L’educazione nel Rapporto OCSE 2020: riflessioni sui dati e oltre

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Tra le novità presenti nel nuovo report dell’OCSE “Uno sguardo sull’istruzione”, l’impatto del Covid-19 sul sistema educativo. Se, come si prevede, il PIL subirà una pesante diminuzione in seguito all’attuale crisi, la spesa pubblica in istruzione potrebbe diminuire in termini assoluti. Riusciremo a indirizzare su queste tematiche le risorse che arriveranno dall’Europa? Ospite a “FORUM PA 2020 RESTART ITALIA” Andreas Schleicher, Direttore del settore educativo di OCSE

15 Ottobre 2020

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Mauro Tommasi

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Settembre è da sempre il mese dei nuovi propositi, ma è soprattutto il mese della riapertura delle scuole. Quest’anno, a causa della pandemia, la massima attenzione è stata dedicata ai tempi e alle modalità della riapertura in sicurezza, ma si sta anche ponendo l’accento sul tema dei finanziamenti al settore educativo nei prossimi anni. Nei Paesi OCSE la media della spesa in educazione rispetto al totale della spesa pubblica è dell’11% (dati 2017), mentre in Italia, siamo appena sopra l’8%. Inoltre, un tema caldo è il rapporto tra spesa per l’educazione e PIL: se come si prevede, il PIL subirà una pesante diminuzione in seguito all’attuale crisi, la spesa pubblica in istruzione potrebbe diminuire in termini assoluti anche se dovesse restare stabile come percentuale (tra l’altro sempre dati OCSE questa percentuale è addirittura scesa negli ultimi anni, nel 2005 era al 4,2% e nel 2016 al 3,8%, restando più o meno invariata in termini assoluti nell’arco di 10 anni). Su questi dati torneremo in seguito.
Il tema attuale, ora, è se riusciremo a indirizzare su queste tematiche le risorse che arriveranno dall’Europa. Nelle Linee Guida del Governo italiano per la definizione del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” uno dei cluster è dedicato proprio a “Istruzione, formazione, ricerca e cultura”, e si parla di “migliorare la qualità dei sistemi di istruzione e formazione in termini di ampliamento dei servizi per innalzare i risultati educativi”.

Vedremo a partire dai prossimi mesi se e come si concretizzeranno gli obiettivi individuati in questo documento.
In questo contesto si colloca l’edizione 2020 del Rapporto dell’OCSE “Education at a glance”, traducibile in “l’educazione sotto la lente di ingrandimento” o “Uno sguardo sull’istruzione”, che ormai da circa 20 anni fornisce dati e spunti di riflessione sullo stato dell’arte dei sistemi educativi dei paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Si tratta di uno strumento riconosciuto internazionalmente in grado di comparare la validità dei sistemi educativi dei vari stati e che permette, con le dovute accortezze, di provare a pensare le politiche del futuro.
Si, perché i dati non sono sempre facili da contestualizzare e spesso possono raccontare un’immagine diversa da quella che appare. Bisogna infatti fare un piccolo passo indietro e cercare di capire quale sia il ragionamento alla base di questo tipo di ricerche e come possono essere utilizzate al meglio. Difatti, nonostante le critiche ricevute nel corso di questi anni, la comparazione internazionale resta uno dei metodi migliori per provare ad inquadrare i problemi più o meno evidenti e ad elaborare politiche di breve, medio o lungo termine che mirino a risolverli.

Come infatti ha più volte ripetuto Andreas Schleicher, – Direttore del settore educativo di OCSE, che sarà ospite a novembre di “FORUM PA 2020 RESTART ITALIA” nello Scenario dedicato a formazione e competenze – non è possibile “copiare e incollare” i sistemi educativi che i dati ci indicano come virtuosi, ma certamente i numeri aiutano a capire quali sono i fattori che caratterizzano un’istruzione ad alte prestazioni.

In primis è importante dare uno sguardo alle priorità in termini di spesa pubblica, senza soffermarsi esclusivamente sulla quantità di denaro investito, ma concentrandosi soprattutto sulle modalità di investimento, che possono essere tra le più svariate: aumento salariale per gli insegnanti per valorizzarne il lavoro e magari dar loro la possibilità di sviluppare altri progetti, oppure un investimento in infrastrutture per avere scuole e università più grandi, con più aule, sempre però a seconda del modello educativo che si preferisce. Già solo questo lascia intendere come il miglioramento del sistema educativo di un paese non dipenda strettamente da fattori economici o sociali, ma piuttosto dalle politiche educative che si decide di mettere in pratica.

Il rapporto non guarda strettamente alle competenze ma cerca di dare un’immagine del sistema istruzione nella sua interezza, toccando temi quali l’impatto dell’educazione sugli studenti, l’abbandono e l’accesso agli studi, oltre alle già menzionate percentuali di spesa pubblica dedicata alla scuola, agli investimenti in università, o allo stipendio dei lavoratori del comparto scolastico.

Due novità presenti nel report sono di sicuro interesse: il focus sulle scuole tecniche e l’impatto del Covid-19 sul sistema educativo.
Riguardo la formazione professionale (vocational training), il rapporto evidenzia come siano sempre meno i giovani che decidono di iscriversi a scuole tecnico-professionali (in questo l’Italia è in leggera controtendenza rispetto agli altri Paesi), sebbene un diploma tecnico continui ad essere più facilmente spendibile nell’immediato rispetto ad un titolo terziario (laurea). È quest’ultimo però che garantisce, o quantomeno aumenta le possibilità, di fare carriera e crescere dal punto di vista del reddito. In quest’ottica il rapporto suggerisce di potenziare sempre di più i sistemi di formazione tecnica, che prevedano però uno stretto contatto con il mondo del lavoro.

La pandemia tra le altre cose ha infatti messo in risalto la necessità di lavoratori dei comparti tecnici, da quelli ospedalieri a quelli alimentari e della manifattura. Ed è proprio all’impatto della pandemia Covid-19 che è dedicato un estratto del rapporto, che mette l’accento su quanto questa crisi abbia fatto emergere non solo le disuguaglianze sociali e digitali, ma anche le iniquità di alcuni sistemi educativi. I lockdown nei diversi Paesi hanno interrotto la scuola convenzionale, permettendo a chi ne aveva le possibilità di restare al passo grazie ai sistemi di distance learning (didattica a distanza), ma costringendo tutti gli altri a rimanere indietro, ponendo ai governi la grande questione di un equo accesso ai servizi per tutti gli studenti. Lo stesso discorso vale per gli insegnanti, catapultati in una realtà per cui non erano preparati e costretti a ricalibrare i loro metodi educativi in modalità digitale. Tutto questo ha posto nuovamente l’attenzione sul dato forse mediaticamente più rilevante (ma come già detto non incontestabile), ovvero la percentuale di spesa pubblica destinata dai governi all’istruzione: quell’11% come media OCSE 2017, di cui parlavamo all’inizio di questo articolo. Il grafico ci mostra comunque un’elevata variazione tra i diversi paesi.

Il nostro paese presenta una situazione abbastanza simile agli scorsi anni, ma due dati emergono più degli altri: il primo riguarda l’abbandono scolastico, che è più alto proprio nelle scuole tecnico-professionali e che in generale rimane alto (intorno al 24%); mentre il secondo fa riferimento alla solita questione della spesa pubblica, il cui incremento viene menzionato quale esempio virtuoso (sia per quanto riguarda la legge di bilancio 2020-2022 che per l’incremento di circa 2,9 miliardi dato dai tre decreti “Cura Italia”, “Rilancio” e “Agosto”), ma che resta un intervento una tantum, destinato a decrescere nei prossimi due anni, a meno di ulteriori interventi da parte del governo.
Il rapporto poi si concentra su alcune raccomandazioni che sembrano fare proprio al caso dell’Italia:

  • richiama l’attenzione su investimenti e politiche che non guardino solo al presente ma che abbiano un’impronta di medio-lungo periodo;
  • guarda alla mobilità degli studenti come settore che necessiterà forse più di altri di essere sostenuto, pianificando nuovi metodi per attrarre studenti dall’estero e per mantenere su alti livelli le opportunità degli studenti in sede;
  • rimarca ancora una volta la necessità di preparare gli insegnanti all’utilizzo degli strumenti digitali e di valorizzarne gli sforzi e il contributo.

Sembra dunque chiaro che, come per altri ambiti, la ripartenza dopo la crisi pandemica possa rappresentare una grande opportunità di riforma del sistema educativo non solo italiano ma globale.

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