Il futuro del lavoro e le imprese come bene comune: la seconda giornata di FORUM PA 2020

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Il mondo delle imprese e il mondo del lavoro stanno cambiando già da tempo, ma la recente situazione di emergenza ha messo il mondo pubblico e privato di fronte a scelte non più rimandabili. Scelte che investono temi cruciali: un modello di sviluppo che sia anche sostenibile, una visione delle imprese come bene comune per il Paese, una nuova modalità organizzativa del lavoro basata sullo smart working, quindi sui principi dell’autonomia e del merito. Questi temi sono stati oggi al centro di due eventi di scenario a FORUM PA 2020

7 Luglio 2020

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Michela Stentella

Photo by James Pond on Unsplash - https://unsplash.com/photos/26vBUtlufFo

Il mondo delle imprese e il mondo del lavoro stanno cambiando già da tempo, ma la recente situazione di emergenza ha accelerato e reso evidenti (in questo come in altri campi) alcuni processi già attivati, mettendo il mondo pubblico e privato di fronte a scelte non più rimandabili. Scelte che investono temi cruciali non solo per la ripresa post-emergenza, ma per orientare la capacità innovativa del Paese e impostare una visione di sviluppo che guardi ai prossimi anni: un modello di sviluppo che sia anche sostenibile, una visione delle imprese come bene comune per il Paese, una nuova modalità organizzativa del lavoro basata sullo smart working, quindi sui principi dell’autonomia e del merito. Questi temi sono stati oggi al centro di due eventi di scenario a FORUM PA 2020.

Il digitale e il lavoro

In questo periodo senza il digitale non avremmo potuto lavorare. La centralità del digitale è quindi ora evidente per tutti. Ma cosa ci lascia in eredità questa emergenza?

Questo scenario ha visto l’intervento di Stefano Scarpetta, Director, Employment, Labour and Social Affairs dell’OCSE, di cui vi riproponiamo qui il video. Nel suo intervento, Scarpetta ha fornito molti dati di analisi relativi al periodo che stiamo vivendo e a come il lavoro sta cambiando e cambierà in relazione alla trasformazione digitale. Un esempio? Nei prossimi 10-15 anni in Italia circa il 15% dei posti di lavoro potrebbero essere automatizzati, mentre il 35% cambierà in maniera sostanziale e saranno necessarie nuove competenze. E sul lavoro a distanza: a metà aprile, il 40% dei lavoratori italiani lavorava da casa (nel 2015 erano meno del 3%). Un cambio radicale accelerato dalla crisi. Soprattutto erano lavoratori con istruzione superiore (il 60% di persone con titolo universitario lavorava da casa, solo il 3% tra coloro che si sono fermati alla terza media).  

Guarda l’intervento integrale

Quali lezioni abbiamo quindi appreso dalla recente esperienza emergenziale?

“Quello di cui parlavamo da anni è diventato realtà, ma molti non erano ancora pronti – ha sottolineato Davide Dattoli, CoFounder e CEO Talent Garden – Ora abbiamo capito che un nuovo modello di lavoro è possibile, ora dobbiamo pianificare bene il futuro. I grandi temi sono lo spazio del lavoro e il concetto di open innovation applicato anche al mondo della PA, per cui per costruire cose di valore devo aprirmi al mondo esterno”.

La recente esperienza ha dimostrato che non eravamo preparati. Eppure l’ingrediente che ci ha consentito di non fermarci sono state le persone, ancor più del digitale, ha sottolineato Mariano Corso, Responsabile Scientifico Osservatorio HR innovation practice: “Le amministrazioni erano impreparate ma si sono messe in gioco, hanno supplito con impegno e creatività, facendo fronte anche a un aumento nella richiesta dei servizi. In questo periodo dovremo mettere in sicurezza quello che abbiamo imparato, riconoscere alle persone il percorso fatto e cominciare a sperimentare davvero un nuovo modello di organizzazione del lavoro”

Un’esperienza positiva anche secondo Carlo Cafarotti, Assessore allo Sviluppo economico, Turismo e Lavoro di Roma Capitale, che ha evidenziato come su 12mila dipendenti che sarebbero potuti andare in smart working, oltre 8mila lo hanno fatto.

Infine, il contributo di Domenico De Masi, Sociologo e professore di Sociologia del lavoro che ha sottolineato come in poco tempo siamo arrivati a 8 milioni di persone in remote working. Soddisfazione, ma anche rammarico, per aver fatto questo passo in maniera precipitosa. Ora dobbiamo accelerare i tempi, per non tornare alla normalità che sarebbe uno spreco enorme.

Le imprese come bene comune

Come e perché dobbiamo affermare una visione delle imprese come bene comune per il Paese? Parliamo di imprese innovative, ma anche di imprese “artigianali”, che sanno innovarsi pur mantenendo il ruolo di promozione di tradizioni locali. Imprese che innovazione sociale. Ma soprattutto imprese che sanno creare un ecosistema sul territorio di riferimento. Nel focus dedicato siamo partiti da una premessa: la pandemia ha assestato un duro colpo alle imprese del nostro Paese, non solo grandi realtà aziendali, ma anche start-up e PMI. La rete delle camere di commercio ha rilevato quasi 30mila imprese in meno nel primo trimestre 2020. Il governo ha predisposto un pacchetto di misure che vanno dal Decreto liquidità di aprile, con il Fondo di Garanzia per le Pmi, al decreto rilancio. Ecco un breve video con cui abbiamo sintetizzato il contesto di riferimento.

Come si colloca, quindi, in questo scenario la visione delle imprese come bene comune?

“Sono i valori di impresa che devono diventare patrimonio comune, se vogliamo un Paese diverso – ha sottolineato il Sottosegretario allo sviluppo economico, Gian Paolo Manzella -. Per questo è centrale il lavoro delle imprese che fanno crescere il tema della responsabilità sociale sul territorio. Noi come PA dobbiamo stimolare queste esperienze, farle dialogare, metterle in rete. Il ruolo delle grandi imprese e delle imprese a partecipazione pubblica è essenziale per interpretare seriamente la responsabilità sociale e per aiutare tutto il sistema delle imprese che lavorano sul territorio a fare altrettanto”.

Territorio e competenze: ecco due parole centrali emerse dagli interventi che si sono susseguiti nello scenario, evidenziati in particolare da Alex Giordano, Docente Università di Napoli “Federico II” e Direttore scientifico di Societing 4.0, e da Mirta Michilli, Direttore Generale Fondazione Mondo Digitale. Un territorio, ha sottolineato Giordano, visto come ecosistema dentro il quale imprese e cittadini interagiscono e collaborano in ottica di sviluppo sostenibile. Competenze che abituino i ragazzi al pensiero creativo e a sviluppare un approccio utile per affrontare lo scenario produttivo che si va delineando. Le competenze sono un tema critico, come ha ricordato Mirta Michilli, evidenziando come in Italia siamo sotto la media europea sia per le competenze digitali di base che per le competenze tecniche specialistiche, e abbiamo il numero più basso in Europa di laureati nel settore TIC, solo per citare alcuni aspetti. Anche sul tema delle competenze, secondo Michilli, vanno messi a sistema i piccoli/grandi successi che già esistono sul nostro territorio e l’alleanza tra pubblico, privato e terzo settore.

“Avere un’impresa florida, che produce ricchezza e occupazione significa abilitare ogni altra cosa. Ma oggi non basta avere tante imprese – ha sottolineato Andrea Rangone, Presidente di Digital360 – bisogna avere imprese innovative, produttive, competitive. Con questa emergenza abbiamo capito che il digitale è servito per sopravvivere. Mai come nei prossimi 5-10 anni ci sarà un contesto favorevole all’imprenditorialità. Ci sono oggi risorse finanziarie impensabili anche da parte dell’Unione Europea, sarebbe assurdo non usarle per promuovere quella che ormai tutti riconosciamo come quarta rivoluzione industriale”.

Massimo Sabatini, Direttore Generale dell’Agenzia per la Coesione territoriale, ha individuato alcune strategie da mettere in campo per affrontare le attuali criticità e sfruttare punti di forza che esistono nel tessuto imprenditoriale: ancora il tema delle competenze, poi il sostegno alla crescita dimensionale e patrimoniale delle imprese; e ancora il sostegno all’internazionalizzazione e una maggiore specializzazione (intelligente) basata su quello che caratterizza “il saper fare” dei territori.

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