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Dieci anni di open data: ora servono “dati vivi”

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E’ sui contenuti che si giocherà la fase tre degli open data. In questi dieci anni è cresciuta e di molto la cultura del dato. Cittadini e Imprese hanno bisogno di dati veri. Hanno bisogno di dati vivi

5 Marzo 2019

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Vincenzo Patruno

Istat, Vice Presidente Associazione onData

Photo by Adeolu Eletu on Unsplash - https://unsplash.com/photos/unRkg2jH1j0

Da diversi anni il tema degli Open Data è entrato stabilmente nelle Agende Digitali di tante parti del mondo e Governi e Pubbliche Amministrazione centrali e locali hanno, chi più chi meno, fatto sui dati aperti un investimento sia in termini di progetti di sviluppo che in termini normativi.

Possiamo dire che tutto nasce 10 anni fa. L’8 dicembre del 2009 la Casa Bianca pubblica l’“Open Government Directive”. Barack Obama era da poco più di un anno diventato presidente degli Stati Uniti e sin dal primo giorno del suo insediamento aveva avviato una serie di azioni per ridurre la distanza tra amministrazione pubblica e cittadini attraverso la trasparenza nelle attività governative, la partecipazione dei cittadini e la collaborazione tra pubbliche amministrazioni, associazioni e aziende. L’obiettivo era quello di contrastare l’influenza di interessi di parte e delle lobby di potere nell’azione dell’amministrazione pubblica, di rendicontare ai cittadini americani come venivano spesi i soldi riscossi con le tasse, ma soprattutto quello di responsabilizzare i cittadini in modo che, attraverso un governo aperto e l’utilizzo delle nuove tecnologie, potessero contribuire e quindi influenzare le politiche da mettere in campo.  

Ovviamente tutto ciò non nasceva dal nulla. Era già più di dieci anni che la cultura hacker, i movimenti, gli attivisti e i “civil servant” di tante parti del mondo stavano portando avanti l’idea della conoscenza come bene comune. L’Open che si contrappone al “Closed”, il copyleft al copyright, il Free Software e il software Open Source al software proprietario e così via.

La direttiva di Obama è però una importante azione di governo e ha l’effetto di portare  l’Open Government all’attenzione di Amministrazioni Pubbliche centrali e locali di varie parti del mondo. E lo strumento per promuovere Trasparenza, Partecipazione e Collaborazione diventano i dati pubblici, ossia le informazioni possedute dagli enti governativi. Nel mese di Maggio dello stesso anno era stato rilasciato infatti il portale data.gov (non è stato il primo portale, qualcosa del genere era nato poco prima in Nuova Zelanda e in Australia), operazione questa che verrà seguita l’anno successivo dal Regno Unito con data.gov.uk. In Italia comincerà la Regione Piemonte con  dati.piemonte.it  a cui seguiranno dopo un po’ altri portali regionali e soprattutto il governo nazionale con dati.gov.it.

Ho rispolverato questa immagine, che ho utilizzato più volte nel 2011 nel corso di numerosi eventi su Open Government e Open Data. Ogni marker rappresenta una iniziativa opengov nel mondo e un portale datagov di dati pubblici (andavano di moda anche quei tipi di marker, oltre a quelli a goccia). Nel giro di poco meno di due anni Open Government e Open Data si erano diffusi in tutta Europa.

Facciamo ora un balzo in avanti di 10 anni e ritorniamo nel 2019. Ci sarebbero da dire veramente tantissime cose, ma ne approfitto per spendere due parole e fare alcune considerazioni su un paio di aspetti.

Il primo riguarda l’attivismo civico. Le azioni messe in campo dai movimenti e comunità informali di “civic hacker” e “civil servant” hanno sempre avuto come obiettivo quello di portare innovazione e cambiamento là dove se ne percepiva la necessità. In particolare, temi come Open Data e Open Government sono elementi con una profonda valenza etica e  hanno da subito offerto la possibilità concreta di andare a ridisegnare i rapporti e le relazioni tra cittadini e Stato. Oggi possiamo dire che Open Data e Open Government sono stati in qualche modo metabolizzati dalla PA. Sono diventati a volte progetti concreti ma soprattutto sono diventati norme, sono diventati agende digitali, piani di azione e piani triennali, direttive, linee guida. Oggi sono le stesse pubbliche amministrazioni che in qualche modo sono passate addirittura dal patrocinio all’organizzazione di Hackathon. Open Data ha in qualche modo messo in movimento le Pubbliche Amministrazioni. In Italia, in Europa e in tante parti del mondo. Questo ha provocato inevitabilmente un cambiamento anche in quelle che erano le comunità informali di qualche anno fa. Alcune si sono strutturate, molte si sono estinte, tanti di noi sono ora esperti e consulenti su Open Data e Open Government. La cultura hacker, gli attivisti e i movimenti stanno probabilmente cominciando a guardare altrove.

Il secondo è una riflessione sul ruolo dei portali data.gov. Sappiamo bene come su Internet il tempo scorra in modo molto diverso rispetto al mondo “reale”. Se dieci anni fa i portali data.gov avevano un senso, in quanto costituivano l’unica possibilità di accesso ai dati pubblici, ora le cose sono decisamente cambiate. Oggigiorno sono tanti i cataloghi che pubblicano dati in quanto sono numerose le PA che hanno lanciato le proprie iniziative Open Data. Il senso di avere un catalogo nazionale è così diventato quello di essere un “metacatalogo”, che ripubblica dati relativi a dataset già pubblicati su altri cataloghi. In realtà quello che viene ripubblicato non sono i dati, bensì i “metadati” associati ad ogni singolo dataset. Informazioni come il titolo, la descrizione, la fonte dati, la data di pubblicazione e, ovviamente, il link al dataset che non viene spostato e resta fisicamente nella propria posizione originaria. Questa è una operazione che avviene in modo automatico, a patto che i metadati associati ad ogni dataset seguano uno “standard” ben preciso. Se avete sottomano un catalogo open data, sarà pertanto possibile “federarlo” con il catalogo nazionale, a patto che la lista dei dataset pubblicati sia interrogabile via API e che i metadati siano conformi ad uno specifico standard (DCAT_AP_IT). In modo automatico vi ritroverete la lista dei dataset pubblicata anche sul catalogo nazionale. E poiché il catalogo nazionale è federato con il portale open data europeo, la lista dei vostri dataset sarà pubblicata automaticamente anche sull’European Data Portal.

In altre parole dati.gov “acchiappa” e ripubblica anche sul portale europeo tutto ciò che viene pubblicato sui cataloghi locali federati. La domanda che faccio a questo punto è: veramente è questo quello che ci serve? Affinché una architettura di questo tipo possa funzionare, serve adottare standard rigorosi (tanto è vero che al momento diversi enti che non sono conformi allo standard sono fuori, Istat compreso). Credo che il rigore che si sta richiedendo sui metadati associati al dataset debba essere chiesto con ancora maggior forza anche e soprattutto sui dati. I portali open data si sono riempiti infatti di “junk data”. Ne parlavo qualche tempo fa qui. Al di là di tanti, a volte legittimi aspetti di forma e di struttura dei dati, è proprio sui contenuti che si giocherà la fase tre degli open data (la fase due era già occupata). Non dobbiamo dimenticare che in questi dieci anni è cresciuta e di molto la cultura del dato. Sono le esigenze dei consumatori di dati che si sono evolute, già da tempo che non servono più “4 csv in croce”. Cittadini e Imprese hanno bisogno di dati veri. Hanno bisogno di dati vivi.


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