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Incentivi pubblici all’acquisto di banda ultra larga, due punti deboli

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Dove si annidano i problemi di approvazione dei “voucher 100 Mbps”, secondo il MISE dedicati al Cluster B? In due (improvvidi) aggettivi usati per i tipi di accessi: simmetrici e garantiti. Per l’addetto ai lavori questo significa fibra ottica fino a casa o, quanto meno, fino all’edificio

19 Aprile 2016

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Francesco Vatalaro, professore di Telecomunicazioni, Università degli Studi di Roma "Tor Vergata"

Da tempo il Governo ha preso in esame, a mio giudizio molto opportunamente, gli incentivi alla domanda sotto varie forme, fra cui l’erogazione diretta al consumatore di voucher una tantum (si dice di importo compreso fra 100 e 200 euro), per promuovere l’attivazione di contratti a banda ultralarga superveloce (oltre 100 Mbps). La proposta era già contenuta in una lunga lista di possibili incentivi che avevo studiato con gli operatori nell’ambito di un Tavolo tecnico Agcom già nel lontano 2011-2012, pertanto non posso che esprimere il pieno favore ad un’iniziativa che andrebbe ormai avviata senza indugio. È infatti ben noto che la scarsa domanda di accessi è una delle cause più rilevanti del ritardo di infrastrutturazione a banda ultralarga di cui soffre il Paese. Inoltre, l’esperienza storica dimostra che, se bene attuati, gli incentivi alla domanda funzionano.

I “voucher 100 Mbps” erano contemplati fra le misure previste a metà 2015 per il package normativo, detto Decreto Comunicazioni che, come tale, però non ha mai visto la luce. Oggi, a quanto pare, questo incentivo potrebbe essere ripreso e portato, finalmente, a decisione in un prossimo provvedimento, quindi vale la pena di esaminare la forma che potrebbe essere adottata. Secondo le vecchie indiscrezioni di stampa del giugno scorso, quando l’approvazione del package Comunicazioni sembrava imminente, sarebbe stata destinata la cospicua somma di 1,4 miliardi «a contributi in forma di voucher agli utenti finali che attivano servizi a banda ultralarga ad una velocità di connessione simmetrica superiore a 100 Mbps garantita».

Il contributo, in origine previsto a partire dal 2016 (ma che, evidentemente, slitterà all’anno prossimo), si prevede che verrà «corrisposto dall’operatore che fornisce il servizio mediante compensazione con il costo di attivazione del servizio medesimo». L’operatore dovrebbe prima coprire il tratto di rete d’accesso a banda ultralarga e, dopo avere attivato la nuova utenza superveloce e stipulato il relativo contratto, può ottenere dal MISE il rimborso del “voucher 100 Mbps” anticipato al cliente. Non si sa però molto su come stiano procedendo le relative attività normative salvo che, in occasione dell’annuncio dell’accordo quadro Stato-regioni dell’11 febbraio scorso sulle risorse regionali da destinare, il comunicato stampa del MISE si esprime in merito all’impiego di questi voucher come segue: «il piano BUL prevede l’intervento dello Stato anche nelle aree “grigie” (a mercato) utilizzando ulteriori risorse individuate dalla Delibera CIPE e gli ulteriori strumenti finanziari previsti dal Piano BUL quali il credito d’imposta, il fondo di garanzia e i voucher alla domanda.» Secondo la classificazione formulata dal Governo nel ben noto piano BUL, licenziato nel marzo 2015, l’area grigia (a mercato) consiste nel cosiddetto cluster B che dovrebbe includere 1100-1200 comuni di media dimensione (orientativamente fra 10.000 e 50.000 abitanti).

Dunque, se non tutto è stato ancora chiarito pubblicamente, forse ne sappiamo comunque a sufficienza per potere esprimere una velata preoccupazione che le condizioni attuative, pur nell’apprezzabile intento della massima efficacia, possano rischiare di inserire clausole inopportune con la malaugurata conseguenza di determinare altri ritardi o, peggio ancora, veri e propri problemi di approvazione in sede europea.

Le intenzioni sono buone, visto che il Cluster B rappresenta un’area rilevantissima del Paese di cui ci si è occupati sempre troppo poco (i piani TIM e Enel, per fare un esempio, incidono sull’intero Cluster A e sulle aree più competitive del Cluster B per un totale di circa 200-250 città). Il Cluster B ha una popolazione residente che si aggira fra il 40% e il 50% della popolazione italiana ed è sede di innumerevoli attività economiche, attraverso un vitale tessuto di medie e piccole imprese. Non è facile comprendere perché le discussioni, specie quelle condotte sui tavoli governativi, negli anni abbiano da un lato prodotto tanta enfasi sull’area a concorrenza infrastrutturale in cui possono intervenire solo i privati (Cluster A, solo il 10% della popolazione residente), mentre all’apparenza hanno largamente trascurato proprio la parte numericamente più rilevante del Paese, il Cluster B con un abitante su due, e che comparativamente non richiederebbe gli sforzi economici immensi che si devono esercitare nelle restanti aree a fallimento di mercato (C e D).

Ma dove si possono annidare i problemi di approvazione dei “voucher 100 Mbps”, secondo il MISE prevalentemente dedicati al Cluster B? In due (improvvidi) aggettivi usati per i tipi di accessi, cioè di tecnologie, che potenzialmente possiedono i requisiti: “simmetrici” e “garantiti”. Per l’addetto ai lavori, questo significa inequivocabilmente, fibra ottica fino a casa o, quanto meno, fino all’edificio. Ma davvero pensiamo che sia realistico che tutto il Paese risulti nel 2020 ovunque coperto da accessi in fibra ottica? O non sarebbe il caso finalmente di risvegliarsi dal sogno, prima che diventi un tragico incubo per tutti?

Ma non è solo una questione di ragionevolezza delle policy. I trattati, a cui l’Italia è tenuta ad aderire, sono chiari, e certo il MISE non può avere dubbi interpretativi: il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea all’art. 107 prevede che «sono incompatibili con il mercato interno (…) gli aiuti concessi dagli Stati (…) sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza.»

E poiché è stato proprio il Governo italiano, nel piano BUL, a fornire la suddivisione del Paese in cluster, di cui i Cluster A e B sono competitivi, pur a diverso grado ma comunque soggetti alle regole del mercato, sorge spontaneo il dubbio che ogni intervento statale, anche se diretto a sussidiare il consumatore è a rischio di censura; nello specifico, si noti il riferimento, nell’art. 107, a “talune produzioni” che richiama il principio generale della neutralità tecnologica che non si può violare. Non resta perciò che depennare senza indugio i due pericolosi aggettivi “simmetrico” e “garantito” che produrranno probabilmente molti grattacapi, senza peraltro rivelarsi di nessun reale aiuto in aree del Paese che, se hanno una speranza di raggiungere i 100 Mbps in pochi anni, questa speranza la potranno riporre soltanto in soluzioni di fibra all’armadio, laddove possibile integrate da soluzioni wireless LTE Advanced.