Claudio Gnessi: “Il disegno della città a cerchi concentrici si dimostra essere qualcosa che non ha più senso”

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Claudio Gnessi, Presidente dell’Ecomuseo Casilino, intervistato da Gianni Dominici, spiega perché per Roma essersi sviluppata a macchia di leopardo probabilmente, in uno scenario come questo, è la sua più grande potenzialità

30 Settembre 2020

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Redazione FPA

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Abbiamo assistito per anni al rapporto aree metropolitane e comuni limitrofi, spesso relegati a essere il dormitorio delle grandi città. Oggi la propagazione del covid-19 ha ridefinito una nuova geografia del paesaggio e del territorio, lo spazio urbano si è esteso sino a delineare la centralità dei piccoli centri e delle aree periferiche. Parigi ha creato l’assessore ai 15 minuti, con l’obiettivo di riprogettare la città portando a un quarto d’ora a piedi o in bicicletta le relazioni più prossime: lavoro, vita sociale, famiglia. Sull’esempio di Parigi si aprono nuovi scenari segnati in Italia anche dalle riflessioni avanzate dalla ministra della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, che introduce la volontà di portare il 30-40% dei dipendenti in smartworking, e di sperimentare postazioni di co-working in sedi periferiche dello Stato.
Una rivoluzione che sta cambiando il disegno delle città. A parlane in questa intervista, a cura di Gianni Dominici, Claudio Gnessi, Presidente dell’Ecomuseo Casilino e Lead Interaction Designer.

L’intervista

In un periodo di rilancio del paese, poniamo attenzione a nuove dinamiche relazionali e l’ecomuseo Casilino potremmo considerarlo un osservatorio del rapporto persone-ambiente; posto in una periferia storica di Roma, l’area che va da Torpignattara al Casilino, descritta da Pasolini in “Ragazzi di vita”.

“L’ecomuseo Casilino è un progetto partecipativo di salvaguardia e valorizzazione del territorio, nato dopo un lungo percorso vertenziale avviato all’inizio del 2010 contro l’amministrazione pubblica di Roma Capitale per un tentativo di edificazione massiva e valorizzazione immobiliare di un’ampia area verde; non è altro – sottolinea Gnessi – che il tentativo di innescare una musealizzazione diffusa del territorio in cui le persone vivono” e quindi di spostare il concetto museale dall’edificio espositivo al contesto urbano circostante.

“È una delle forme di produzione culturale più vicina alla Convenzione di Faro, che “prevede l’interazione tra i sistemi territoriali e culturali e i sistemi umani in una relazione proattiva l’uno verso l’altro, in una situazione di circolarità, affinché non ci sia semplicemente un rapporto passivo fra uso del territorio, fruizione del bene culturale e vita delle persone ma la vita delle persone produca patrimonio culturale e valorizzi e salvaguardi il territorio e il territorio salvaguardato produca nuova vita, vita migliore produca nuovo patrimonio culturale”.

Tutto questo accade un’area piena di storia, coinvolta dal primo
processo di urbanizzazione e questo ci consente di fare dei discorsi sulla relazione fra centro e periferie, città e aree interne.
“La ‘centrificazione’ delle città (termine volutamente pronunciato da Gnessi con la “c” per spostare il dibattito dalla gentrificazione alla centrificazione) è restata un tentativo di disegno delle metropoli che era superato, non rispondeva alle esigenze e alla realtà dei fatti. Da sempre la cosiddetta corona dei quartieri di cintura del centro o dei paesi della provincia, che cingono la città, sono i luoghi di relazione”.

E quindi il covid che cosa ha dimostrato, che il centro è privo di relazioni concrete?
“Che il centro non è altro che una scatola vuota, è un enorme open space disseminato tra commercio, uffici pubblici, uffici di rappresentanza, ma manca una cosa che fa la città, una vita di relazione tra le persone. Se spostiamo l’asse sulla trinità “produci consuma e lavora”, ci rendiamo conto di come Milano era relegata alla costante riproposizione di un modello produttivo di fare le cose. È logico che il disegno della città a cerchi concentrici, un disegno che qualcuno aveva a suo tempo edificato come poco realistico, adesso si dimostra essere semplicemente qualcosa che non ha più senso. Probabilmente per Roma essersi sviluppata a macchia di Leopardo, in uno scenario come questo, è la sua più grande potenzialità”.

“Nel momento in cui – continua Gnessi – si ridisegna la città a 15 minuti, ripartendo sul disegno della territorializzazione della città e sulla valorizzazione dei contesti territoriali che ci sono, ti rendi conto di come il disegno della città è sicuramente più realistico”.

È sicuramente più realistico come stile di vita, ma è realizzabile? Promuovere lo smartworking significa mettere in discussione interessi di grandi gruppi immobiliari.
“Bisogna – afferma Gnessi – uscire da una posizione binaria, per cui chi lavora si muove e va necessariamente sul posto di lavoro, chi non lavora sta a casa. Questa posizione binaria non è vera, la realizzabilità incrocia il problema dell’assenza di infrastrutture. Se si vorrà dar seguito a un ridisegno degli scenari di relazione nei vari settori in cui si articola la società, bisognerà puntare sull’investimento infrastrutturale.

Le dinamiche territoriali difficilmente sono al centro del dibattito politico . Gnessi sottolinea la distanza siderale tra la realtà e la visione politica, portando un esempio paradigmatico legato a un piccolo quadrilatero di terra in cui esisteva una vecchia attività commerciale degli anni ’50. L’unico progetto che è stato messo in campo su quell’area, per una sua trasformazione edilizia, è stata la realizzazione di un supermercato.
Tutto questo dimostra che la politica ha un’immagine del territorio che finisce per essere diversa dalla realtà, ha una visione periferica della città, un’idea vecchia delle relazioni lavorative affettive, culturali, personali che esistono sul territorio.

Altro investimento importante, che non è nell’agenda della politica nazionale e locale, è quello della mediazione culturale. Dalla sua osservazione personale, Gnessi nota che le comunità si sono molto sfilacciate durante il lockdown, soprattutto dove convivevano con prospettive culturali e visioni religiose diverse.

Dalle esperienze registrate nel percorso #road2forumpa2020, abbiamo visto istituzioni pubbliche che hanno reagito positivamente. Probabilmente il lockdown ha rafforzato il senso di appartenenza in comunità organiche e ha aumentato il divario tra comunità diverse.

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