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Una città smart è come una macchina di Formula1

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“Quindici anni fa per vincere una gara di Formula1 era necessario avere una buona macchina e un buon pilota, oggi è necessario un buon sistema di telemetria (oltre alla macchina e al pilota). E’ necessario cioè un sistema che raccolga informazioni dalle migliaia di sensori sulla macchina e le trasmetta a tutti i computer che lavorano nei PIT, dove le info rmazioni vengono analizzate e processate, facendo sì che si possano prendere decisioni in tempo reale. Oggi quello che sta succedendo nelle nostre città è proprio questo: stanno iniziando a funzionare come una macchina di Formula1”. Chiamiamola smart, chiamiamola senseable, ma è questa la città che sta cambiando sotto i nostri occhi. Ne parliamo con Carlo Ratti, professore al MIT di Boston e direttore del SENSEable City Lab, che sarà a FORUM PA 2012, il 17 maggio con un keynote alla Prima Giornata dedicata all’impegno delle amministrazioni per le smart city e le smart community, organizzata in collaborazione con Asset Camera, Azienda speciale della Camera di Commercio di Roma.

 

24 Aprile 2012

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Chiara Buongiovanni

“Quindici anni fa per vincere una gara di Formula1 era necessario avere una buona macchina e un buon pilota, oggi è necessario un buon sistema di telemetria (oltre alla macchina e al pilota). E’ necessario cioè un sistema che raccolga informazioni dalle migliaia di sensori sulla macchina e le trasmetta a tutti i computer che lavorano nei PIT, dove le info rmazioni vengono analizzate e processate, facendo sì che si possano prendere decisioni in tempo reale. Oggi quello che sta succedendo nelle nostre città è proprio questo: stanno iniziando a funzionare come una macchina di Formula1”. Chiamiamola smart, chiamiamola senseable, ma è questa la città che sta cambiando sotto i nostri occhi. Ne parliamo con Carlo Ratti, professore al MIT di Boston e direttore del SENSEable City Lab, che sarà a FORUM PA 2012, il 17 maggio con un keynote alla Prima Giornata dedicata all’impegno delle amministrazioni per le smart city e le smart community, organizzata in collaborazione con Asset Camera, Azienda speciale della Camera di Commercio di Roma.

 

 

Chi parla?
Sono Carlo Ratti, architetto, ingegnere e professore al MIT- Massachusetts Institute of Technology di Boston, dove dirigo un gruppo di ricerca che si chiama SENSEable City Lab, con una sede qui a Boston e una più recente a Singapore.

Cosa fate al SENSEable City Lab, che per chi studia la città è un luogo quasi mitico?
Al SENSEable City Lab cerchiamo di capire come la tecnologia sta trasformando le nostre città, disegnando la città di domani. Siamo un gruppo di ricerca multidisciplinare. Una trentina di persone qui a Boston, una decina a a Singapore provenienti da ambiti disciplinari molto diversi: dalla matematica alla fisica, dalla progettazione all’urbanistica alla sociologia.

Perché la appassiona tanto la città?
Dal mio punto di vista quello che succede oggi nelle città è molto importante in particolare in riferimento a due fenomeni. Il primo è l’aumento progressivo e rapido del numero di persone che vivono in città: dal 2008 più del 50% della popolazione mondiale vive nelle città e questo valore sta continuando a crescere molto in fretta. Il secondo fenomeno di grande interesse è legato al quanto e al come la tecnologia sta cambiando la nostra vita nella città, in particolare il nostro modo di capire quello che succede in città e di rispondere a questi cambiamenti.

Ormai "smart" è un termine che fa tendenza ma, dopo anni che ne parliamo, il concetto è ancora valido o già obsoleto?
E’ vero che il termine “smart” si attacca oggi come un’etichetta a molte cose, però quello che sta succedendo al livello delle città è qualcosa di abbastanza unico ed è proprio legato ai grandi cambiamenti che si sono verificati negli ultimi cinque anni, con accelerazioni notevoli negli ultimi due anni. Mi riferisco in particolare ai cambiamenti legati alle reti e alle applicazioni che ci permettono di sincronizzarci, di essere in contatto costante, di avere informazioni temporali e geolocalizzate. Questi rapidi cambiamenti “calati” nel contesto della città stanno creando una condizione assolutamente nuova. Questa nuova condizione possiamo chiamarla smart city, senseable city o ancora in altri modi… però è qualcosa davvero di molto interessante e che sta capitando proprio oggi.

Quale è allora l’elemento che caratterizza questa nuova città in divenire?
Si può dire che quello che sta capitando oggi nella città non è diverso da quello che è successo in altri campi negli ultimi quindici, venti anni. Un campo, ad esempio, è quello della Formula1, dove negli ultimi quindici anni ci sono stati dei grandissimi cambiamenti. Quindici anni fa per vincere una gara erano necessari una buona macchina e un buon pilota, oggi per vincere una gara è necessario un buon sistema di telemetria, oltre alla macchina e al pilota. E’ necessario cioè un sistema che raccolga informazioni in tempo reale dalla macchina, o meglio dalle migliaia e migliaia di sensori messi sulla macchina, e che le trasmetta a tutti quei computer che vediamo nei PIT, dove le informazioni vengono analizzate e processate, facendo sì che si possano prendere decisioni in tempo reale. Questa è un’analogia, ma oggi quello che sta succedendo nelle nostre città è proprio questo: stanno iniziando a funzionare come una macchina di Formula1.

Ci sono delle condizioni, dei pre-requisiti che una città dovrebbe avere prima di iniziare a muovere verso un modello smart?
L’aspetto interessante di queste nuove tecnologie – o delle smart city se vogliamo usare questa etichetta – è che non richiedono grandissime infrastrutture e questo, secondo me, è un aspetto di particolare interesse per le città italiane. I nostri bellissimi centri storici avrebbero avuto grandissima difficoltà ad adattarsi una volta agli imperativi della rivoluzione industriale, si possono invece adattare molto meglio a quello che sta succedendo oggi. Mi riferisco a queste tecnologie più soft che sono legate alle reti e all’elettronica distribuita che ci portiamo addosso, ai sensori che possiamo mettere in città, a qualcosa che permette di far funzionare una infrastruttura hard in modo nuovo grazie al software.

Lei pensa che in Italia ci stiamo muovendo verso questa direzione?
La situazione italiana è sempre un po’ a macchia di leopardo, però vedo moltissime realtà che si stanno muovendo e anche importanti iniziative promosse dal nuovo Governo legate al modello della smart city, così come interessanti indicazioni che arrivano dall’Unione Europea. Penso che qualcosa di molto interessante stia per succedere. Un dato di fatto è che l’Italia in quanto a bellezza delle città ha una ricchezza che ci viene invidiata da tutto il mondo. Credo perciò che le città italiane abbiano un grandissimo potenziale e che il modello smart offra grandi opportunità per farle funzionare ancora meglio.

In Europa, qualcuno si preoccupa di che fine faranno il cittadino e la sfera pubblica nella smart city, evidenziando il rischio di una corsa all’infrastrutturazione tecnologica a scapito dell’inclusione e della partecipazione civica. Lei che ne pensa?
Io non vedo questo come un rischio, però è vero che è un elemento del dibattito in corso. Nel numero di settembre 2011 di Scientific American, con Anthony Townsend, abbiamo pubblicato un lavoro che affrontava la questione. (Il lavoro è stato poi base di discussione anche per l’evento Social Cities of Tomorrow, dello scorso febbraio ad Amsterdam). Sostanzialmente abbiamo proposto questa differenza tra sistemi top down e bottom up all’interno della smart city, cioè sistemi disegnati e implementati dall’alto piuttosto dal basso. Sebbene io non veda il rischio dell’affermarsi di un modello smart city marcatamente top-down è vero che tutte queste tecnologie di cui parliamo possono essere usate in due modi. Il primo è guidato appunto da una visione dall’alto, in un’ottica di ottimizzazione del sistema, secondo un modo un po’ più “ingegneristico” di pensare la smart city; il secondo è guidato da usi e pratiche che emergono prevalentemente dal basso. Su quest’ultimo punto abbiamo esempi recenti e sorprendenti: dalla primavera araba a Occupy New York, Boston e le altre città statunitensi toccate dalla protesta, cioè movimenti in cui le persone hanno usato tecnologie nuove, da Foursquare a Twitter, per coordinarsi e per agire all’interno della città. Nel caso del movimento della primavera araba, come dei gruppi di Occupy, il fine era prevalentemente politico ma la stessa cosa sta succedendo qui negli Stati Uniti per tenere sottocontrollo lo stato di manutenzione delle strade come per riportare le informazioni sul traffico, cioè in tutto il grande campo che è il crowdsourcing che permette di usare queste infrastrutture in modalità bottom up. Non vedo dei rischi nell’uso top down di per sé, oggi come oggi nelle città in giro per il mondo. Credo, però, che sia importante pensare a come bilanciare le due dinamiche – top down e bottom up – in modo da riuscire a ottenere i servizi migliori per tutti noi, per le persone che vivono in città.

Ci da appuntamento a FORUM PA 2012?
Si, ci sarò il 17 maggio, nella giornata dedicata all’impegno delle amministrazioni per le smart city e le smart community, organizzata in collaborazione con Asset Camera, Azienda speciale della Camera di Commercio di Roma.

La giornata "L’impegno delle amministrazioni per le smart cities e le smart communities" è una delle tappe del percorso di approfondimento che porterà a Smart City Exhibition, la grande manifestazione dedicata alle città intelligenti che si terrà a Bologna il 29-30-31 ottobre 2012.

 

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