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Un’altra idea sulla città (pubblica) intelligente

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Ho seguito, con interesse ma non senza qualche perplessità, buona parte della tre giorni di Smart City Exhibition, a Bologna. Era quella stessa perplessità che in generale provo quando il termine città viene additivato con specificazioni varie: smart in questo caso, sostenibile, ecologica, a impatto zero e così via, in tante altre occasioni.

10 Dicembre 2012

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Marcello Capucci*

Ho seguito, con interesse ma non senza qualche perplessità, buona parte della tre giorni di Smart City Exhibition, a Bologna. Era quella stessa perplessità che in generale provo quando il termine città viene additivato con specificazioni varie: smart in questo caso, sostenibile, ecologica, a impatto zero e così via, in tante altre occasioni.

Non perché a tali specificazioni non stia dietro una questione reale, o un punto di vista specifico che merita doverosi approfondimenti; quanto piuttosto perché spesso accade che prevalga un effetto “alla moda” della parola d’ordine del momento, che fa perdere di vista un orizzonte più vasto ed organico e fa diventare il ragionamento autoreferenziale, conducendo inevitabilmente a letture parziali e semplicistiche di una questione, quella urbana, a mio avviso alquanto articolata.

Nella specificazione smart, di cui pare condiviso che non si riesca per ora a dare una definizione univoca (quando e perché una città è “smart”?), ci sono tuttavia alcune potenzialità di un certo interesse per chi si vorrebbe occupare di città-e-basta, e lo fa con gli strumenti propri dell’urbanistica, scontrandosi con alcune questioni irrisolte – e forse irrisolvibili – con i metodi tradizionali.

La tecnica urbanistica che ancora pratichiamo ha tentato, fin dalle sue origini, di governare lo sviluppo delle città fondandosi su alcuni presupposti che oggi denunciano limiti evidenti. Regole, norme e relativi strumenti applicativi dovevano essere necessariamente semplici nella loro applicazione, riconducibili quindi ad elementi oggettivamente misurabili, come distanze, superfici, densità, a cui poter ricondurre ipotesi di “qualità” urbane tutte però da dimostrare.

Per essere semplici dovevano anche essere necessariamente sommari, cioè in altre parole relativamente grezzi: non potevano certo soffermarsi a cogliere sfumature o dettagli, né tantomeno le storie delle pietre e soprattutto delle comunità, che invece spesso differenziano brani di città apparentemente piatti ed anonimi.

Oggi considerazioni di questo tipo cominciano ad essere più condivise: il dibattito disciplinare, oltre a sottolineare i limiti dello zoning, evidenzia la limitatezza di un approccio meramente quantitativo. L’idea stessa di  quantità è sempre più in discussione come efficace indice di qualità.

In questo incide anche un problema di risorse: se ad esempio fino a qualche tempo fa le amministrazioni più accorte andavano fiere di incrementare il proprio standard di verde pro-capite, oggi si interrogano perplesse su come faranno a tenerlo sfalciato e pulito. Ciò che era valutato come massimo bene per una collettività, con incredibile rapidità rischia di diventare un problema: un parco mal curato, una scuola con intonaci sbrecciati, una fermata dell’autobus soppressa generano sensazioni di degrado e di progressivo declino.

Fenomeno che si amplifica ancora di più nelle città che hanno raggiunto e saputo garantire livelli elevati di welfare e di qualità diffusa: perché è inevitabile che una volta “abituati” i cittadini all’esistenza di un bene pubblico ed alla sua fruizione, l’esistenza di quel bene viene assunta come fatto dovuto: nessuno ringrazierà più perché c’è, tutti si lamenteranno se non funziona come ci si aspetta.

In un periodo probabilmente lungo di risorse decrescenti, garantire alti livelli prestazionali di quella che potremmo definire la “città pubblica” può diventare difficile. Forse del tutto impossibile se si continua a replicare per inerzia una tecnica urbanistica che in realtà non si è mai preoccupata granché di una qualche forma di controllo di gestione.

In altri termini, nei meccanismi di trasformazione del territorio l’acquisizione delle cosiddette dotazioni territoriali (gli standard urbanistici, per i loro vari usi: urbanizzazioni primarie, verde urbano, scuole asili servizi, ecc.) si è fondata e giustificata sull’idea che “di più è comunque meglio”. 

Il riuscire a sottrarre alla “città privata” (e dunque alla rendita) pezzi di “città pubblica” è da sempre uno dei principali obiettivi, nonché vanti, della disciplina urbanistica. Il che, di per sé, non è certo un male.

Un problema però sorge quando una capacità talvolta anche efficace di “sottrazione” non è accompagnata da una altrettanto valida espressione di progetto urbano: cioè quando a questa dotazione di aree non consegue una efficace costruzione di spazio pubblico, intesa come sequenza di luoghi e temi riconosciuti e riconoscibili dalla comunità.

Quando ciò accade, cioè molto spesso, resta una collezione di aree accumulate alla proprietà pubblica di cui poi, al manifestarsi di un bisogno o di una occasione, si penserà che fare. Si potrà obiettare: meglio comunque così che non averne, di aree pubbliche. Forse sì, ma è innegabile che a questo processo sia molto riconducibile, oltre che una diffusa e percepita mancanza di significati della città contemporanea, anche una scarsa efficacia del sistema della “città pubblica”.

Mi capita, per ragioni di lavoro, di partecipare a diversi incontri con cittadini e abitanti: riunioni che spaziano dai problemi spiccioli quotidiani (la buca nella strada o il marciapiede sconnesso) a visioni future per il proprio quartiere o la propria città. Seppure con i dovuti distinguo, la discussione coagula quasi sempre in alcuni slogan ricorrenti, e la soluzione pare vada sempre ricercata nel “più verde”, “più piste ciclabili”, “più luoghi di aggregazione”. In qualche più rara occasione, nel “manca una piazza”.

Eppure, se c’è una capacità innegabile da riconoscere alla storia urbanistica della città in cui vivo e lavoro è certo quella di produrre città pubblica, quantomeno dal punto di vista – appunto – quantitativo.

L’interpretazione a motivo di questa incongruenza la ritrovo nelle considerazioni sopra fatte: cioè che, in estrema sintesi, ad una sostanziosa “quantità” non corrisponda un adeguato “rendimento” urbano di questi spazi: ci sono, ma pare quasi non se ne senta la presenza, non se ne dispieghi il beneficio.

Con il termine rendimento penso alla capacità di risposta che un determinato spazio o servizio riesce a fornire rispetto agli obiettivi per i quali esso è stato pensato. E un criterio di misura sintetico di questo rendimento può consistere nel livello di apprezzamento – in senso lato – che riesce a generare nei suoi utenti.

Ma cosa c’entra l’essere “smart” in tutto questo? Forse proprio in quanto possibile strumento di misura di questo rendimento.

Provo a spiegarmi meglio: la lotta tra quantità e qualità è da sempre assai delicata. L’ostacolo principale contro la seconda sta proprio nella sua valutazione: fattori quantitativi sono bene o male misurabili, fattori qualitativi lo sono molto meno. E’ un po’ la vecchia storia del non è bello ciò che è bello…

Ma allora, possiamo misurare quando la città pubblica – contemporanea, mi viene da aggiungere – “piace”?  Con un ragionamento certo un po’ più raffinato del semplice click su una manina con il pollice alzato.

E’ difficile misurare il livello di soddisfazione di chi vive, usa, abita un determinato luogo o servizio. Certamente impossibile, fino a solo qualche anno fa, sarebbe stato misurarlo in maniera continua: il classico strumento del questionario come tutti lo conosciamo produce riposte statiche, a volte già superate al momento della sua ultimazione.  

Allora mi chiedo: le tecnologie della smart city, quelle che oggi già conosciamo, e soprattutto quelle che rapidamente evolveranno, possono aiutarci in questo percorso? Io penso di si.

Potremmo immaginare, in un futuro molto prossimo, di “sapere” molto di più della città pubblica, di conoscerne meglio la resa. Potremmo immaginare di sapere come risponde alle richieste ed alle esigenze dei suoi utenti veri, ad esempio. Sapere quanto lo usano, per quanto tempo. Forse anche come lo usano. Sapere quanti sono questi utenti: sapere cioè se quello spazio o quel servizio sta soddisfando pochi o molti rispetto alle attese iniziali, o rispetto ai costi di gestione che esso genera. Sapere molto di più dei costi stessi.

In modo analogo, potremmo sapere qualcosa in più anche della città pubblica “futura”, quella che ancora non c’è e che bisogna progettare. Conoscere cosa chiedere, magari, ad una determinata operazione di trasformazione del territorio, se una chiesa una scuola o un campo da calcio: perché a questi oggetti che ricomprendiamo volgarmente nella categoria delle “urbanizzazioni secondarie” corrispondono significati urbani assai differenti. Oppure, capire che non occorre chiedere proprio nulla perché non ce ne è bisogno, e recuperare risorse piuttosto che aree, per fare manutenzione a quello che già c’è, e che forse in quel contesto già basta.

In questa idea, allora, lo spazio pubblico “intelligente” è quello che è capace di dare misura del proprio rendimento, e di farlo in maniera pressoché continua. A questa intelligenza si devono accompagnare, come condizione necessaria, forme di flessibilità ed adattamento. Laddove vi sia la possibilità di misura di un rendimento, occorre infatti mettere in atto le necessarie azioni perché questa misura raggiunga livelli adeguati, oppure sappia mantenerli nel tempo.

Questo processo conduce anche ad una diversa interpretazione di alcuni strumenti urbanistici, almeno per come li abbiamo fino ad ora interpretati. Penso in particolare al Piano dei Servizi, che potrebbe evolvere in un più ricco ed utile Piano del Rendimento Urbano, cioè in una forma continua di gestione, monitoraggio, revisione, aggiornamento delle risorse pubbliche che la città offre.

Abbandonando, vale la pena di sottolinearlo, una logica statica per assumere invece una dimensione continua e dinamica di pianificazione, o meglio di gestione del piano: perché in effetti gli usi urbani sono fatto alquanto cangiante nel tempo.

Senza dimenticare, tuttavia, che la città ha anche sue inevitabili e sacrosante inerzie, rappresentate nei suoi fatti fisici, che poco hanno di smart, e che piuttosto molto farei derivare dall’applicazione di una profonda cultura di progetto urbano: ben venga l’intelligenza, quando si parla di spazio pubblico, ma sempre ricercandone la bellezza.


* Marcello Capucci è Dirigente del Servizio Trasformazione e Progetti Urbani del Comune di Modena

 

 

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