita azione di prossimità e a chi può e deve fare politica sovranazionale. Viene in mente uno slogan di grande successo molto in voga una trentina d’anni fa: “pensare globalmente e agire localmente”. All’epoca, la Conferenza Onu di Rio de Janeiro aveva drasticamente posto la questione della sostenibilità come unica via per garantire uno sviluppo che guardasse anche alle future generazioni. Ma ogni decisione “alta”, di interesse planetario, andava minuziosamente declinata anche alla scala locale (chi non ricorda le famose “Agende 21 locali”?).

Più in generale, allargando il campo e lasciando per un momento da parte la questione ambientale, viene alla mente la lezione di Altiero Spinelli, convinto che i problemi che il mondo si trovava ad affrontare nel dopoguerra avessero assunto rilevanza tale da non poterne più attribuire la soluzione ai soli Stati Nazionali o alle sole prospettive di alleanza tra loro. Certamente negli ultimi decenni lo sviluppo delle Istituzioni Europee le ha condotte ad assumere la regolazione di alcune questioni un tempo materia esclusiva dei singoli stati. Questo è certamente avvenuto in campo economico e monetario. È avvenuto in campo sanitario sotto la spinta pandemica. Sta avvenendo – sia pure con molta difficoltà – sul fronte del sociale e dell’ambiente. Energia, politica estera e difesa comune (insieme al completamento del mercato unico e alla reindustrializzazione) sono oggi i nuovi ambiti di coltivazione di un disegno federalista che, per quanto cronicamente lento, sembra trovare nuovo impulso e nuova condivisione anche dal basso, come rivela la recente indagine realizzata da CNA. I piccoli imprenditori italiani che andranno a votare per eleggere i parlamentari europei mostrano di aver compreso che i grandi problemi che possono interferire sullo sviluppo armonico delle loro imprese si affrontano in quella sede e non solo e non tanto sul fronte del governo interno del Paese. È un messaggio forte che non può cadere nel vuoto. Un messaggio che le Istituzioni Europee potranno raccogliere solo ripensando seriamente la propria governance e ridefinendo gli attuali meccanismi di funzionamento e di decisione.

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