IA, energia e capitale: cosa cambia davvero per la Pubblica Amministrazione

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L’intelligenza artificiale sta diventando un’infrastruttura critica. Per la Pubblica Amministrazione non è una questione di adozione tecnologica, ma di governo della spesa, integrazione infrastrutturale e produzione di valore pubblico misurabile

6 Febbraio 2026

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Angelo Ientile

Avvocato, Fondazione “Serics”Security and Rights in CyberSpace

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Giovanni Di Trapani

Ricercatore CNR-IRISS Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo

Foto di Aleksandr Barsukov su Unsplash - https://unsplash.com/it/foto/fotografia-ravvicinata-di-ringhiere-lN1fPT9J6DA

Negli ultimi mesi, la discussione sull’intelligenza artificiale ha superato la fase sperimentale ed è entrata in una dimensione che riguarda direttamente le amministrazioni pubbliche. Le stime che circolano a livello internazionale parlano di investimenti dell’ordine di decine di miliardi di dollari per singoli campus di data center IA su scala gigawatt. Al di là della cifra puntuale, ciò che conta per la PA è il segnale strutturale: l’IA non è più una tecnologia “da progetto”, ma una infrastruttura sistemica che incide su energia, reti, pianificazione territoriale, contratti pubblici e finanza.

Questo passaggio impone un cambio di postura amministrativa. L’IA non può più essere trattata come una linea di innovazione settoriale, affidata a singole direzioni o a bandi sperimentali. Richiede invece capacità di programmazione intersettoriale, coordinamento tra livelli di governo e una chiara attribuzione di responsabilità decisionali. Il primo nodo, per un dirigente pubblico, non è l’entità dell’investimento privato, ma la sostenibilità dei costi indiretti e impliciti che ricadono sull’azione amministrativa. Infrastrutture IA di grande scala comportano domanda energetica aggiuntiva, stress sulle reti, tempi autorizzativi complessi, consumo di suolo, necessità di adeguamenti normativi e contrattuali. Anche quando l’investimento non è pubblico, la PA è chiamata a creare le condizioni di fattibilità e a gestirne gli effetti. Senza una valutazione preventiva del rapporto tra costi sistemici e benefici pubblici, il rischio è assumere oneri strutturali senza un ritorno proporzionato in termini di servizi, efficienza o resilienza. Un secondo elemento critico riguarda il modello di spesa. L’infrastruttura IA presenta un profilo economico ibrido: a una componente fisica relativamente stabile si affianca una componente tecnologica soggetta a rapida obsolescenza. Per la Pubblica Amministrazione questo si traduce in una tensione crescente tra cicli di rinnovo tecnologico e strumenti tradizionali di programmazione finanziaria, progettati per beni durevoli. Se non governato, questo disallineamento può produrre dipendenze contrattuali, lock-in tecnologici e una crescita dei costi ricorrenti non sempre visibile nei documenti di programmazione.

A ciò si aggiunge la questione energetica, che per la PA non è più un vincolo esterno ma una variabile di policy. L’AI consuma energia in modo concentrato e continuo; richiede reti adeguate, tempi certi di connessione e stabilità dei prezzi. Senza un coordinamento stretto tra politiche digitali ed energetiche, le amministrazioni rischiano di promuovere iniziative di innovazione che entrano in conflitto con gli obiettivi di sostenibilità, sicurezza energetica e contenimento della spesa pubblica. In questo quadro, la domanda chiave per un dirigente pubblico non è se adottare l’AI, ma dove e per cosa. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella PA non può limitarsi a miglioramenti marginali di efficienza amministrativa. Applicazioni come chatbot, automazione documentale o supporto alla comunicazione possono produrre benefici, ma difficilmente giustificano costi infrastrutturali elevati. La sostenibilità passa attraverso usi ad alto impatto misurabile: sanità predittiva, manutenzione delle infrastrutture pubbliche, gestione intelligente dell’energia e dei trasporti, pianificazione territoriale, prevenzione dei rischi ambientali. In questi ambiti, l’IA può ridurre costi strutturali, prevenire danni futuri e migliorare la qualità delle decisioni pubbliche.

Per l’Italia, il rischio principale è la frammentazione. Una molteplicità di progetti non coordinati, spesso legati a finanziamenti temporanei, può generare duplicazioni, costi ricorrenti e risultati limitati. L’opportunità, al contrario, è utilizzare l’IA come leva per razionalizzare l’azione amministrativa, concentrando risorse, dati e competenze in pochi ambiti strategici e costruendo capacità interne stabili. La regolazione dell’IA è necessaria, ma non sufficiente. Serve una politica industriale e infrastrutturale che integri calcolo, energia, reti, competenze e materiali critici in un’unica visione. Per i dirigenti pubblici, ciò significa operare in un quadro di maggiore coordinamento interistituzionale, superando la logica dei silos amministrativi.

Per la Pubblica Amministrazione – per concludere – l’intelligenza artificiale non è una promessa astratta né un rischio da evitare a priori. È una scelta di governo. Nell’era dell’IA come infrastruttura critica, la vera sfida per i dirigenti pubblici è saper distinguere tra innovazione che genera valore pubblico e innovazione che produce solo costi aggiuntivi. La sovranità, oggi, non si misura in potenza di calcolo, ma nella capacità delle istituzioni di governare il rapporto tra tecnologia, energia, organizzazione e risultati, mantenendo il controllo sulle decisioni e sugli effetti di lungo periodo.

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