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Brescia: un modello di governance per la sensorizzazione del territorio

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Come per molti altri aspetti del processo di trasformazione digitale, anche nel campo delle applicazioni IoT alla gestione di reti e servizi pubblici le innovazioni tendono a concentrarsi con maggiore rapidità nei centri di maggiore dimensione. Ma ci sono iniziative che provano a superare questi limiti, come il progetto “Smart Area Brescia”

19 Febbraio 2019

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Daniele Fichera

Senior Consulting Urban Innovation, FPA

Photo by Tim Abrashnev on Unsplash - https://unsplash.com/photos/DN3aP9vbjbM

Monitorare la rete idrica per attivare tempestivamente interventi sulle perdite, programmare i percorsi dei mezzi di raccolta rifiuti in funzione del riempimento dei cassonetti, gestire la rete semaforica per fluidificare il transito dei mezzi pubblici, regolare l’irrigazione del verde urbano in ragione delle condizioni atmosferiche, informare gli automobilisti sulla disponibilità di posti nei diversi parcheggi riducendo il traffico di ricerca…l’elenco degli esempi in cui l’applicazione delle tecnologie collegate all’utilizzo dell’Internet of Things, all’analisi dei Big Data e allo sviluppo del Cognitive Computing impatta sui servizi pubblici funzionali, sul monitoraggio del territorio e sull’interazione tra cittadini e amministrazioni potrebbe continuare per pagine e pagine.

Le evoluzioni tecnologiche, collegate alla trasformazione digitale, che coinvolgono hardware e software impiegati per gestire le reti funzionali territoriali sono molteplici. Sul fronte hardware crescono le capacità delle varie tipologie di sensori di rilevare, codificare digitalmente e trasmettere la misurazione di variabili che descrivono gli aspetti di interesse dell’ambiente che li circonda; crescono la pervasività e la capacità delle reti di comunicazione di trasmettere i dati codificati; crescono le capacità di calcolo disponibili per analizzare i dati acquisiti. Dal punto di vista del software si raffinano i modelli di analisi e gli algoritmi a essi collegati per interpretare i dati e ricavarne informazioni descrittive, predittive e prescrittive e si evolvono le applicazioni rese disponibili ai decisori (e ai cittadini) per informarsi e prendere decisioni motivate.

I più “semplici” modelli di Data Driven Decision, basati sulla sequenza rilevazione-analisi-intervento, riferiti ai singoli servizi e alle singole reti si perfezionano costantemente, rendendo possibili grandi miglioramenti di efficienza ed efficacia nei singoli ambiti: una regolazione della illuminazione pubblica basata sulla rilevazione delle presenze nell’area interessata consente elevati risparmi di energia; una gestione della rete semaforica basata sulla rilevazione delle effettive condizioni di traffico consente di ridurre tempi di percorrenza, congestione e inquinamento; la definizione dei percorsi dei mezzi basata sulla rilevazione del grado di riempimento dei cassonetti permette di ottimizzare la raccolta dei rifiuti e via dicendo…

Sono i gestori delle reti e dei servizi i protagonisti di questi processi di innovazione tecnologica (sia sul versante hardware che software) e organizzativa (metodologie di analisi, valutazione, decisione e intervento), ma sono le amministrazioni pubbliche locali che devono definire il quadro strategico territoriale in cui queste trasformazioni si devono collocare (e dunque gli obiettivi e le priorità di interesse collettivo, la governance dei dati, le possibilità di integrazione dei sistemi, le modalità di coinvolgimento dei cittadini e delle imprese).

Una questione rilevante è che, come è avvenuto per molti altri aspetti del processo di trasformazione digitale, anche in questo caso le innovazioni tendono a concentrarsi e a essere implementate con maggiore rapidità nei centri di maggiore dimensione. Le amministrazioni delle città demograficamente più consistenti dispongono, infatti, di maggiori risorse e possono sfruttare economie di scala e densità; d’altra parte sono anche più dotate di consolidate competenze tecnologiche e amministrative per gestire i processi e, nel contempo, possono più facilmente ed autorevolmente interloquire con i soggetti promotori e realizzatori. Rischia dunque di riproporsi, anche in questo ambito, una dinamica differenziata – un digital divide territoriale – che penalizzerebbe i comuni di minori dimensioni e più lontani dalla cerchia urbana.

Tuttavia sono numerose le applicazioni IoT caratterizzate da una rilevante valenza territoriale che prescinde dalla “densità” del territorio stesso. Si pensi – rimanendo nell’ambito delle funzioni pubbliche – al monitoraggio delle infrastrutture stradali (a partire da quelle più sensibili come ponti e sottopassaggi), alla gestione di parchi e aree verdi, al monitoraggio del suolo e dei corpi idrici, alla videosorveglianza di luoghi remoti.

Assume perciò un particolare valore emblematico il progetto “Smart Area Brescia, avviato dalla Provincia di Brescia in collaborazione con A2A, che è stato presentato l’11 febbraio nel convegno “ Dalla Smart City alla Smart Land” organizzato da FPA nella originale cornice del Museo delle Mille Miglia e introdotto dal Presidente della Provincia Samuele Alghisi.

Come hanno spiegato Raffaele Gareri, direttore innovazione, turismo e servizi ai comuni della Provincia di Brescia, Martina Molinari, direttore di A2A Smartcity, e Gabriele Pranovi, responsabile del servizio innovazione del comune di Brescia, i comuni della provincia aderendo all’iniziativa otterranno l’installazione del loro territorio di gateway acces point Wi Fi che consentiranno l’accesso alla rete LoRA e potranno attivare un set di sensori di varie tipologie, collegabili ai gateway, nonché dei punti di accesso Wi-Fi pubblici e gratuiti per i cittadini. Una serie di possibilità cui difficilmente comuni di dimensione piccola e medio-piccola avrebbero potuto accedere singolarmente. Il progetto coinvolge, per il momento, 28 comuni e prevede l’implementazione di 165 gateway, l’istallazione per ogni comune di quattro sensori IoT (ambientale, antiintrusione, building e building comfort) e la possibilità di installare ulteriori sensori e di attivare i servizi collegati (smart parking, irrigazione aree verdi, controllo illuminazione, etc.), l’attivazione di 400 nuovi access point WiFi (con servizio di autenticazione federato) e la presa in carico di altri 500 access point già esistenti. Prevede inoltre la possibilità di implementare nuove videocamere e l’integrazione nel sistema di quelle esistenti, nonché la messa a disposizione degli accessi alla rete costituiti daigateway per altre reti di sensori, pubbliche e private, in ambiti che possono spaziare dal turismo all’agricoltura.

L’intervento non è un’iniziativa episodica ma si sovrappone e si integra in primo luogo con il precedente bando regionale IP Lumen, che ha consentito il rinnovo dell’illuminazione pubblica in diversi comuni (e dai risparmi realizzati con questa iniziativa è parzialmente finanziato il nuovo intervento), e più in generale si iscrive nel contesto programmatico individuato con l’Agenda Digitale della Provincia, che ha definito lo scenario strategico della trasformazione digitale del territorio fornendo un quadro di riferimento, e i relativi strumenti attuativi, alle singole amministrazioni. L’antico ente di area vasta, ancorché di secondo grado (o forse proprio in quanto di secondo grado), scopre (o riscopre) così una funzione federativa di “sussidiarietà abilitante” proprio sul nuovo fronte della trasformazione digitale.

Anche le modalità di finanziamento e di definizione del percorso amministrativo che ha portato il modello a essere effettivamente operativo costituiscono esempi di applicazione di innovazioni organizzative, normative e procedurali che possono assumere un valore emblematico. Come la attivazione del CIT (Centro Innovazione e Tecnologie), struttura operativa cui aderiscono oltre 200 enti finalizzata a sostenere comuni singoli e associati nella implementazione della trasformazione digitale e come l’utilizzo delle modalità di finanza di progetto di cui all’art.183 del D.Lgs. 50/2016, che ha consentito di valorizzare da una parte le capacità progettuali e realizzative di un’azienda fortemente innovativa e radicata territorialmente come A2A, dall’altra di impegnare la stessa in una sfida imprenditoriale aperta.

Sarà interessante vedere ora come questa esperienza si evolverà, quali ne saranno i concreti risultati, se si attiverà un sistema di confronto costante tra gli enti locali sulle soluzioni adottate, come si svilupperà l’integrazione con altri sistemi anche dal punto di vista dell’utilizzo della grande massa di dati potenzialmente raccolti, quali forme saranno individuate per il coinvolgimento dei cittadini e delle imprese del territorio.

L’esperienza bresciana, come hanno testimoniato gli interventi degli amministratori e dei dirigenti locali nella tavola rotonda condotta dal direttore di FPA Gianni Dominici, costituisce dunque certamente un modello di riferimento, forse da riprodurre, certamente da studiare.

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