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“A maggior ragione…” una riflessione su manovra finanziaria e amministrazione pubblica

Home Economia “A maggior ragione…” una riflessione su manovra finanziaria e amministrazione pubblica

La manovra finanziaria che è stata varata la settimana scorsa dal Governo, e di cui stasera (è lunedì 31 maggio) è disponibile finalmente il testo, ha avuto già innumerevoli commentatori autorevoli, permettete che, dal mio particolare osservatorio, vi giunga qualche considerazione su alcuni temi che non ho sentito ancora trattare con la sufficiente attenzione.

1 Giugno 2010

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA
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La manovra finanziaria che è stata varata la settimana scorsa dal Governo, e di cui stasera (è lunedì 31 maggio) è disponibile finalmente il testo, ha avuto già innumerevoli commentatori autorevoli, permettete che, dal mio particolare osservatorio, vi giunga qualche considerazione su alcuni temi che non ho sentito ancora trattare con la sufficiente attenzione.Per semplicità dividerò la mia analisi per punti chiedendomi ogni volta se in questa crisi vale ancora la pena di lottare per gli obiettivi di innovazione che la PA in questi anni si è posta e che sono alla base di quella riforma che, comunque la si giudichi, costituisce sino ad ora probabilmente l’azione di governo di maggiore spessore del quarto esecutivo Berlusconi.

Non tratterò volutamente il tema dei temi, ossia il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, non perché non sia importante, ma perché è stato già oggetto di mille analisi e di mille commenti e anche perché, in fondo, anche questo provvedimento è figlio di come si considera l’amministrazione pubblica. L’analisi di questa considerazione di fondo sarà alla base della mia riflessione.

1.      Serve ancora l’innovazione?

A maggior ragione in tempo di crisi è necessario innovare, è necessario portare a termine riforme coraggiose, è necessario reingegnerizzare i processi e rivedere i modelli organizzativi. La PA è ad un passaggio critico: tanti anni fa dicevamo che era in mezzo al guado di una riforma infinita (era la fine degli anni ’90) ora direi piuttosto che è al take off, quando i motori sono spinti al massimo e non si può far altro se non decollare o schiantarsi. Molte di queste riforme porteranno a dei risparmi, sono le cosiddette riforme a costo zero, come le chiama Brunetta. Ma non prendiamoci in giro, se a regime sono a costo zero, o addirittura “sotto zero” quando producono risparmi, non possono partire senza un innesco fatto di investimenti soprattutto in capitale umano. Non c’è PEC che tenga, non c’è reti amiche che servano se non investiamo nella crescita delle professionalità. 

2.      Serve ancora la formazione e lo sviluppo delle professionalità?

A maggior ragione se si vuole sperare di risparmiare e migliorare al contempo la qualità dei servizi. Se si voleva dare un preciso segnale di disistima verso il pubblico impiego, allora con il taglio lineare del 50% della formazione (buona o cattiva che sia, mettendo tutti allo stesso livello in una notte in cui tutti i gatti sono bigi) ci si è riusciti in pieno. Questo è il momento di essere severi sulla qualità della formazione, di essere drastici sui requisiti di accreditamento, di essere pignoli sui piani complessivi di formazione da richiedere alle amministrazioni, di essere decisi nel pretendere una valutazione reale degli interventi ma non è certamente il momento di disinvestire in formazione. Chiedete a chiunque (penso alle Poste di Corrado Passera per citare solo un esempio) abbia fatto radicali riorganizzazioni di grandi organizzazioni: è partito sempre e dovunque da una formazione capillare e di qualità.

3.      Serve ancora la valutazione?

A maggior ragione se vogliamo puntare sulle eccellenze che sono le sole che ci possono fare uscire dalla crisi in forma strutturale e non meramente episodica. Ma è molto difficile prendere sul serio una valutazione se, come è scritto chiaramente nel decreto (art.9 comma1), “il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti, anche di qualifica dirigenziale, ivi compreso il trattamento accessorio, previsto dai rispettivi ordinamenti delle amministrazioni pubbliche (…) non può superare, in ogni caso, il trattamento in godimento nell’anno 2010”. Ciò vuol dire che nessuno, qualsiasi sia l’esito di una nuova ed efficace valutazione per cui tanto ci siamo battuti, potrà avere un euro in più di quanto ha avuto quest’anno. Purtroppo è la fine di qualsiasi percentuale e di qualsiasi fascia perché a casa mia qualsiasi numero moltiplicato per zero dà sempre zero! A prendere sul serio la valutazione e quindi la riforma si poteva fare certamente meglio salvaguardando l’invarianza del monte salariale complessivo, cosa che avrebbe dato una qualche speranza di flessibilità in base al merito. Così per tre anni tutto il nostro parlare di valutazione delle performance rischia di essere messo in soffitta.

4.      Serve la comunicazione pubblica?

A maggior ragione un Paese che deve puntare, come oggi ha detto egregiamente il Governatore della Banca d’Italia Draghi, su “capacità di fare, equità, desiderio di sapere e solidarietà” non può che cercare questa necessaria ritrovata unione nazionale, questo sentirsi squadra, in una intelligente azione di comunicazione da parte delle amministrazioni pubbliche.
Lo stesso Presidente Napolitano ebbe a dire parlando di comunicazione pubblica che essa “richiede l’adeguamento delle risorse umane e delle strategie organizzative ai crescenti bisogni di informazione della società civile”.
Tagliare come fa la manovra dell’80% queste spese, senza neanche guardare di che si tratta, senza aprire neanche i contenitori che si buttano al macero per sapere se dentro ci sono gioielli o rifiuti è, ad essere buoni, molto miope.
Certo non tutti i convegni che si organizzano sono di qualità, certo non lo sono tutte le mostre: anche qui è necessario prendersi la responsabilità di giudicare.

5.      Serve una consulenza di qualità?

A maggior ragione per promuovere il cambiamento è necessaria la buona consulenza che accompagni le trasformazioni con un occhio “terzo”. Non c’è stata spesa come la consulenza che sia stata messa così alla gogna; ma attenzione, in questo comparto è entrato di tutto. Dai portaborse agli staff dei ministri e dei Presidenti, dagli affidamenti in house ad aziende del tutto pubbliche alle segreterie dei politici. La spesa così sembra altissima, ma quella che va ad aziende di consulenza che presentano piani e progetti verificabili nei risultati è in effetti una minima parte, senz’altro decisamente inferiore a quella della gran parte dei paesi sviluppati. Anche qui nessuno discute la necessità di risparmi, ma invece di sforbiciate alla cieca si potevano intraprendere strade alternative quali l’introduzione di meccanismi di qualificazione della spesa basati su criteri oggettivi, la riduzione del perimetro di azione degli enti pubblici in house, l’adozione di formule a risultato (success fee) concentrando i tagli alla spesa sulle consulenze per le quali non siano previsti dei risultati concreti a fronte della fornitura del servizio, il ricorso sempre e ovunque a procedure di gara ad evidenza pubblica per assicurare la massima trasparenza, evitando ogni sorta di affidamento diretto.

6.      Serve ancora aprire la porta ai giovani nella PA?

A maggior ragione in un tempo di crisi come quello che stiamo attraversando il futuro dei giovani dipende dalla politica del lavoro, e il lavoro pubblico ne è magna pars. Tutti, buon ultimo oggi Draghi, lamentiamo che stiamo togliendo ai giovani, escludendoli di fatto dalla vita attiva, diritti chiave di cittadinanza. Ma quando alle parole dovrebbero succedere i fatti ecco che le porte si chiudono, i concorsi non si fanno, il turnover è bloccato e i giovani, con il loro carico di innovazione nativa, di entusiasmo, di speranze restano fuori. Di tutti i punti è quello che digerisco di meno e non solo per una politica sociale, per altro necessaria, a favore del lavoro giovanile, ma anche perché sono convinto da sempre che innovazione senza giovani è un ossimoro, è un non senso logico e organizzativo.

Ma come fare se bisogna comunque rispettare le cifre complessive della manovra? Ha senso lamentarsi del metodo in un momento così difficile? Non posso che confermare: non solo il metodo qui è sostanza, ma dal metodo dipende il fallimento o la riuscita nel tempo dell’intera operazione. Nessuno contesta la necessità della manovra e (forse) neanche il suo ammontare. Quel che è in discussione è il come: dare maggiore o minore responsabilità alle amministrazioni, alla loro capacità di gestire i budget e di tenere i saldi di bilancio pure di fronte a scelte diverse l’una dall’altra e dettate dalle peculiarità di ciascuna.

Il metodo però dipende da quale è la visione che si ha del mondo pubblico: se si pensa che è in fondo uno spreco per il paese da limitare al massimo, se si crede che è inemendabile, se si argomenta che l’unico sistema buono è “affamare la bestia” perché essa non è in grado di autoregolarsi, se non si crede opportuno impiegare fatica, risorse, creatività e intelligenza per guardare cosa è buono e quindi da conservare e far crescere e cosa è cattivo e quindi da tagliare, se non si ha il coraggio di progettare riforme strutturali che cambino l’assetto istituzionale e che incidano, quindi, sulla vera zavorra che impedisce alla PA di crescere in produttività, se non si vuole avere la pazienza di adoperarsi con professionalità a scovare e cacciare lo spreco che si annida nel cuore delle organizzazioni e non nella cintura esterna delle spese per beni e servizi, se non si vuole fare, insomma, “governo” della amministrazione pubblica, allora va bene così.
Va bene stabilire rigidamente per legge quanto ciascuno deve tagliare in comunicazione, formazione, spese di consulenza, ecc. con lo spauracchio onnipresente del “danno erariale” che farà sì che nessun dirigente avrà più il coraggio di fare alcunché.
Io non sono d’accordo.

Lasciatemi finire con un’impressione a caldo dopo aver letto con attenta ermeneutica per quasi una nottata le 176 pagine della manovra.

Mi piace poco il contenuto della manovra, ma ancor meno mi piace la metacomunicazione che è ad essa sottesa. L’amministrazione pubblica che io conosco non è quella che la manovra descrive implicitamente: essa parla di un’amministrazione scialacquatrice, divisa tra feste e festini fatti per non andare a lavorare, auto blu per tutti, sedi all’estero in cui andarsela a spassare, consulenze inutili pagate agli amici e formazione fatta solo per starsene fuori sede. Ripeto: non è la PA che io ho visto nei vent’anni di osservatore attento, che è fatta, invece, per la grande maggioranza di dipendenti che, per uno stipendio più basso di oltre il 20% rispetto alla maggior parte dei loro colleghi europei, fanno del loro meglio per fornire servizi ai cittadini ed imprese NONOSTANTE l’organizzazione delle amministrazioni sia autoreferenziale, nonostante i dirigenti sono scelti normalmente non in base al merito ma alle appartenenze e alle fedeltà, nonostante la possibilità di crescere professionalmente sul lavoro sia una chimera, nonostante che sino ad ora la valutazione e il merito fossero parole da studiosi, nonostante l’ingerenza della politica….

Forse è da qui[1] che si potrebbe cominciare.

 

 


[1] Vi suggerisco di leggere la nostra ricerca “Liberiamo la PA” secondo me è molto istruttiva!

 

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