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Imprenditorialità sociale come “lievito” per lo sviluppo economico

Gran parte dell'Innovazione non può che nascere dalla valorizzazione piena di quel capitale dormiente che sono i giovani del nostro paese. Ecco cosa si aspetta dalla prossima legislatura Paolo Venturi, Direttore di AICCON

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Nel bel mezzo del rinnovo del Governo c’è una riforma che aspetta di essere implementata. Sono in elaborazione gli schemi di decreti attuativi della legge delega per la riforma del Terzo settore (6 giugno 2016, n.106). È fondamentale che questo processo di riforma arrivi alla sua piena attuazione, risolvendo le ambiguità, le incertezze, i dubbi, che ci sono nel non-profit italiano: per la prima volta nella sua storia esposto verso un riordino strutturale.

L'incertezza del periodo ha un costo molto alto, data la singolarità dei temi sui quali il settore andrà ad incidere in modo significativo. Ricordiamolo, gli Enti del Terzo settore - ETS – sono: coinvolti dalle amministrazioni pubbliche nella co-progettazione delle politiche sociali, destinatari di donazioni, prestatori di servizi sociali per il volontariato, orientati all'interesse generale delle persone. Ce ne parla Paolo Venturi, Direttore di AICCON – Associazione Italiana per la Promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit.

Cosa riprendere e sviluppare: Investimenti a impatto sociale, valorizzazione di buone pratiche e innovazioni, raggiungimento dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile
Bisogna chiudere questo percorso riducendo al minimo le incertezze, proprio perché l'incertezza ha un costo che in ambito sociale si manifesta sulla società. Non è secondario chiudere il percorso sulle Onlus destinate ad essere abrogate e sottoposte alla disciplina degli ETS (D.Lgs. 3 luglio 2017, n.117), organizzazioni che si trovano a metà del guado con un'utenza che chiede delle risposte di carattere sociale. Sarebbe un errore madornale abbondonare questo aspetto, bloccarlo o addirittura orientarlo diversamente.
Un secondo elemento da riprendere e rilanciare riguarda l'investimento pubblico sulle sperimentazioni che nascono dal territorio (dal basso) in ambito sociale. Urgono policy di nuova generazione non più basate sull'incentivo o su processi meramente re-distributivi (classico esempio è l’istituzione di fondi destinati a diverse categorie e interessi), ma che vadano nella logica della sussidiarietà circolare. Insomma servono nuovi investimenti orientati all’impatto sociale, capaci cioè di valorizzare quello che già nella società sta emergendo come innovativo. Dobbiamo investire su ciò che funziona per alcuni, con l’intento di “scalarlo” e renderlo fruibile a tutti.
In Italia è attualmente presente una moltitudine di buone pratiche e innovazioni in diversi ambiti: welfare comunitario, cura, rigenerazione, housing sociale, cultura ecc. Sono soluzioni che nascono dalla capacità di condivere non solo bisogni ma anche risorse, sono esperienze che mirano a prevenire la povertà e a creare nuove comunità. In questo scenario esemplari sono i processi che vedono protagonisti i giovani sempre più orientati a promuovere l’interesse generale in una logica intenzionale. Molte esperienze infatti dimostrano come si possa perseguire l’interesse generale e una funzione pubblica, pur non avendo un esplicito e formalizzato commitment pubblico. Sono pratiche che necessitano di riconoscimento e stima da parte della pubblica amministrazione.
Un altro elemento che può essere sviluppato e ulteriormente dilatato è la strategia sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, lanciati dall’ONU nel 2015 e già inclusi nella programmazione economica nazionale. Su questo sarebbe auspicabile ingaggiare una sorta di competizione cooperativa fra territori, al fine di aumentare competitività e impatto sociale delle città e delle regioni. Lo sviluppo sostenibile è, infatti, abilitato dalle PA, ma non è prodotto direttamente da queste. Una PA per lo sviluppo sostenibile è una PA che deve in qualche modo incentivare ed “essere utile” ai propri stakeholder, premiando e valorizzando ciò che genera benessere e sanzionando ciò che disgrega, impoverisce e aumenta la vulnerabilità.

Cosa abbandonare: il carico normativo della burocrazia e la dicotomia tra economico e sociale
L’innovazione ha bisogno di un ambiente e la burocrazia è il peggior ambiente possibile per innovare. Ogni innovazione, per quanto valida, in molti casi ha prodotto nuove stratificazioni normative e nuove regole. Abbiamo bisogno di innovazioni orientate alla semplificazione e di demolire il carico normativo della burocrazia.
L'altro tema da abbandonare è la cultura “riduzionista” che alimenta la dicotomia che c'è tra economico e sociale. Purtroppo questo viene insegnato ancora in molte università dove si fanno delle lezioni dove il non profit e il welfare sono temi separati dallo sviluppo economico. Il non-profit attira una domanda interna di economia gigantesca perché la spesa pubblica in ambito welfare è un dato economico rilevante per il PIL. Le politiche concepite ancora in una logica dei silos verticali, ossia da una parte l’economia che produce e dall’altra il welfare che redistribuisce, sono la causa di molti dei nostri paradossi ( es. i working poor). In futuro occorrerà riallineare i codici e rilanciare una maggiore sinergia fra la dimensione economica e sociale, cosa fra l’altro già presente nella riforma del Terzo Settore.

Cosa desiderare per il 2018: investimento sulle politiche attive di accompagnamento al lavoro e sull’educazione all’imprenditorialità sociale
Bisogna cominciare a investire seriamente su alcuni temi che hanno raggiunto una certa massa critica. Il primo è la transizione scuola-lavoro, nel senso che, al di là del mismatch tra le competenze (dovuto in gran parte al crescente uso delle tecnologie), i giovani e le famiglie si trovano soli o meglio non accompagnati in questo percorso. Gran parte dell'Innovazione non può che nascere dalla valorizzazione piena di quel capitale dormiente che sono i giovani del nostro paese; questo può avvenire solo rilanciando investimenti e strumenti contrattuali (apprendistato, alternanza scuola lavoro) che accompagnino questo passaggio e che incentivino, anche attraverso un uso intelligente della tecnologia, nuove forme di imprenditorialità (in particolare quella sociale).
Se dovessi fare una battaglia importante la farei sul tema dell’educazione all'imprenditorialità. Spesso la creazione d’impresa viene vista come “una corsa” ( accelerata) per generare valore economico, al fine poi di essere venduta ( exit) ai soliti leader del settore. Pur rispettando questa visione credo che lo sviluppo delle imprese debba essere misurato non solo in termini di “exit” (quante imprese son state acquisite) ma attraverso la capacità di generare valore attraverso la creazione di lavoro e sviluppo territoriale ( quanti occupati e quanto indotto per il territorio). Il nostro paese è pieno di giacimenti, di “asset” non valorizzati, un capitale che può attivare nuove filiere attraverso un “fare impresa” che incroci tradizione e futuro. La tecnologia è ormai una commodity ed è fruibile ovunque (a costi sempre più bassi), la tradizione invece è un asset non delocalizzabile e noi ne siamo ricchi. Ecco che quindi nuovo artigianato, nuova manifattura, imprese sociali, welfare culturale, agricoltura sociale diventano campi di sperimentazione straordinari.
Urge però un’educazione all'imprenditorialità, che non può che partire dalle scuole. Siamo uno dei paesi in fondo alla classifica, sia come investimenti di venture capitalist che per gli esigui investimenti pubblici sul tema. C’è il programma Industria 4.0, legato al tema dell’iper e del super ammortamento per una taglia di imprese di medio-grandi dimensioni che investono in beni funzionali alla trasformazione digitale; politiche indispensabili e utilissime, ma la nostra economia ha una taglia di imprese medio-piccole a vocazione territoriale. Fare un investimento sull’educazione all’imprenditorialità costituisce la premessa per rilanciare percorsi di sviluppo basati sul capitale umano e sul genius loci di un paese, oggettivamente bello e ricco.