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Orientare la ripresa

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Il Decreto Rilancio disegna misure emergenziali per contrastare gli effetti più devastanti della crisi economica dovuta al lockdown mondiale e promuove azioni che permettano una ripresa. Una ripresa che ha bisogno, però, ancora di un orientamento e di uno strumento operativo in grado di supportare le misure che la rendono possibile

15 Maggio 2020

Carlo Mochi Sismondi

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Certamente l’imponente Decreto Rilancio costituisce un unicum nella storia del nostro Paese. Non solo per la sua portata: 55 miliardi effettivamente impegnati che ne mobilitano almeno altri cento, ma anche per la vastità della platea interessata. Così come la pandemia non ha avuto confini e ha colpito indiscriminatamente tutte le classi sociali, tutti i comparti di lavoro e, seppure con differente peso, tutte le regioni, così il decreto riguarda più o meno tutti i cittadini italiani e tutte le imprese.

La ripresa non sarà facile né veloce, sarà un viaggio impegnativo. Ma per partire per un viaggio serve un’auto efficiente e un serbatoio pieno, ma anche una cartina e che la macchina non abbia le ruote sgonfie. Fuori di metafora il decreto, così come ci è stato raccontato in una lunga conferenza stampa (mentre scrivo non è ancora disponibile il testo ufficiale), disegna misure emergenziali per contrastare gli effetti più devastanti della crisi economica dovuta al lockdown mondiale e promuove delle azioni che permettano una ripresa. Una ripresa che ha bisogno, però, ancora di un orientamento (la cartina) e di uno strumento operativo in grado di supportare le misure che la rendono possibile (le ruote gonfie).

Ma cosa vuol dire dare un orientamento alla ripresa? Prima di tutto vuol dire usare un sano strabismo: se un occhio deve essere sull’oggi e deve impedire che il disagio diventi miseria e le difficoltà delle imprese diventino deserto produttivo, l’altro deve puntare al domani. All’Italia che uscirà dalla crisi nei prossimi mesi, ma anche e soprattutto a quella che vogliamo da qui a dieci anni. Perché dobbiamo essere consapevoli che oggi, usando questa montagna di denaro che in via del tutto eccezionale abbiamo a disposizione, stiamo disegnando il nostro futuro.

Orientare la ripresa vuol dire che se nell’immediato dobbiamo aiutare tutti a non morire, poi non possiamo considerare tutte le imprese allo stesso modo: quelle che inquinano, quelle che sono basate sull’uso dei combustibili fossili, quelle ad alta emissione di gas serra, quelle fondate su processi produttivi obsoleti allo stesso modo di quelle ecocompatibili, di quelle che investono continuamente in innovazione, di quelle basate su energie rinnovabili e su  processi digitali e trasporti a bassa emissione. Se ora tutta la politica industriale è d’emergenza e copre tutti con la stessa coperta (necessariamente corta), questa non potrà esimersi, sin da subito, dall’abbracciare un orientamento e fare scelte anche dolorose, ma necessarie. Dal definire delle priorità che promuovano un modello di sviluppo e non un altro.

La stella polare di questo orientamento, della direzione che la nostra politica industriale deve prendere non può che essere la sostenibilità dello sviluppo, gli obiettivi dell’Agenda 2030. Un’agenda che ha nel suo DNA l’innovazione e una trasformazione digitale democratica, pervasiva e inclusiva. Quindi oggi salviamo tutti, ma poi scegliamo la strada e aiutiamo tutti ad indirizzarsi su quella.

Sia le misure emergenziali dell’oggi, sia le indispensabili politiche orientate che guardano a domani devono poi poter contare su una forte, competente e motivata amministrazione pubblica che intelligentemente le attui. Una pubblica amministrazione, vicina ai cittadini e alle imprese, che deve essere semplice, veloce e trasparente. Molte riforme sono passate, molte promesse sono state fatte, molte azioni sono state effettivamente intraprese, ma ancora la gran parte della montagna resta da scalare. Anche qui, nel mare magnum delle iniziative che andrebbero intraprese, sarà bene darsi un orientamento.

Bisogna lavorare innanzi tutto in emergenza e qui certamente il tema è la semplificazione e la velocità che, per avere risultati immediati, non possono che passare da una maggiore fiducia verso cittadini, imprese, ma anche verso gli stessi funzionari pubblici. Servono quindi scorciatoie burocratiche fatte di autocertificazioni e controlli ex post, ma serve anche rassicurare i dirigenti e i funzionari pubblici mettendoli in condizione di agire senza paura di essere soggetti a provvedimenti per danno erariale. In modo che siano incentivati a prendere, in condizioni di incertezza, decisioni rivolte, al meglio delle loro possibilità, a raggiungere i risultati. Anche se questo vuol dire assumersi un rischio e viaggiare sul filo della correttezza procedurale. Insomma, occorre adottare meccanismi che incentivino la “discrezionalità in condizioni di incertezza” e non favoriscano la deresponsabilizzazione.

Ma poi bisogna lavorare ad un’azione di accompagnamento e di rafforzamento dell’amministrazione che deve poter contare su cinque leve strategiche:

  1. Rafforzamento delle risorse umane nelle amministrazioni sia in termini quantitativi, rimpiazzando gli esodi e commisurando gli organici ai nuovi compiti, sia qualitativi con assunzioni mirate agli obiettivi strategici e successivi inserimenti curati con grande attenzione e con una maggiore attenzione alle persone sia in termini di formazione sia di valutazione.
  2. Motivazione della dirigenza e di tutto il comparto verso le missioni che lo sviluppo sostenibile e l’orientamento della nuova necessaria ripresa pongono. Conseguente promozione di una maggiore discrezionalità della dirigenza incentivandone l’autonomia e la responsabilità e coinvolgendo in questo processo sin da subito gli organi di controllo (Corte dei Conti, Giustizia amministrativa, ANAC, ecc.).
  3. Rottura dei silos in cui sono troppo spesso chiuse le amministrazioni con successivi inevitabili scaricabarile e definizione di filiere verticali tese a obiettivi strategici, misurabili e di grande rilevanza, come quelli che l’attuale situazione ci pone.
  4. Trasformazione digitale come ecosistema della PA funzionale agli obiettivi. Sino ad ora la digitalizzazione dell’amministrazione è stata considerata come una tra le tante azioni di efficientamento necessarie, da utilizzare soprattutto per risparmiare tempo e risorse, ma non per modificare radicalmente processi, comportamenti e relazioni tra i soggetti interessati ad una politica. Insomma, si è scelto spesso di digitalizzare l’esistente. Ma la trasformazione digitale non è né solo uno strumento di efficienza, né tantomeno un settore: la cosa a cui più somiglia è un ecosistema complesso. Questo ecosistema, se orientato da scelte di valore coerenti, moltiplica le risorse ed abilita le filiere amministrative verticali ora necessarie.
  5. Engagement dei cittadini e delle imprese che devono essere parte attiva di questo processo di empowerment delle amministrazioni pubbliche (plurale perché sono tante e diverse) che deve essere svolto nell’ottica della “amministrazione condivisa” e della partecipazione.

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