Open Data Maturity Report 2022: Italia “trend setter”, ma attenzione all’impatto del riutilizzo

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Come ogni anno è uscita a dicembre scorso l’edizione aggiornata (l’ottava) dell’Open Data Maturity Report, che misura il livello di maturità dei dati aperti in Europa. L’Italia, con un rating complessivo del 91%, si colloca al settimo posto ed è tra i Paesi “trend setter”, quelli che indicano la via da seguire. Ma al di là delle classifiche, vogliamo soffermarci sulla strutturazione del Report e, in particolare, sulla dimensione “Impact”. Misurare l’impatto è infatti il tema centrale, perché coglie l’essenza più profonda dei dati aperti: l’inutilità di qualsiasi apertura senza riutilizzo e ricadute di quel riutilizzo

18 Gennaio 2023

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Morena Ragone

Giurista, studiosa di diritto di Internet e PA Digitale

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Vincenzo Patruno

Istat - Dipartimento per lo sviluppo di metodi e tecnologie per la produzione e diffusione dell'informazione statistica

Foto di Jordan McDonald su Unsplash - https://unsplash.com/it/foto/vkx0kgKx9VA

C’è sempre un momento dell’anno in cui ciascuno di noi fa un bilancio. Normalmente, l’inizio di settembre o i primi giorni di gennaio coincidono con quei momenti di riflessione e ideazione di nuovi progetti. Nel mondo dell’Open Data, quel momento cade nel mese di dicembre, quando la Commissione Europea pubblica lOpen Data Maturity Report.

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Cos’è l’Open Data Maturity Report

Si tratta di un importante studio – probabilmente, il più importante – con il quale si monitora e si misura l’attività sui dati aperti dei Paesi Membri, dei Paesi EFTA e dei Paesi candidati. È noto, infatti, come le politiche sui dati si siano sempre più spostate a livello dell’Unione, lasciando ai singoli Paesi la loro attuazione, la “messa a terra” dei progetti e l’implementazione a livello nazionale e locale – altro aspetto estremamente importante – di quelle politiche. Va da sé che, proprio per questi motivi, la presenza e l’operato dei nostri rappresentanti nelle sedi istituzionali europee sono e restano fondamentali per intercettare le novità normative che avranno, negli anni successivi, specifica attuazione nel settore.

L’Open Data Maturity Report si propone, quindi, come un momento di valutazione globale sulla realizzazione e sulle ricadute delle politiche pubbliche, attraverso:

  • un approccio comune;
  • una metodologia standard;

veri punti nodali necessari a rendere misurabile – quindi, scientifico – il livello di maturità nell’ambito di osservazione.

La metodologia

La metodologia prevede la rilevazione, tramite una serie di temi e indicatori, dei dati di “posizionamento” di ogni singolo Paese rispetto agli altri.

Lungi dall’essere rilevante come mera classifica – cosa che rischierebbe di restare confinata  nell’annuncio della posizione raggiunta e dell’eventuale miglioramento rispetto agli anni precedenti, svuotando l’impatto della sua effettiva rilevanza e del senso della rilevazione stessa – la struttura dell’Open Data Maturity Report consente ad ogni Paese monitorato, tramite la verifica del proprio livello di maturità sui dati aperti, un confronto di dettaglio, tramite il ventaglio di indicatori, con la maturità raggiunta dagli altri Paesi, e di avviare, partendo da qui, una riflessione sui dati di posizionamento.

Nel corso degli anni, a partire dal 2015 con il primo Open Data Maturity Report, l’approccio metodologico utilizzato si è evoluto ed è stato via via raffinato, in modo tale da adattarsi meglio ai cambiamenti normativi e sociali che hanno avuto impatto sulle politiche di apertura e misurare, con sempre maggiore livello di accuratezza, la maturità degli Open Data.

Ma come si è scelto di misurare questo grado di maturità?

Al momento, la metodologia prevede l’utilizzo di 14 indicatori, organizzati su quattro dimensioni:

  • la prima dimensione misura la “Policy” sugli Open Data, le azioni che il governo nazionale e i governi locali mettono in campo per facilitare il processo di apertura dei dati;
  • la seconda dimensione misura il “Portal”, una serie di caratteristiche dei portali Open Data nazionali, nel nostro caso dati.gov.it;
  • la terza dimensione misura la “Quality”, concentrandosi su alcuni aspetti di qualità dei dati;
  • la quarta dimensione misura l’“Impact”, quindi le ricadute e gli impatti dei dati aperti.

La rilevazione avviene tramite la somministrazione di un questionario. Se volete vedere come è fatto, quali sono state le domande e soprattutto come hanno risposto i singoli Paesi allora potete scaricare tutti i dati da qui.

Di seguito, la visione d’insieme dei risultati della rilevazione 2022.

Open Data Maturity Report 2022: i risultati

Sulle dimensioni “Policy” e “Portal”, l’Italia si è sempre mostrata molto pronta, efficiente: dal 2013, il nostro Paese vanta una normativa specifica sui dati aperti e, sin dal 2011, un portale dedicato, in linea con le specifiche europee e le migliori prassi.

Su tutte le dimensioni, il report 2022 ha affinato le domande relative al contesto locale e introdotto specifici quesiti sugli high-value dataset, in linea con il prossimo Regolamento Ue in materia, per verificare l’eventuale presenza di misure preparatorie che i Paesi potrebbero avere già introdotto.

Sulla quality il discorso sarebbe davvero ampio e complesso, e lo affronteremo nel dettaglio in un prossimo articolo.

Vogliamo invece soffermarci sull’ultima dimensione, “Impact”, che è stata oggetto di profonda revisione in occasione della stesura del report: misurare l’impatto, tutti gli impatti, è sempre una questione estremamente delicata. In questo caso, su proposta di alcuni Paesi membri e sulla maggiore consapevolezza delle sfide che i Paesi devono affrontare per valutare l’impatto dell’apertura, si è provato a distinguere e misurare separatamente: a) i semplici casi di riutilizzo, da una parte – che non garantiscono l’impatto di quel riutilizzo – e b) l’impatto sociale, ambientale ed economico che viene generato attraverso il riutilizzo, dall’altra.

Questa implementazione è stata realizzata tramite tre indicatori di dettaglio che, partendo dalla valutazione della consapevolezza della misurazione del riuso e degli impatti (“Strategic awareness”), separano i casi di mero riutilizzo (ad esempio, per misurare quante volte è stato riutilizzato uno specifico dataset scaricato) dalla misurazione delle specifiche ricadute di quel riutilizzo nei quattro ambiti (governativo, sociale, ambientale ed economico).

Conclusioni

La strutturazione attuale del report costituisce sicuramente il prodotto evoluto di un tentativo, importante e doveroso, che va a cogliere l’essenza più profonda dei dati aperti: l’inutilità di qualsiasi apertura senza riutilizzo e ricadute di quel riutilizzo. Senza di esse, quindi senza questa specifica misurazione, non ha senso continuare a valutare le politiche adottate dai singoli Paesi.

Oggi parleremmo, per usare un’espressione attuale, di “valore pubblico”, che è un concetto, di altro ambito, che sui dati aperti citiamo spesso: in questa accezione, i dati aperti devono produrre valore pubblico, rendersi concretamente misurabili a beneficio della collettività.

È, indubbiamente, la vera sfida che un Paese “trend setter” sui dati, quale l’Italia, non può non cogliere.

Qui i risultati del Report 2022

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