Istruzione e formazione continua: la politica si impegni con continuità in questa sfida così strategica per il Paese

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Per salvare la scuola serve “uno studio matto e disperatissimo”, ma da parte dei politici, non degli studenti. In piena campagna elettorale scorriamo i documenti programmatici degli ultimi cinque anni, archiviati sul sito del Ministero dell’Istruzione. Cosa possiamo conservare di questi diversi tentativi di disegnare il settore istruzione del nostro Paese? C’è una sfida, un messaggio chiave, che un nuovo ministro può prendere in consegna senza ricominciare daccapo? Tra i temi su cui lavorare, sicuramente la qualificazione del personale docente, la visione di una scuola che si apre al territorio e diventa “comunità educante” e il superamento dell’alternanza scuola-lavoro in favore di un orientamento come processo continuo che accompagni tutto il percorso formativo

31 Agosto 2022

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Mirta Michilli

Direttrice generale della Fondazione Mondo Digitale

Photo by Kyle Gregory Devaras on Unsplash - https://unsplash.com/photos/6RTM8EsD1T8

Valeria Fedeli, Marco Bussetti, Lorenzo Fioramonti, Giuseppe Conte (ad Interim), Lucia Azzolina, Patrizio Bianchi. Sono i politici o tecnici che negli ultimi cinque anni hanno guidato il dicastero dell’Istruzione, da solo (gli ultimi due) o accorpato a Università e ricerca. Governi e gestioni di breve durata, lontani dalle lunghe amministrazioni di Gonnella (5 anni), Gui (6 anni) o Malfatti (5 anni), ma anche dai più recenti quattro anni di Falcucci e Berlinguer, che hanno potuto perfino lasciare il loro nome a una riforma.

In un recente seminario nazionale della Crui, Stefano Versari, capo dipartimento all’Istruzione, ha sottolineato con un altro punto di vista la mancanza di continuità ai vertici del suo ministero: un ministro impara a fare il ministro in un anno o più. In una sola legislatura, oltre a quattro ministri, ci sono stati anche otto diversi capi di gabinetto. Impossibile lavorare senza continuità.

Ovviamente nessuna ministra o ministro parte dall’idea di rimanere così poco in carica, ma ritiene di avere abbastanza tempo per occuparsi almeno delle “priorità”. Ed è questo il tema che domina gli “atti di indirizzo” che i ministri condividono all’inizio del mandato. In piena campagna elettorale, in attesa di nuove elezioni e nuovo governo, ho voluto rileggere i documenti programmatici degli ultimi cinque anni, archiviati sul sito del Ministero. Del breve governo di Fioramonti, dimissionario dopo pochi mesi, non c’è traccia e molti collegamenti alle sue linee guida presenti sul web sono ormai link non funzionanti. Sembra quasi che abbia esercitato il diritto all’oblio.

Cosa possiamo conservare di questi diversi tentativi di disegnare il settore istruzione del nostro Paese? C’è una sfida, un messaggio chiave, che un nuovo ministro può prendere in consegna senza ricominciare daccapo? Ho ragionato da persona con le mani in pasta, che da oltre vent’anni lavora con le scuole per arricchirne l’offerta formativa e dare ai giovani, indipendentemente dal contesto di partenza, le stesse opportunità di costruirsi un futuro.

Le linee programmatiche firmate da Fedeli e Bussetti sono soprattutto documenti politici: cambia l’ordine delle priorità, ma sostanzialmente rimane immutato l’impianto che propone in diverse combinazioni alcune espressioni piuttosto teoriche. Somigliano più a dichiarazioni di intenti che a linee operative di intervento.

Fioramonti sceglie le tre parole chiave sicurezza, innovazione e sostenibilità, che lui stesso definisce di “ispirazione”, e così viene ripreso e citato in vari articoli che raccontano di scuola.  Diverso impianto, invece, per i documenti di Azzolina (il secondo) e soprattutto di Bianchi, dove compare lo sforzo di inserire le priorità in una visione, in una cornice di significati precisi. Tra Azzolina e Bianchi è subentrata l’emergenza sanitaria che ha cancellato tutte le priorità, ha reso evidente come tutto sia interdipendente, non affrontabile come una singola sfida. Dobbiamo prendere atto che la scuola è un organismo vivo, dobbiamo prendercene cura in modo olistico, non possiamo intervenire su una parte senza affrontare le conseguenze sull’intero sistema.

Per salvare davvero la scuola da una lunga incuria governativa serve prima di tutto “uno studio matto e disperatissimo”, proprio quello di leopardiana memoria. In Italia abbiamo bisogno di una ministra o di un ministro che accetti di investire ogni energia per vivere di scuola, fino a perdere il sonno ma mai la ragione, perché non c’è sfida più strategica per ogni paese che quella dell’istruzione e della formazione continua. Serve un lavoro di squadra con “professionisti”, a partire dalle maestre e dai maestri, persone che conoscano profondamente processi e meccanismi del mondo dell’istruzione, disponibili come sono a un lavoro immane per orientare il sistema scuola, per sua natura lento e conservatore nelle trasformazioni, in un contesto “accelerato” con nuove emergenze che “sparigliano” all’improvviso la lista delle priorità. Ma c’è una “lentezza” che va conservata e coltivata ed è quella tipica di ogni apprendimento e di un approccio scientifico: bisogna studiare, acquisire, leggere, confrontare, assimilare, imparare, ripassare le lezioni dei maestri, anche in micro moduli, perché la formazione sulla scuola diventi diffusa. Cito tra tanti la visione della scuola rivoluzionaria che insegna a risolvere problemi nuovi di Tullio De Mauro, tra i brevi ma intensi contributi pubblicati su Internazionale, e la scuola come Stato di Luca Serianni nella lezione di congedo alla Sapienza Università di Roma. Un passaggio cruciale per chi fa dell’insegnamento e della formazione un mestiere.

Potenziamento della qualificazione del personale docente e miglioramento della governance della scuola sono al primo posto per la ministra Fedeli. Un’attenzione forte che conserverei, perché gli esperti, come Andreas Schleicher, direttore del settore “Education and Skills” dell’Ocse, ci spiegano che da nessuna parte la qualità di un sistema scolastico è superiore alla qualità dei suoi insegnanti. “I sistemi scolastici ad alte prestazioni pongono tutti molta attenzione sui metodi di selezione dei loro insegnanti e dei loro dirigenti scolastici” e “forniscono agli insegnanti percorsi di carriera intelligenti per crescere professionalmente” (“Una scuola di prima classe”, Il Mulino, 2020). E qui, per inciso, aggiungo che l’istituzione di ottomila “docenti esperti”, nati con il Decreto Aiuti bis, non mi sembra invece che sia una soluzione funzionale.

Bussetti riporta l’attenzione su integrazione e inclusione per contrastare la dispersione scolastica e sul tema dell’orientamento, che oggi è una preoccupazione pressante. Fioramonti ci ricorda che il modello italiano di “massima inclusione” funziona e rilancia il tema della digitalizzazione intelligente, come emancipazione, per migliorare la qualità dell’insegnamento e la formazione continua. Mi piace la visione delle scuole come “centri di sostenibilità” e l’idea di diffondere la qualità dell’istruzione ovunque, con un sistema che si distingua nel suo insieme, piuttosto che per poche eccellenze isolate.

La scuola si apre al territorio e diventa “comunità educante” nelle linee programmatiche di Azzolina e Bianchi. E compare finalmente il riconoscimento al ruolo del terzo settore. Un ritardo imperdonabile! C’è voluta l’emergenza sanitaria per portare alla luce quanto da decenni fanno le associazioni e le organizzazioni non profit al fianco delle scuole per sostenere il lavoro educativo dei docenti e dei genitori. Questo è un altro traguardo irrinunciabile. E condivido pienamente la posizione del gruppo di lavoro nominato dal Ministero dell’Istruzione per elaborare le indicazioni per il contrasto della dispersione scolastica e il superamento dei divari territoriali, nell’ambito dell’attuazione del PNRR. “Senza comunità educanti i 500 milioni non risolveranno il problema”, spiega Marco Rossi-Doria, presidente dell’impresa sociale Con i Bambini, che ha lavorato al documento. Un’intervista pubblicata a fine giugno dal magazine Vita chiarisce bene la posizione del gruppo, preoccupato di “non ripartire ogni volta daccapo”, se il governo ignora la mappatura dei principali interventi attuati sul fallimento formativo negli ultimi cinque anni.

Serve sicuramente più ascolto, studio e attenzione verso quello che accade nelle classi di tutto il Paese, per valorizzare i processi di innovazione incrementale attuati dai docenti e dalle comunità educanti nei vari contesti. Occorre anche una maggiore comunicazione bidirezionale che diventi anche capacità di tradurre le priorità politiche in linee di azione, preoccupandosi della reale attuazione delle diverse decisioni condivise. Questa doppia articolazione in “priorità politiche” e “linee di azione” è presente nel documento di Bianchi, che inserisce tra le emergenze anche il tema della governance, interna ed esterna, come efficienza dei processi gestionali ma anche come capacità di dialogare con gli stakeholder.

L’ultima considerazione è su un tema che sembra mettere tutti d’accordo anche in campagna elettorale, cioè l’abolizione o il superamento dell’alternanza scuola-lavoro. A sottolineare l’insolita convergenza è un corsivo di Edoardo Segantini (Eresie digitali, L’alternanza scuola-lavoro e gli opposti estremismi, Corriere della Sera, 8 agosto 2022). Premesso che la scuola non è mai stata un accesso immediato al mondo del lavoro, perché non è questo il suo compito, ora il problema è l’emergenza: dalla disoccupazione giovanile alla richiesta urgente delle aziende, per lo sviluppo e la ripresa del Paese. Negli atti di indirizzo dei vari ministri di orientamento ce n’è poco, e quando c’è è considerato in maniera riduttiva, soprattutto come “orientamento in uscita”.

Al contrario sono convinta che l’orientamento debba essere un processo continuo che accompagna tutto il percorso formativo, a partire dalla scuola primaria, per sviluppare progressivamente la capacità di leggere le coordinate per stare al mondo e per comprendere la realtà che cambia in continuazione a ritmi sempre più veloci. Solo un “buon” orientamento può aiutarci a innalzare l’aspettativa di vita media educativa anche nei contesti più fragili. I Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto, ex alternanza scuola-lavoro) sono uno degli strumenti per fare soprattutto orientamento in uscita. Se sono ben progettati e attuati, in modalità immersiva ed esperienziale, consentono agli studenti di acquisire conoscenze, sviluppare competenze, definire i valori fondamentali e formare il carattere. Con il coinvolgimento attivo degli atenei i Pcto facilitano il trasferimento tecnologico e digitale, dando la possibilità agli studenti di familiarizzare con saperi e competenze anche molto distanti tra loro. Perché orientare a un mestiere specifico è ormai anacronistico. Bisogna orientare alla libertà di scegliere con consapevolezza il futuro. Scuola ed educazione sono strumenti di libertà per i giovani, per costruire insieme una società democratica della conoscenza. Anzi, non solo per i giovani, ma per tutti i cittadini.