Napolitano: "Accesso ai dati, un problema secolare che richiederà (ancora) un lungo processo" - FPA

Napolitano: “Accesso ai dati, un problema secolare che richiederà (ancora) un lungo processo”

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L’accesso ai dati è un problema che ha (almeno 100 anni) e il percorso è ancora lungo,serve ancora tanta pazienza, serve creare cultura del dato, serve che i piccoli enti si consorzino per creare dei beni comuni e che gli enti centrali aiutino a divulgare standard

17 Giugno 2016

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Maurizio Napolitano, Fondazione Bruno Kessler

[…] Di piu’ avrei potuto fare, specialmente nel campo statistico, se non ci fosse nel nostro paese, e nei privati e negli enti morali, una tal quale ritrosia a confidare al dominio del pubblico dati, fatti e notizie. […]
Cesare Battisti, “Il Trentino” 1898, editore Giovanni Zippel- Trento.

Per chi si interessa di open data, leggere la frase scritta qui sopra non risulta niente di nuovo, ma leggere poi l’anno in cui è scritta fa venire un brivido: sono passati 118 anni da quando, Cesare Battisti, nella prefazione al suo libro della geografia del Trentino, sottolinea la fatica che ha fatto per ottenere i dati necessari alla scrittura di questo suo saggio di geografia fisica e antropogeografia.

Questo saggio è ormai in pubblico dominio da 30 anni, ma grazie al lavoro di Niccolò – wikipediano in residenza al MuSE – ora la sua diffusione è online tramite Wikisource.

La frase mi è capitato davanti agli occhi qualche mese fa, su segnalazione di Niccolò Caranti, mentre lui stava lavorando alla trascrizione del testo. Le parole e la data in cui sono state scritte, colpiscono e fanno riflettere. Si legge questo “ritrosia a rilasciare in pubblico dominio i dati”, e, più in particolare, si parla di chi questi dati li gestisce: “privati e enti morali”. Da un lato viene da pensare che forse, al tempo, i dati della pubblica amministrazione era già aperti.

Certo, dobbiamo fare un salto di oltre 100 anni per chiedersi qual è il “paese” citato nella prefazione. Al tempo il Trentino era sotto l’impero Austro-Ungarico, e, pertanto, Cesare Battisti sta parlando di quella realtà e non di quella italiana. Una realtà dove l’imperatrice Maria Teresa D’Austria istituiva, ancora nel 1760, il Tavolare: quel catasto che è ancora utilizzato nelle regioni (italiane) dell’ex-Impero.

Quindi, se la ragioniamo in chiave di archivi della PA, al tempo già esisteva qualcosa di sorprendente e che, allo stato attuale, ancora viene richiesto come un dato a cui chiunque dovrebbe avere accesso liberamente. Cesare Battisti, inoltre, stava scrivendo un saggio di geografia e, da sempre, il movimento open data guarda ai dati territoriali come una risorsa fondamentale da cui partire. L’esigenza, però, di scrivere un libro che non solo descrive il territorio ma anche chi lo vive (si tratta anche di un saggio di “antropogeografia”), va però oltre, e, sicuramente chiede anche di dati statistici. Battisti parla però anche di “fatti” e “notizie”. Tralasciando eventuali discussioni che si possono fare nel cercare di definire queste parole nel contesto del secolo scorso, i termini fanno subito capire che la ricerca aveva bisogno di ulteriori dati, in particolari quelli dei beni culturali e turistici [ sono più che certo che se vivesse nel nostro tempo adorerebbe un progetto come OpenStreetMap] .

Il quadro che ne esce è che, a distanza di così tanto tempo, lo scenario non sembra essere cambiato di molto, se non per il fatto che i prodotti che si creano vanno oltre alla scrittura di libri. Ancora siamo qui a chiedere dati, anche ad enti “privati’ o “morali”: enti che potremmo individuare come aziende partecipate della pubblica amministrazione che, spesso, gestiscono dati importanti come quelli dell’energia, dell’ambiente, degli edifici, delle comunicazioni … dati che, un Cesare Battisti di oggi potrebbe trasformare non solo in libri ma anche in servizi, applicazioni, strumenti per migliorare la vita delle persone o per creare nuovi mercati.

Abbiamo ancora tanto e troppo da fare. Ammetto che in questi anni c’è stato qualche segnale di cambiamento, ma ancora siamo lontani dall’ottenere risultati concreti: ci sono ancora tantissimi dati che possono dare molto valore alla comunità, ma sono ancora lì, secretati, coperti da una “ritrosia a confidare al dominio del pubblico”.

Non si tratta di educare alla trasparenza. Il tema di “open data = trasparenza”, in questi anni, ha creato più “mala-interpretazione” del concetto piuttosto che aiutare a far crescere il movimento. La trasparenza è importantissima, e proprio per questo prima di tutto è fondamentale saperla comunicare: l’output principale della trasparenza è saper far arrivare il messaggio dei dati che contiene. Pubblicare solo i dati, privi di contesto, privi di documentazione e – ancora peggio – privi di aggiornamento (meglio se automatico) non aiuta a creare trasparenza, anzi, di contro, crea “opacità”.

Purtroppo, quanto creato fino ad ora, ha creato una grande quantità di file che danno il loro piccolo contributo, ma muovono poco. Ora abbiamo un FOIA, questo può essere molto più significativo per raggiungere la trasparenza. Cerchiamo, invece, di concentrarci sull’aiutare a creare open data di qualità e far uscire quei dati che sappiamo benissimo essere fondamentali, pur consapevoli che si tratta prima di tutto di un
problema culturale.
Davanti a chi subisce la tecnologia dichiarando che non è in grado di risolvere il problema, il buon Annibale D’Elia sottolinea che “il server serve per servire”. Questo invece è un inutile baluardo che non fa altro che alimentare la resistenza di quella “ritrosia a confidare al dominio del pubblico dati”.

Il percorso è ancora lungo, lunghissimo, serve ancora tanta pazienza, serve creare cultura del dato, serve che i piccoli enti si consorzino per creare dei beni comuni e che gli enti centrali aiutino a divulgare standard. Standard che devono però essere sotto il confano dell’auto in modo d’aiutare, in maniera trasparente, chi fa l’oneroso lavoro della raccolta dei dati.