Città della prossimità ‘ibrida’. Il ruolo delle piattaforme

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Le piattaforme cambiano il modo in cui le persone vivono la città, che si tratti di piattaforme progettate appositamente per rafforzare le relazioni di prossimità o di piattaforme (per l’acquisto di cibo, per la mobilità, per lo scambio di oggetti ecc.) utilizzate dai residenti in un particolare territorio. In entrambi i casi, diversi interrogativi si aprono nella prospettiva di pensare a una nuova città della prossimità “ibrida”

17 Febbraio 2022

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Ivana Pais

Professoressa ordinaria di sociologia dei processi economici e del lavoro, Università Cattolica del Sacro Cuore

Photo by Toa Heftiba on Unsplash - https://unsplash.com/photos/6bKpHAun4d8

Ci sono idee che arrivano – o vengono riscoperte – al momento giusto. Parole chiave che riescono a sintetizzare concetti complessi e spingere all’azione. Slogan a volte ambigui, che proprio per questo parlano a persone diverse. La “città dei 15 minuti” è l’idea che – più di altre – sta aggregando individui, organizzazioni e istituzioni intorno a una visione condivisa di futuro desiderabile nella società pandemica. L’espressione è felice: coniuga spazio e tempo e costruisce un’idea di città a partire dai passi di ogni cittadino. Ma, come spesso avviene con gli slogan, anche in questo caso all’efficacia comunicativa non corrisponde una equivalente chiarezza concettuale. Per questo servono analisi che permettano di approdare dalla suggestione all’interpretazione e alla progettazione. In un libro di recente pubblicazione[1], Ezio Manzini ha proposto un passaggio simbolicamente importante, dall’idea di città dei 15 minuti a città delle prossimità, «una città caratterizzata in tutta la sua estensione da una prossimità diversificata, relazionale e ibrida, in contrasto sia con la città della prossimità specializzata e funzionale della modernità del secolo scorso, sia con quella dell’iperprossimità del tutto a/da casa».

Prossimità ibrida e piattaforme digitali

Tra le diverse declinazioni, viene illustrato quello di ‘prossimità ibrida’ in cui le opportunità di incontro nel mondo fisico sono sostenute da interazioni in quello digitale; una prossimità resa possibile dalle tecnologie, ma che le tecnologie da sole non possono sostenere. Tra queste, negli ultimi anni ha assunto particolare rilevanza la ‘piattaforma digitale’, intesa non solo come infrastruttura tecnica ma come forma organizzativa.

Seppur presenti anche in contesti rurali o di aree interne, le piattaforme nascono e si sviluppano prevalentemente in città, per diverse ragioni. Innanzitutto, perché per funzionare richiedono densità. Questo vale soprattutto per le piattaforme che facilitano l’incontro tra domanda e offerta di servizi online, ma che poi richiedono l’incontro in presenza. Ma la città come palcoscenico o teatro del capitalismo di piattaforma è solo il primo livello. Quello che qui ci interessa maggiormente è il fatto che le piattaforme cambiano il modo in cui le persone vivono la città e riconfigurano lo spazio urbano, soprattutto nel passaggio di scala alla prossimità.

La prospettiva della città della prossimità abitabile interroga circa la possibilità di progettare piattaforme intenzionalmente orientate al rafforzamento delle relazioni di prossimità e, al tempo stesso, circa le implicazioni relazionali dell’utilizzo di piattaforme (di ogni genere) da parte dei residenti in un territorio.

Per quanto riguarda il primo punto, in Italia più che piattaforme dedicate alle relazioni di quartiere (come Nextdoor) hanno avuto successo i gruppi Facebook dedicati a un’area territoriale limitata (quartiere, paese). Si tratta dunque di spazi digitali dedicati su piattaforme di social media, che – rispetto ai gruppi Whatsapp di quartiere o simili – si caratterizzano per la loro dimensione aperta e pubblica. L’esperienza più rilevante è sicuramente quella delle social street.

A queste iniziative di socialità intenzionale mediata dal digitale si affiancano però – ben più frequenti – le esperienze quotidiane di interazione tramite piattaforma di altro genere (per l’acquisto di cibo, per la mobilità, per lo scambio di oggetti ecc.), che possono (oppure no) diventare veicolo di nuove forme di interazione e relazione di prossimità. La localizzazione è spesso connaturata al servizio offerto dalle piattaforme e la prossimità condizione necessaria al loro funzionamento. La possibilità di radicamento delle infrastrutture digitali passa in questo caso – può sembrare un paradosso – da luoghi fisici, che permettono di muovere dallo scenario del “tutto a/da casa” in direzione di quello del “tutto vicino”.

Spazi di coworking, community hub, portinerie di quartiere, persino chioschi ed edicole: sono i luoghi che abilitano le nostre relazioni “onlife”, per usare il neologismo proposto da Luciano Floridi. Spazi aperti, spesso in grado di coinvolgere un ampio e diversificato numero di attori. Una questione particolarmente importante anche come modalità di fronteggiamento di quell’esclusione sociale che rappresenta uno dei rischi più seri di una dinamica urbana infrastrutturata attraverso piattaforme digitali, e non solo per i problemi legati all’accesso materiale alla rete o all’alfabetizzazione strumentale, ma per differenze nella capacità di appropriazione e manipolazione simbolica di nuovi linguaggi, che rischiano di riprodurre le forme tradizionali di stratificazione sociale.

Questi luoghi sono preziosi anche perché sono “punti di aggancio” delle piattaforme: corrispondono ai deviatoi o scambi delle infrastrutture ferroviarie e, come il punto in cui due binari si incontrano, consentono un cambio di direzione. Fuori di metafora, rappresentano il punto di incontro e di scambio tra comunità che utilizzano piattaforme diverse.

Così, per esempio, lo spazio di coworking può essere punto di incontro fisico per gli utenti di una piattaforma di welfare territoriale e, al tempo stesso, centro di distribuzione del gas locale, e la contaminazione tra queste esperienze produce nuovi beni collettivi locali.

Queste esperienze mettono anche in luce la centralità di figure di abilitazione e facilitazione delle relazioni tra gli utenti delle piattaforme, variamente denominate community manager, district manager o delegati sociali. Inoltre, pongono interessanti interrogativi rispetto alla governance della città delle prossimità.

La governance della città delle prossimità

Le piattaforme costruiscono le città, ma le città sono anche il luogo dove si manifestano con più forza i problemi sociali da esse generati: la gentrificazione rafforzata da Airbnb, i rischi per la salute e la mancata tutela del lavoro dei rider, i rischi di sostituzione del commercio di prossimità a opera di Amazon sono solo alcuni dei segnali in tal senso. Questo non è l’unico limite: la città è il livello più esposto ai rischi del cambiamento sociale e, al tempo stesso, anche quello con meno leve di intervento, in termini di capacità di imposizione fiscale, di sviluppo di una propria politica industriale o di capacità di spesa.

E se a livelli di scala inferiori (qualunque sia il perimetro ritenuto pertinente) diventa ancor più difficile agire queste leve, ecco allora che le città sono chiamate a individuare modalità di intervento nuove.

Muovendosi all’interno dei limiti descritti, le strategie adottate dalle città nei confronti delle piattaforme possono essere ricondotte a tre tipi di azione: regolare, sostenere, creare/adottare.

La regolazione è la forma più tradizionale ed è stata messa in atto soprattutto nell’ambito della mobilità e dell’accoglienza turistica per ridurre l’impatto della gentrificazione. Nella prospettiva della città delle prossimità è più utile, tuttavia, riflettere sulle altre due forme: sostegno e adozione.

Le amministrazioni locali generalmente sostengono le piattaforme etiche attraverso tre canali. Il primo riguarda le consulenze basate su competenze interne all’amministrazione. Il secondo è come ‘utente’ della piattaforma, in qualità di committente. Il 14% del PIL dell’Unione Europea e il 10% di quello italiano è speso attraverso il procurement pubblico: l’introduzione di criteri di valutazione attenti alla dimensione relazionale, etica e democratica può fornire alle piattaforme un volume di commesse particolarmente utile, soprattutto in fase di avvio del processo. Il terzo, e forse più rilevante, canale riguarda il capitale reputazionale: l’amministrazione pubblica può riconoscere, attraverso registri o altre forme, le piattaforme che rispondono a criteri di giustizia sociale.

La terza strategia per orientare la scelta delle piattaforme urbane da parte delle amministrazioni locali è la creazione di nuove piattaforme o l’adozione e personalizzazione di piattaforme già esistenti. Questa strategia viene adottata da amministrazioni che intendono utilizzare le piattaforme come modalità di innovazione organizzativa. Le piattaforme civiche non si limitano generalmente ad automatizzare processi preesistenti, ma creano supporti digitali per sostenere nuove strategie di governance partecipativa. Di fatto, queste infrastrutture diventano nuovi “beni collettivi locali per la collaborazione”. La presenza di un ecosistema di piattaforme digitali integrato e radicato nel territorio rappresenta infatti una risorsa a disposizione delle persone, delle aziende e delle organizzazioni che lo abitano e può supportare l’emergere di nuove economie che si nutrano delle nuove forme di prossimità.


[1] Ezio Manzini, Abitare la prossimità. Idee per la città dei 15 minuti, Egea, Milano 2021. Il presente contributo presenta una sintesi delle riflessioni proposte nel capitolo da me curato Futuro Prossimo. Città delle prossimità e piattaforme digitali, pp. 147-174.

Questo articolo è tratto dall’Annual Report 2021 di FPA (disponibile online gratuitamente, previa registrazione)