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Come si progetta una smart city “centrata sulle persone”? Nuove competenze e professionalità

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La nostra idea di città intelligente è soprattutto quella che chiama in causa le persone e le relazioni e che vede la tecnologia come strumento fondamentale, ma sicuramente non esclusivo. In un simile paradigma il compito più complesso è quello di raccogliere, integrare e mediare le aspettative e i contributi di tutti gli attori di un contesto urbano per la creazione di progetti innovativi sistemici e socialmente accettati. Un compito complesso a metà tra l’ingegnere gestionale e l’artigiano.

9 Dicembre 2013

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Francesca Battistoni

La nostra idea di città intelligente è soprattutto quella che chiama in causa le persone e le relazioni e che vede la tecnologia come strumento fondamentale, ma sicuramente non esclusivo. In un simile paradigma il compito più complesso è quello di raccogliere, integrare e mediare le aspettative e i contributi di tutti gli attori di un contesto urbano per la creazione di progetti innovativi sistemici e socialmente accettati. Un compito complesso a metà tra l’ingegnere gestionale e l’artigiano. Abbiamo chiesto a Carlo Giovannella di aiutarci a capire quali sono gli orizzonti formativi per chi ha l’obiettivo di portare avanti un simile approccio. Giovannella è titolare del corso in Design For Experience, nel corso di laurea Teoria e Design Dei Nuovi Media presso l’Università di Roma Tor Vergata, che ha appena proposto un master professionalizzante centrato sul paradigma people centered. Un Master che FORUM PA ha scelto di supportare.

Cosa vuol dire progettare una città sulle persone?

Il paradigma della progettazione "people centered" che per completezza sarebbe più opportuno definire "person/people in place centered", indica l’abilità di progettare tenendo in debito conto le caratteristiche e le propensioni di un individuo e della comunità di appartenenza, nonché del contesto in cui essi operano. Il progettista che adotta un tale paradigma deve essere in grado di comprendere il "sistema" in tutte le sue componenti e gli aspetti e di piegare flessibilmente principi e soluzioni progettuali globali alle specificità locali di individui e contesti, ovvero di adottare un punto di vista "glocal".

Un paradigma importante quando parliamo di “Smart City”?

Nel contesto delle smart city da non moltissimo ha cominciato a fare capolino sotto la dicitura "human smart city" come reazione ad una progettazione e pianificazione top-down aventi come obiettivo la realizzazione di modelli e progetti pilota buoni per tutte le situazioni, dunque soluzioni in cui, inevitabilmente, il cittadino e le sue aspettative vengono posti in secondo piano. Le esperienze sul campo hanno chiaramente evidenziato come non possa esistere un’unica via allo sviluppo delle smart city e, ormai, si sta diffondendo sempre di più la convinzione che non possano esistere smart city senza "smart citizens".

Come definirebbe lo “smart citizen”?

Gli smart citizens sono individui pienamente coscienti della propria centralità, delle specificità del contesto, in grado di assumere il ruolo di protagonisti nella pianificazione responsabile del proprio futuro. Appare dunque evidente come sia necessario ripensare gli approcci progettuali facendo incontrare quello top-down con quello bottom-up. E per raggiungere tale obiettivo l’adozione del paradigma "person/people in place centered" è un passo fondamentale.

Quali sono i risvolti di un simile paradigma dal punto di viste economico e sociale?

L’innovazione è fortemente dipendente dall’accettazione sociale che diviene, dunque, anche motore di un volano economico in grado di coinvolge a macchia d’olio tutti i membri di una comunità, grazie ai vantaggi che da essa possono derivare. Una pianificazione "top-down", in parte inevitabile e necessaria, è quasi sempre accompagnata da un raffreddamento delle relazioni sociali, con tutte le inevitabili conseguenze che questo fenomeno produce, tra cui la marginalizzazione, la perdita di identità e l’affievolirsi del senso di appartenenza.
Riportare l’attenzione sui bisogni e le aspettative di una comunità, su una progettazione personalizzata e contestualizzata, per certi versi artigianale, può essere un modo per generare un’innovazione socialmente accettata, e con essa una nuova partenza economica. Che ci sia bisogno di attenzione alle necessità delle piccole comunità e che vi siano, altresì, forti aspettative in questo senso, lo dimostra il fenomeno emergente delle "social street", in cui le tecnologie esistenti vengono utilizzate per favorire il recupero delle relazioni sociali e, in parte, per ravvivare l’economia locale. Tali tecnologie, però, mostrano tutti i limiti della loro genericità quando si voglia andare oltre, segnalando bisogni non ancora soddisfatti sui quali intervenire.  

Ma stiamo parlando solo di benessere sociale o anche di concreta occupazione e ricchezza economica?

Come in tutte le fasi di sviluppo di un paradigma emergente, direi che le opportunità di sviluppo sono quanto meno buone. Inevitabilmente continueranno a esistere i canali diretti e privilegiati tra imprenditori e mondo politico, ma in tempi di crisi siamo tutti più attenti a come vengono utilizzate le scarse risorse pubbliche. Dall’attenzione alle modalità di spesa alla pretesa che i soldi vengano spesi per sviluppare innovazione in grado di soddisfare i bisogni espressi da una comunità il passo è breve. Sono convinto che se si intraprende un tale percorso virtuoso si potrà persino arrivare a stimolare la voglia di investire dei singoli individui. In un momento in cui la politica viene percepita come distante dai bisogni dei cittadini, le municipalità hanno bisogno di una nuova genìa di progettisti in grado di mediare il rapporto con la cittadinanza e integrare i bisogni emergenti all’interno di una pianificazione che si integri con i bisogni più strutturali di ottimizzazione delle risorse e dei flussi. Anche le aziende avranno sempre più bisogno di gruppi di progetto in cui le competenze tecniche si integrino perfettamente con la capacità di intercettare le aspettative e stimolare l’accettabilità sociale dei propri "prodotti".

Quali sono le professionalità e le competenze necessarie?

Facendo riferimento all’Italia, le nostre medie e grandi città, ma anche i sistemi territoriali composti da insiemi di centri più piccoli, devono poter divenire smart senza stravolgere il DNA culturale che si è accumulato nei secoli e senza far perdere, anzi recuperando, quell’Italian Style of Life che per lungo tempo ha contribuito alla costruzione di una percezione del territorio italiano in grado di attrarre da tutto il mondo. Per fare questo è necessario mettere in campo una forte multidisciplinarità. Servono professionalità allargate, individui che a partire da competenze verticali siano in grado di sviluppare delle sensibilità trasversali tali da consentire quanto meno di interagire con tutte le competenze professionali presenti in un gruppo di lavoro e/o progettazione. Le competenze tecniche, dunque, devono integrarsi alla capacità di saper leggere il territorio e interpretare le condizioni al contorno, oltre all’abilità di mediare tra tutti i portatori di interesse. Serve inoltre un’adeguata "design literacy" ovvero la capacità di saper disegnare e gestire processi, e se necessario di riadattarli flessibilmente in corso d’opera, selezionando di volta in volta le metodologie più opportuni, si potrebbe quasi dire secondo un approccio "agile". D’altra parte l’acquisizione della "smartness" di una città o territorio è un processo che si sviluppa lungo un lasso di tempo piuttosto ampio.

Il progettista delle people centered smart city è dunque tecnico, un po’ sociologo, un po’ mediatore culturale…

Senza però dimentaicare il designer! In un paese come il nostro, infatti, non possiamo rinunciare ad una delle competenze che ci viene riconosciuta sin dagli anni cinquanta e che è ancor oggi molto apprezzata, nonostante la forte concorrenza e un certo declino economico. Il design è un valore aggiunto che si nutre di tecnologia avanzata e che per tanti anni ha contribuito alla costruzione della qualità percepita del prodotto made in Italy . Una progettazione sistemica di altrettanta elevata qualità sarebbe di difficile imitazione, quindi esportabile. Infine non possiamo dimenticarci delle competenze necessarie al monitoraggio e all’analisi dell’enorme quantità di dati che vengono prodotti da territori sempre più connessi e sensorializzati, dati che nascondono il racconto del successo o del fallimento di una progettazione. Enormi quantità di dati che richiedono più che muscoli intelligenza, un’intelligenza in grado di selezionare l’insieme necessario e sufficiente che mi piace definire "smart data" (per contrasto con i "big data") e di produrre analisi altrettanto smart a partire dalla comprensione della complessità del contesto in esame.

Il nuovo percorso formativo che avete progettato seguirà, quindi questa impostazione?

Come dicevo, dal nostro punto di vista, la chiave di volta risiede nella multidisciplinarietà e nell’adattamento delle competenze verticali. Occorre dare la possibilità di "sporcarsi le mani" lavorando su casi concreti e/o simulazioni della realtà.
L’anno scorso abbiamo effettuato un’analisi sullo stato dell’arte dell’offerta formativa per capire se il problema fosse mai stato affrontato in questa maniera e ci siamo accorti che non esisteva nulla di simile. Per questa ragione abbiamo ritenuto che fosse importante costruire un ambito che potesse servire allo scopo e abbiamo disegnato il master professionalizzante in "Design of People Centered Smart Cities".
Proprio sulla base di quanto affermato in precedenza lo abbiamo organizzato in laboratori progettuali collaborativi secondo i dettami di una didattica on-line attiva in grado di prendere spunto dalla realtà. Eccezion fatta per un modulo iniziale di allineamento, i laboratori sono stati separati in due blocchi:

a) laboratori orizzontali aventi come obiettivo sia l’acquisizione di competenze metodologiche che la familiarizzazione con tecniche utili nello sviluppo di processi di design per "People Centered Smart Cities" (metodologie di analisi e problem setting, sviluppo strategico del contesto e relativi strumenti, gestione e condivisione di dati e conoscenza, infrastrutture tecnologiche e tecnologie abilitanti).

b) laboratori verticali che mirano a trasportare quanto appreso nei laboratori orizzontali in una progettazione più specifica tipica dei cosiddetti "pillar" di una "smart city" (smart living and people, smart environment, smart mobility, smart governance, smart cultural heritage and learning).

Il percorso si conclude con un momento di integrazione in cui tutto quanto acquisito in precedenza converge in una progettazione sistemica, vera anima del "project work" finale e degna conclusione del percorso di formazione.  
Un tale master rappresenta senza dubbio una grande sfida intorno alla quale si stanno aggregando alcune delle migliori professionalità del nostro paese (si veda la pagina dedicata ai docenti, una pagina che di giorno in giorno si arricchisce di nuovi contributi e testimonianze) e un tentativo per sperimentare una via italiana al design per città/territori intelligenti e accoglienti che recuperino come valore la centralità della persona, della comunità e contesto di appartenenza.

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