Economia sostenibile: ecco la strada per il rilancio del Paese

Economia sostenibile: ecco perché non ci sono altre strade per il rilancio del Paese

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Nei momenti di crisi la tentazione di tornare al passato e bloccare i cambiamenti è molto forte. Ma si paga poi sul lungo periodo. Ecco perché è proprio ora il momento di seguire la strada che ci indica l’Europa, verso un’economia e una società più sostenibile, resiliente ed equa. Ne abbiamo parlato con Valentino Bobbio, Segretario generale NeXt (Nuova Economia per Tutti) e tra i coordinatori del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 12 (Consumo e produzione responsabili)

22 Ottobre 2020

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Michela Stentella

Content Manager FPA

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L’8 ottobre scorso è stato presentato il “Rapporto ASviS 2020. L’Italia e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile”, ve ne abbiamo parlato in un articolo e lo abbiamo commentato nel corso di un’intervista con Enrico Giovannini. Abbiamo visto come dal Rapporto emerga una fotografia per niente rassicurante: se l’Italia era già indietro prima della pandemia rispetto all’attuazione degli Obiettivi dell’Agenda ONU 2030, le prime evidenze di quest’anno fanno prevedere un ulteriore peggioramento per il 2020 per ben 9 dei 17 Goals. C’è però un dato che ci è sembrato interessante e che evidenzia, in controtendenza, un’accelerazione sui temi della finanza sostenibile e delle imprese innovative, che adottano sempre più spesso un modello di economia circolare. Abbiamo chiesto su questo un commento a Valentino Bobbio.

“Certamente c’è un miglioramento complessivo su questi temi, legato ad alcuni aspetti che investono la produzione e il consumo responsabili – conferma Bobbio –. Prima di tutto la finanza, dove i fondi etici sono cresciuti in maniera rapida come si evince proprio dal Rapporto ASviS (+34% in due anni). E questa tendenza contamina la finanza mainstream, pensiamo al caso di Blackrock, uno dei più importanti gestori di fondi d’investimento al mondo, che un anno fa ha istituito un fondo dedicato esclusivamente all’economia circolare. Il motivo? Una spinta forte dal basso, da parte di risparmiatori e investitori, che chiedono sempre più investimenti sostenibili. Inoltre, molti operatori finanziari si stanno rendendo conto che gli investimenti che non guardano all’ambiente e che hanno un grave impatto sociale sono meno sostenibili nel lungo periodo. Tali fattori cambiano la convenienza e spiegano la crescita della finanza responsabile. Poi ci sono le imprese. In molti casi si tratta ancora solo di dichiarazioni di intenti, ma in generale si può rilevare un cambiamento culturale verso un’impresa sostenibile, che sia in grado di perseguire non solo il profitto, ma anche il bene comune, ossia il benessere delle persone nel rispetto dell’ambiente. Meccanismo propulsore di questo cambiamento è la rapida crescita del consumo responsabile; un importante indicatore è la crescita del mercato equo e solidale, cresciuto negli ultimi 10 anni sempre a due cifre complessive (da un massimo +16,7% del 2013 ad un minimo del +10,1% del 2015) a fronte di una stasi o, in alcuni anni, di un calo dei consumi. Il voto con il portafoglio, come lo chiama Leonardo Becchetti, è l’acquisto responsabile di prodotti e servizi sostenibili da parte dei cittadini. Sempre più persone sono consapevoli che i bassi costi sono in realtà pagati da qualcun altro – lavoratori sottopagati o ambiente – e che massimizzare il nostro vantaggio come consumatori è in conflitto con i nostri ruoli di lavoratori e di cittadini. Per questa ragione cresce l’attenzione a fare acquisti sostenibili; le imprese lo capiscono e si adattano, cominciando, come vediamo dalla pubblicità, a cavalcare la sostenibilità anche come aspetto di comunicazione. Questa tendenza impetuosa genera una forte pressione dal basso sulle imprese e rende per loro conveniente un percorso serio di sostenibilità.”

Altri dati interessanti, presenti nel Rapporto, sono quelli relativi ai progressi per l’indice di circolarità della materia e la percentuale di riciclo dei rifiuti: con un valore del 49,8% è stato in pratica raggiunto il target europeo per il 2020, che era il 50%. Ed è in costante diminuzione anche il consumo di materiale per unità di PIL (-27,5% rispetto al 2010), il che significa che per produrre un punto percentuale di PIL si consuma, in termini di materie, circa un quarto in meno rispetto a dieci anni fa.

Tutto bene quindi? Non proprio, perché come sottolinea Bobbio “il cambiamento è ancora troppo lento, mentre ‘La casa brucia ora’, come dice Greta Thunberg. Su questo Enrico Giovannini è stato molto chiaro: occorrono interventi forti e subito. Il problema di molte interpretazioni del Goal 12 è che gli si attribuisce un focus soprattutto ambientale, mentre la vera sostenibilità riguarda tutti gli aspetti della società. Ecco perché, come Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 12, abbiamo sempre messo sullo stesso piano aspetti sociali e ambientali, e consideriamo che la produzione e il consumo responsabile devono rispondere ai bisogni di tutti gli esseri umani; un’economia è sostenibile se soddisfa i bisogni di tutti nel rispetto ambientale. Come gruppo di lavoro stiamo lavorando molto sui cittadini come motore di cambiamento: sono i cittadini che scelgono ogni giorno responsabilmente prodotti e servizi che non impattano sull’ambiente, che creano valore sociale e non saccheggiano i beni comuni. Il vero salto da fare per un’economia più sostenibile è culturale: bisogna rompere con abitudini del passato e superare la paura del nuovo e resistenze, che sono ancora molto forti”.

Ma in questo momento, in cui stiamo già facendo i conti con gli effetti della crisi economica e occupazionale generata dalla pandemia (tra l’altro questa ‘seconda ondata’ potrebbe portare ulteriori conseguenze al momento solo ipotizzabili), c’è spazio per una riflessione sull’economia circolare?

“In questo momento molte aziende hanno una forte tentazione di tagliare anche gli investimenti in sostenibilità, ma dobbiamo renderci conto che così facendo non risolviamo il problema sul lungo periodo, e ricadiamo nelle stesse trappole che hanno generato la fragilità di oggi. In realtà l’Europa ci propone ben altro; la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sta tenendo la barra ben dritta nella direzione di un’Europa più sostenibile, resiliente ed equa, e l’Italia deve impostare in questo senso il proprio Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza. Questo apre un grande spazio per attivare una profonda trasformazione del sistema produttivo e del comportamento delle persone verso una vera economia circolare. E dovremmo ricordare, per esempio, che le energie rinnovabili portano un’occupazione molto più alta rispetto alle energie fossili, non solo nella fase di produzione, ma anche in quelle di manutenzione e di gestione”.

Come ci dovremmo orientare, quindi, rispetto ai temi della produzione e del consumo responsabili? Quali le sono le priorità di intervento? Per provare a tracciare un percorso e formulare proposte operative per il contesto italiano, il Gruppo di Lavoro sul Goal 12 ha redatto un Position Paper. Per chiudere, ecco, secondo Bobbio, alcuni obiettivi e punti centrali da promuovere con forza:

Sul tema della produzione responsabile:

  1. Transizione energetica, in direzione della Just Transition. Ogni anno lo Stato paga circa 19 miliardi di sussidi dannosi per l’ambiente, che incentivano il consumo di combustibili fossili. Questi si devono trasformare in sussidi per sostenere la riconversione energetica nei settori, come trasporti e agricoltura, che beneficiano di quelle risorse.
  2. Transizione verso l’economia circolare, dalla progettazione dei prodotti che devono essere pensati fin dall’inizio a basso impatto ambientale, disassemblabili e riciclabili, ma anche sviluppandoil mercato delle materie prime seconde, e soprattutto investendo in una nuova cultura della circolarità.
  3. Agricoltura, secondo il principio “From Farm to Fork”, dall’azienda agricola al piatto. C’è un enorme lavoro da fare, se pensiamo che metà della produzione agricola mondiale viene buttata, mentre ci sono 800 milioni di persone che non hanno cibo.
  4. Finanza: gli operatori dovrebbero finanziare davvero progetti sostenibili perché questa è la loro attività caratteristica, e non dichiararsi virtuosi solo perché la sera spengono le luci o utilizzano carta riciclata.
  5. Dignità del lavoro e Partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali (art 46 della Costituzione, mai attuato: Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende) da promuovere ai fini sia della dignità del lavoro, sia di migliori risultati aziendali, anche in termini di Bene comune.

Sul tema del consumo responsabile:

  1. Riforma fiscale: l’imposta sui consumi dovrebbe essere diversificata sulla base della sostenibilità ambientale e sociale dei prodotti, incentivando i consumi sostenibili. Uno strumento collegato è il Green Social Public Procurement: la PA, che rappresenta metà del PIL e sostiene quasi un quinto degli acquisti di beni e servizi, può dare una spinta enorme verso la sostenibilità optando per acquisti ambientalmente e socialmente sostenibili, invece di guardare solo al prezzo più basso, cambiando così la convenienza delle imprese.
  2. Consumi alimentari: puntando allo sviluppo della filiera corta.
  3. Campagne di sensibilizzazione sul consumo responsabile anche in collaborazione con le associazioni dei consumatori.
  4. Informazione ai cittadini sulla sostenibilità delle imprese: i consumatori devono avere strumenti per capire se un’impresa è davvero sostenibile, e pertanto serve un servizio di informazione alimentato dal basso, una sorta di “Tripadvisor della sostenibilità”.

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