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Open Data Maturity Report 2019. L’insostenibile leggerezza dell’impegno italiano

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Abbiamo aspettato la data del due dicembre per confermare ciò che avevamo ben compreso nel corso dell’anno. Dopo dieci anni di lavoro con gli Open Data, non siamo ancora arrivati a capire che quello di cui abbiamo bisogno per crescere in termini di valorizzazione del patrimonio informativo ha poco a che vedere con la quantità di dataset, molto più con la loro qualità e sostenibilità nel tempo. Vediamo perché.

4 Dicembre 2019

B

Marina Bassi

Project Officer Area Ricerca, Advisory e Formazione FPA

Photo by Roman Kraft on Unsplash - https://unsplash.com/photos/_Zua2hyvTBk


Sono passate poche ore dalla pubblicazione dell’Open Data Maturity Report 2019, da cui emerge una situazione di generale accelerazione in tema di maturità dei dati, tanto da poter ammettere che l’Europa è entrata in una fase di consolidamento sul tema. Quest’anno si verifica tra gli Stati membri – ora dotati di solide politiche in materia di dati aperti e portali avanzati – una migliore offerta di dati aperti e rafforzamento delle politiche di impatto. Oggi ci si concentra sull’assicurare il valore dei dati chi deve riusarli[1], e questo spesso significa innanzitutto migliorare la qualità dei dati. I team Open Data a livello sia nazionale che locale diventano sempre più ingaggiati con le comunità, ascoltano il loro feedback e si sforzano di soddisfare le loro esigenze.

Tuttavia, mentre in Europa si passa a discutere di sostenibilità e rafforzamento permanente, in Italia si tirano le somme di un anno di lavoro, impegni e promesse, che sebbene abbiano trovato terreno fertile in cui svilupparsi, non sono state in grado di raggiungere il risultato di lungo termine sperato. Ecco così che da trend-setter in 4° posizione del 2018, l’Italia passa all’8° posto e si nasconde tra i best-tracker.

Fonte: Open Data Maturity Report 2019

Struttura e dimensioni dell’Open Data Maturity Report 2019

La struttura dell’Open Data Maturity Report 2019 si conferma, come per il 2018, in quattro dimensioni:

  • Open Data policy, che analizza la presenza di politiche pubbliche volte alla diffusione dei dati aperti; la presenza o meno di uffici e strutture di governance per la promozione della partecipazione dei portatori di interesse; l’utilizzo di cornici normative e regolamenti utili a rendere i processi di apertura dei dati omogenei e automatizzati;
  • seconda dimensione analizzata Open Data portal, che si concentra sullo stato di avanzamento dei portali nazionali, in termini di funzionalità atte all’interazione tra utenti, ed esamina la copertura dei dati aperti in diversi domini, nonché l’approccio e le misure in atto per garantire l’interoperabilità;
  • Open Data impact, che esamina le attività svolte per monitorare e misurare il riutilizzo aperto e l’impatto derivante da tale riutilizzo in quattro ambiti: politico, sociale, ambientale ed economico;
  • da ultimo, Open Data quality si concentra sulle misure adottate dagli Stati membri per garantire la raccolta sistematica di metadati dai portali locali e, quando possibile, analizza la conformità al modello di metadatazione standard europeo DCAT-AP.

La panoramica in Europa

Open Data policy

Ripercorrendo le quattro dimensioni, a proposito di maturità delle policy si registra una media europea del 74%, con picchi che superano la media per Francia (98%), Danimarca (95%), Irlanda e Polonia (entrambi 91%). Al 2019 tutti gli Stati membri risultano ottemperanti nell’aver individuato politiche nazionali sui dati aperti. In molti paesi, la politica sui dati aperti fa parte dell’agenda digitale nazionale[2]. 23 Paesi (82%) hanno ormai adottato una strategia per i dati aperti, nella maggior parte dei casi inquadrandoli in un approccio più ampio di governo aperto[3]. Da segnalare anche la tendenza di alcuni Paesi a adottare modelli ibridi nell’approccio top-down vs. bottom-up. Al 2019, 21 Paesi (75%) hanno optato per un modello ibrido in cui al forte coordinamento centrale, si rapporta una progressiva valorizzazione delle iniziative sviluppate a livello locale. Sette restano i Paesi[4] (25%) ancora legati al modello totalmente top-down.

Open Data portal

In termini di maturità di portali la media europea è del 67%, con buoni punteggi in particolar modo per Francia (91%), Spagna (89%), Irlanda e Cipro (entrambi 86%). In questa sede interessa in particolar modo analizzare i due parametri di trasparenza e interaction dei portali, per cui risulta – nel primo caso – come il 50% di questi mostrino richieste dataset in maniera trasparente[5]. In termini di interazione tra utenti (enabling interaction), la tendenza europea (27 Paesi su 28) offrono un canale per il feedback sul portale, sebbene si tratti di meccanismi quasi sempre moderati e filtrati[6]. Menzione d’onore per il 93% dei portali nazionali che offrono API grazie alle quali utenti di tipo avanzato possono accedere, analizzare e proporre evoluzioni di dataset.

Open Data impact

Sull’impatto dei dati aperti, con una media europea del 57%[7], sono quattro come detto gli ambiti di riferimento da prendere in considerazione[8]. L’indicatore più maturo nella dimensione dell’impatto è quello ambientale (69%), seguito dall’impatto politico (67%) e dall’impatto sociale (46%). Fatica ad arrivare invece la consapevolezza dell’impatto economico (28%), sebbene negli ultimi due anni molti Paesi abbiano condotto ricerche sulle opportunità di uso e riuso economico dei dati.

Open Data quality

Quarta e ultima dimensione l’Open Data quality, per cui si registra un livello medio di maturità globale del 65%. 15 Stati membri ottengono un punteggio superiore alla media, con una menzione particolare per più alti livelli di maturità, come l’Irlanda (92%), Repubblica ceca (84%[9]) e Cipro (82%).

Focus sull’Italia

Rispetto alla posizione del 2018, non poco discussa, il factsheet dedicato all’Italia per il 2019 mostra un ridimensionamento delle aspettative e fa un salto indietro considerevole, ricoprendo oggi l’8° posizione nel ranking europeo.

Ne abbiamo parlato sui social qualche ora fa, e torniamo a ripeterlo: guardando alla situazione generale di quest’anno, caratterizzato da un cambio di governo e conseguenti ritardi nell’ottemperanza delle azioni previste da Piano Triennale e – in termini di governo aperto – alle disposizioni del Quarto Piano d’Azione OGP 2019-2021, non sarebbe stato comunque semplice mantenere la posizione di trend-setter dello scorso anno, che fin troppo ottimistica (ricordate l’articolo di Giovanni Pirrotta su Medium?).

Nulla di male nella posizione italiana, comunque, che in tutte le quattro dimensioni supera e non di poco la media europea, con:

  • Open Data policy all’86%, rispetto alla media europea del 74%;
  • Open Data portal al 70%, rispetto alla media europea del 67%;
  • Open Data impact al 78%, rispetto alla media europea del 57%;
  • Open Data quality al 72%, rispetto alla media europea del 65%.

Verso il 2020

Il 2020 sarà per gli Open Data un anno importante, in cui si chiederà al nostro Paese di lavorare soprattutto in due direzioni:

  1. Abbattimento delle barriere infrastrutturali, rafforzando l’automazione nel processo di apertura, garantendo sempre di più l’accesso attraverso API e un modello di metadatazione più conforme allo standard DCAT-AP;
  2. Coordinamento e governance, non più (o non solo) dedicati alla riconduzione di una strategia nazionale sui dati, su cui sicuramente c’è ancora molto da fare. Soprattutto, lo sforzo dovrà essere orientato alla sostenibilità del processo di apertura nel tempo, garantendo una giusta allocazione di risorse delle pubbliche amministrazioni sul potenziamento dei portali dati, da un punto di vista tecnico quanto di competenze.

Su quest’ultimo punto, il riferimento è chiaramente alle competenze digitali che il dipendente pubblico è chiamato (ormai formalmente) ad acquisire secondo quanto disposto dal Syllabus a cura del Dipartimento della Funzione Pubblica. A questo proposito, sarà importante accompagnare le amministrazioni al fine di rafforzare e consolidare le competenze con lo scopo di accrescere la propensione al cambiamento e all’innovazione nella PA. Noi ci saremo, partendo proprio dal Corso Base sui dati aperti, disponibile sulla piattaforma FPA Digital School a partire da venerdì 20 dicembre 2019.


[1] Grazie soprattutto al lavoro della Commissione Europea che ha spinto una volta per tutte con la Dir. 1024/2019 sull’individuazione di high value dataset e riuso commerciale dei dati accompagnandoli dalle giuste licenze d’uso.

[2] In Italia, come sappiamo, l’attenzione ai dati aperti è una delle azioni del documento governativo Strategia per la Crescita Digitale 2014-2020. La strategia ha un carattere dinamico ed è pensata per essere progressivamente aggiornata nel periodo 2014-2020.

[3] Per questo motivo, si riscontra una tendenza sempre maggiore a far corrispondere alle cornici politicamente orientate dei Piani di Azione sul dettaglio dei tempi di implementazione delle politiche pubbliche e relative ownership. Nel caso italiano, questo orientamento è ben identificato nel Piano Triennale.

[4] Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo e Slovenia.

[5] Tra le buone pratiche in questo senso emergono Spagna e Irlanda.

[6] Obiettivo della Commissione europea, attraverso soprattutto il portale https://eudatasharing.eu/, è di favorire quanto più possibile conoscenza e scambio di dati a vantaggio come noto dell’orientamento verso un Digital Single Market.

[7] Superata lungamente da Spagna (100%), Francia e Irlanda (entrambi il 92%), Danimarca e Italia (entrambi il 72%).

[8] Impatto politico, sociale, ambientale e economico.

[9]  Raggiunge peraltro un punteggio del 100% sulla conformità DCAT-AP.

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