Agenda digitale per l’Italia. Quelli che “la rana fuori dalla pentola prima che sia bollita” - FPA

Agenda digitale per l’Italia. Quelli che “la rana fuori dalla pentola prima che sia bollita”

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“La politica risponde alle istanze delle rappresentanze economiche e sociali. Di conseguenza c’è bisogno che il settore produttivo e la società civile chiedano a gran voce una strategia digitale, riconoscendone l’assoluta priorità.”. E ancora: “L’interlocutore nel governo non è soltanto il Ministro Romani”. Così Francesco Sacco, tra i 100 promotori dell’appello “Agenda digitale per l’Italia” che, lanciato sul Corriere della Sera, ha superato le 10.000 sottoscrizioni in rete pur incassando svariate critiche. Da chi imputa l’iniziativa ai soliti noti a chi le riconosce il solo merito di aver, una volta di più, “scoperto l’acqua calda”. “Abbiamo alzato la palla. Il vero discorso comincia ora, ma sui contenuti noi non interverremo” risponde Sacco. Che sia la scossa buona? 

8 Febbraio 2011

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Chiara Buongiovanni

Articolo FPA

“La politica risponde alle istanze delle rappresentanze economiche e sociali. Di conseguenza c’è bisogno che il settore produttivo e la società civile chiedano a gran voce una strategia digitale, riconoscendone l’assoluta priorità.”. E ancora: “L’interlocutore nel governo non è soltanto il Ministro Romani”. Così Francesco Sacco, tra i 100 promotori dell’appello “Agenda digitale per l’Italia” che, lanciato sul Corriere della Sera, ha superato le 10.000 sottoscrizioni in rete pur incassando svariate critiche. Da chi imputa l’iniziativa ai soliti noti a chi le riconosce il solo merito di aver, una volta di più, “scoperto l’acqua calda”. “Abbiamo alzato la palla. Il vero discorso comincia ora, ma sui contenuti noi non interverremo” risponde Sacco. Che sia la scossa buona? 

Chiediamo, entro 100 giorni, la redazione di proposte organiche per un’Agenda Digitale per l’Italia coinvolgendo le rappresentanze economiche e sociali, i consumatori, le università e coloro che, in questo Paese, operano in prima linea su questo tema”.  Questo è l’appello lanciato dai 100 promotori di Agenda Digitale per l’Italia che, autotassandosi, hanno acquistato una pagina sul Corriere della Sera la scorsa settimana, per poi aprire le sottoscrizioni in rete. Delle critiche e dei chiarimenti in risposta, la rete ha parlato molto e per questo rimandiamo alla pagina dedicata su Facebook

Invece, abbiamo chiesto a Francesco Sacco – Managing Director del centro di ricerca EntER Università Bocconi e promotore dell’appello – di alzare un po’ il sipario e spiegarci  “cosa c’è dietro” e quale è “l’obiettivo specifico” di questa iniziativa che arriva, tra l’altro, nel bel mezzo di una violenta tempesta politico-istituzionale.
“E’ chiaro – spiega Sacco – che il documento in sé non è granché e ha solo un messaggio. Il vero lavoro non è quello che è stato fatto: noi abbiamo semplicemente alzato la palla”.

Dunque, l’unica richiesta è “parliamone”?
Esatto. E’ una richiesta alla rete ma soprattutto è una richiesta a tutta Italia, incluso il mondo della politica, a parlarne. Il discorso inizia oggi.

Sottolineate un’urgenza rilevata da anni, da varie parti… qualcosa non va?
Fino a oggi il nostro approccio alla rete, come Paese, è stato un po’ come quello di una squadra di bambini che giocano a pallone: tutti corrono dove va la palla. Ad esempio;  c’è una diffamazione su internet e allora dobbiamo trovare un modo per normare la questione, c’ è un problema di infrastrutture, dobbiamo accelerare con le infrastrutture. E bisogna esser chiari: il problema non è solo della politica, è proprio un problema del Paese.

Quale è esattamente il problema?
Diciamo che sia la politica sia la società civile sanno che il problema della digitalizzazione è un problema importante. Ma fino ad oggi si sono proposti approcci parziali e nessuno ha seriamente alzato la palla, reclamando la necessità di una strategia di digitalizzazione per il Paese. La discussione è stata molto frammentata e settoriale. Nel frattempo il Paese ha perso tantissime posizioni in termini di competitività: il nostro  PIL non cresce da anni e in termini di Networked Readiness, per il World Economic Forum, siamo al 48° posto. Per alcuni osservatori abbiamo una finestra temporale di 2-3 anni per recuperare le posizioni perse, altrimenti scivoleremo inesorabilmente e neanche troppo lentamente su posizioni sempre più marginali non solo in termini di partecipazione alla rete, ma complessivamente come economia. Nel secolo dell’economia della conoscenza essere cosi dietro su tutti i parametri porterà delle conseguenze molto presto. A nostro avviso gli attori sociali ed economici non si accorgono della gravità della situazione. Stiamo facendo, come Paese, un po’ la fine della rana bollita.

Quale sarebbe “la fine della rana bollita”?
Siamo in una situazione che non è bella. Siamo in una pentola, che non ci sembra poi cosi male, che si sta riscaldando…che tutto sommato è confortevole, a cui pian piano ci stiamo abituando. Il problema è che prima o poi l’acqua diventerà bollente e a quel punto non avremo più le forze per saltare fuori dalla pentola.

L’appello è una spinta per far saltare la rana fuori dalla pentola…
Abbiamo realizzato quale è la situazione e ci siamo detti: tutti lanciano allarmi, si fanno studi, ricerche, convegni, ma alla fin fine non si tiene conto di un elemento fondamentale. La politica ascolta quello che dice la società, e pur tra difficoltà e ritardi la politica dovrà seguire le priorità della società.  Se la società nel suo complesso dice che Internet e la digitalizzazione sono una priorità del Paese, allora sarà giusto che la politica ne farà una priorità. E sono sicuro che lo farà. Se invece il responso di tutto questo sarà che la digitalizzazione tutto sommato è qualcosa che riguarda poche sensibilità, allora dovremo realizzare due cose: che il Paese è veramente così e che non abbiamo scampo.

Dunque il vostro appello è rivolto al Governo, ma la sollecitazione maggiore sembra sulla società civile.
Certo, sulla società nel suo complesso. Per questo non saremo noi gli interlocutori con cui verrà scritta l’Agenda. Noi siamo quelli che dicono: è importante che l’agenda si faccia. Poi a discutere e a decidere i contenuti  sarà la politica insieme alla società civile e ai rappresentanti del mondo produttivo. Dal punto di vista del metodo questa è la novità. Se avessimo cercato in rete o anche tra di noi di definire la nostra agenda, allora sarebbe stata l’agenda di una parte del Paese.

Allora, riformulando la domanda: in quale punto della società italiana si origina il corto circuito che rende urgente questo appello?
Detto chiaramente, il problema non è la politica,  ma il sistema produttivo. Oggi Confindustria chiede alla politica, non più internet per le imprese, ma cassa integrazione in deroga. E non a caso Confindustria è il grande assente da questo dibattito.  Perché la politica dovrebbe sacrificare risorse sulla digitalizzazione quando il sistema produttivo, attraverso i suoi rappresentanti,  le chiede da un’altra parte?  Secondo me il corto circuito è proprio qua.

Puoi spiegare meglio?
Abbiamo una parte molto importante dell’economia che è nel manifatturiero e dobbiamo assolutamente difenderla: l’Italia non potrebbe stare in piedi senza. Il problema è che questa parte è destinata a perdere risorse e occupazione, che invece si creerà nei settori nuovi (new economy, digitalizzazione, IT, TLC). Un recente studio della fondazione Kauffman negli USA ha rilevato che la quantità di lavoro generata dalle nuove imprese (che necessariamente nascono nei nuovi settori, nella parte più innovativa del sistema economico) è di gran lunga superiore alla quantità di lavoro che viene persa, distrutta nei settori più maturi. In Italia è un po’ la stessa cosa. Il vero problema è che, a dispetto di ciò,  la voce più importante nel dibattito sulle priorità del Paese è mantenuta dalla parte più matura dell’economia. Il nostro passato sta mangiando il nostro futuro ed è una cosa molto grave. Diciamo che nel complesso il mondo produttivo non mette, a torto, il processo di digitalizzazione tra le sue priorità, Ma un segnale forte è il fatto che tra i firmatari dell’Appello abbiamo molti imprenditori, grandi e piccoli, manager, opinion maker, artisti,  che esprimono un punto di vista diverso sul futuro della nostra società.

Nella proposta di Patto per la crescita, Berlusconi ipotizza un Sottosegretario a Internet. E’ in linea lo spirito della vostra iniziativa?
Un Sottosegretario per Internet è la risposta a una parte del problema, L’Agenda Digitale la devono scrivere insieme Brunetta, Romani, Gelmini e lo stesso Tremonti.  Un Sottosegretario dedicato può essere una cosa importante e ci porta nella buona direzione se ci sono altre misure piu ampie, altre iniziative trasversali. L’ Agenda digitale è del Governo, non di un singolo ministro.

Quando chiami Tremonti, chiami risorse che in questo momento scarseggiano…
La digitalizzazione chiede più risorse. Ma poiché le posizioni da recuperare sono tante, la politica da sola non ce la può fare.  Deve essere la società nel suo complesso che aiuta la politica e si rimbocca le maniche, dandosi una direzione. Abbiamo bisogno dell’intero settore privato così come delle organizzazioni del terzo settore.

Allora su quante gambe dovrà camminare l’Agenda digitale per l’Italia?
Mi immagino un’Agenda digitale a 4 gambe: una parte di infrastrutture, una parte di servizi, nel privato e nel pubblico, una parte di alfabetizzazione informatica per ampliare il numero delle persone che partecipano e una gamba che permetta di fare tutte queste cose insieme. Un raccordo tra tutti i settori: il settore pubblico, il settore privato, il no profit. Come nelle grandi emergenze, dobbiamo essere capaci di fare fronte unico.

Vista la contingenza politica, possiamo essere ottimisti sull’esito dell’appello?
Dal mio punto di vista è un buon momento per porre il problema perché la politica è in un momento in cui sta decidendo un rilancio, in un momento di grande discussione. Mettere al centro della discussione un tema connesso al futuro e strettamente collegato con i nostri problemi economici – scarsa crescita della produttività, bassa occupazione giovanile, un’economia troppo matura – mi sembra assolutamente tempestivo.