Lavoro, la sfida è orientare all’apprendimento continuo

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E’ tempo di lavorare insieme affinché si formino “comunità orientative educanti”, perché oltre a imparare a imparare, occorre ripensare l’orientamento come un processo continuo. E dobbiamo essere in grado di ri-orientarci quando vengono meno o si trasformano i sistemi di riferimento, e questo significa padronanza della cultura e del metodo

20 Aprile 2022

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Mirta Michilli

Direttore generale della Fondazione Mondo Digitale

Photo by Charlein Gracia on Unsplash - https://unsplash.com/photos/-Ux5mdMJNEA

Immaginiamo le nostre carriere professionali come un fiume che non percorre un tragitto lineare dalla sorgente alla foce, ma procede con un’“alternanza di configurazioni ordinate e configurazioni caotiche”. Il viaggio del fiume Nilo è la metafora scelta da Enrico Galiano, insegnante e autore, per spiegare ai genitori come sono cambiate le carriere, fatte di deviazioni, errori e fallimenti [vedi Il pi greco delle carriere]. Il riferimento è al lavoro del matematico Hans-Henrik Stolum, che ha analizzato la sinuosità di fiumi e torrenti e, in un lavoro pubblicato su Science nel 1996, ha evidenziato come il rapporto tra la lunghezza effettiva di un fiume dalla sorgente alla foce e la lunghezza in linea d’aria sia approssimabile a pi greco. O, in altre parole, che la sinuosità media di un fiume è molto vicina a 3,14.

Il fenomeno del job hopping

L”immagine del fiume spiega bene come sia cambiato il lavoro e perché non funzioni una preparazione a un’occupazione futura che non preveda curve e deviazioni. Come se un istruttore di scuola guida insegnasse a procedere con l’auto solo in linea retta, senza mai curvare, azionare la freccia per superare un altro veicolo o ingranare una retromarcia per parcheggiare. Oggi le carriere non sono più fatte di un avanzamento professionale lineare in un’unica direzione. E in alcuni settori le carriere tendono a scomparire del tutto, perché non ci sono più progressioni gerarchiche così rigide. È probabile che nei prossimi anni la “sinuosità media” dei nuovi lavori si allontanerà notevolmente dal pi greco e, quindi, possa cambiare radicalmente tutta “l’idrografia del lavoro”. Basti pensare all’impatto del fenomeno del job hopping, il saltare da un lavoro all’altro, in crescita anche in Italia. Una ricerca Deloitte rivela che, su 10mila giovani nati tra il 1983 e il 1994, il 43% guarda con favore all’idea di cambiare lavoro a due anni dall’assunzione. In una economia instabile con un alto tasso di disoccupazione giovanile come la nostra, il job hopping appare più come il saltare da uno stage all’altro, alla ricerca del lavoro ideale.

Di fatto i giovani continuano a crescere con il mito del posto fisso, invischiati in molti luoghi comuni e con una scarsa consapevolezza delle trasformazioni del lavoro che derivano dalla digitalizzazione.

Persistono gli stereotipi di genere sulle professioni

Il dato preoccupante emerge dal rapporto Dream jobs: Teenagers’ career aspirations and the future of work (“Lavori dei sogni: le aspirazioni professionali dei teenager e il futuro del lavoro”) che esamina le prospettive professionali per gli under 20. La classifica comprende 42 paesi tra cui l’Italia: nel corso di 18 anni (dal 2000 al 2018) le preferenze non sono cambiate di molto. Le ragazze continuano a sognare di fare i medici, le insegnanti, le psicologhe, le avvocatesse, le ostetriche e le veterinarie. Si aggiungono lavori come la designer, l’agente di polizia e la manager aziendale, mentre escono dalla top ten impieghi come la parrucchiera e la segretaria.

Neanche le nuove generazioni sono immuni da stereotipi di genere, che un orientamento nella scuola secondaria, troppo tardivo, non riesce a demolire. Trovo molto efficace il filmato di due minuti Redraw the Balance che mostra 66 immagini, disegnate da alcuni bambini tra 7 e 11 anni, di pompieri, chirurghi e piloti di caccia: 61 hanno per soggetto uomini, solo 5 donne. Ed è poi straordinario lo stupore dei bambini quando tre donne (pompiere, chirurga e pilota) entrano in classe. La transizione dalla scuola al lavoro è un passaggio che ancora non riusciamo a presidiare,  nonostante le numerose segnalazioni dell’UE e dell’Oecd. Sono passati oltre 15 anni dalla prima raccomandazione del parlamento europeo relativa alle “competenze chiave” per far fronte alle continue sfide di una società globalizzata e di un mondo in rapido mutamento e caratterizzato da forti interconnessioni.

Da una recente ricerca esplorativa condotta dall’Università di Siena per il progetto Fattore J promosso con Janssen emerge che il 36% degli adolescenti ancora non sa cosa fare dopo la scuola. E l’incertezza rimane anche tra gli studenti degli ultimi anni [vedi I giovani e la scienza].

Educare, formare alla vita e orientare

Non siamo riusciti a fare nostra la convinzione che l’orientamento sia un processo educativo continuo, che riguarda tutte le fasi del percorso formativo a partire dalla scuola dell’infanzia, per acquisire conoscenze, abilità, competenze, atteggiamenti, valori per effettuare scelte consapevoli e controllare attivamente la propria vita, non solo l’attività professionale. Dobbiamo superare la visione ingenua che considera la scuola una variabile dipendente dal mercato del lavoro. L’istruzione è finalizzata a un progetto di vita. La scuola con i suoi processi formativi ed educativi è l’istituzione pubblica che permette alle persone di impadronirsi del futuro e di contribuire al progresso del proprio ambiente.

Una concezione multidimensionale del processo educativo, che noi abbiamo definito con il Modello di educazione per la vita, permette l’orientamento verso i segmenti di scuola successivi e/o verso il lavoro, a partire dall’educazione all’imprenditorialità, come capacità di sviluppare autoconsapevolezza, di trasformare le idee in azioni, di assumere rischi, pianificare e gestire progetti… elementi chiave di una competenza globale. E strategia vincente per combattere anche il mismatch di competenze nel mercato del lavoro.

Sempre di più l’istruzione diventa rilevante non solo come patrimonio di conoscenze certificate dal titolo di studio, ma soprattutto per le character skills acquisite, che garantiscono effetti positivi durevoli nei percorsi discontinui delle carriere lavorative e nella possibilità di governare con percorsi di lifelong learning le numerose transizioni che coinvolgono i lavoratori.

Non solo digital skills, ma anche soft skills

Questa ibridazione è ben descritta nel Futuro delle competenze. L’occupazione nel 2030: da un lato le skills digitali diventano sempre più pervasive, anche nei lavori che non richiedono competenze di carattere specialistico e dall’altra le soft skills sono sempre più importanti anche nelle professioni maggiormente tecniche. L’espressione “paniere delle competenze”, coniata in analogia con il “paniere dei prezzi” dell’Istat, rende bene l’idea dell’ibridazione e del continuo aggiornamento. Il presidente della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, Ludovico Albert, ci ricorda che “Nel secolo scorso le grandi agenzie che si occupavano di intermediazione nel mercato del lavoro erano solite affermare che ‘si è assunti per le competenze e i titoli posseduti e si è licenziati per le competenze socioemotive (SES) che non si riesce a dimostrare di possedere. Oggi gli algoritmi usati dalle stesse agenzie per la selezione del personale da proporre alle aziende per le assunzioni mettono il possesso delle SES al primo posto e in percentuali sempre più rilevanti. Se escludiamo poche specializzazioni di altissimo livello, le competenze hard diventano secondarie”.

Oggi noi chiediamo alla scuola soprattutto di ricomporre il disorientamento nel quale ci troviamo. Non basta. È tempo di lavorare insieme affinché si formino “comunità orientative educanti”, perché oltre a imparare a imparare, occorre ripensare l’orientamento come un processo continuo. E dobbiamo essere in grado di ri-orientarci quando vengono meno o si trasformano i sistemi di riferimento, e questo significa padronanza della cultura e del metodo.

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