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Open data, ultimo appello

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La terza edizione dell’Open Data Barometer fotografa una situazione internazionale con qualche luce e molte ombre e, per l’Italia, una situazione in lieve miglioramento, ma con un ritardo ancora grave nei confronti dei principali paesi europei. E in una situazione generale da ultimo appello

23 Aprile 2016

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Nello iacono, Stati Generali dell'Innovazione

La terza edizione dell’Open Data Barometer fotografa una situazione internazionale con qualche luce e molte ombre e, per l’Italia, una situazione in lieve miglioramento, anche se l’incremento di una posizione (dal ventiduesimo al ventunesimo posto) non ci riporta ancora alla valutazione del 2013 (ventesima) sui 92 paesi analizzati.

Guardando ai Paesi europei a noi più simili (come Regno Unito – primo, Francia –seconda-, Spagna – tredicesima e Germania-undicesima) il ritardo è molto, troppo visibile.


Lo scenario internazionale

Il rapporto identifica alcuni punti di particolare attenzione:

  • l’open data sta entrando nel “mainstream”. La gran parte dei paesi analizzati, infatti (55%), ha una iniziativa in atto sugli open data e un catalogo nazionale che permette l’accesso e il riuso dei dataset. In più, molti degli altri paesi hanno in programma iniziative analoghe (inclusi Equador, Giamaica, Nepal, Tailandia, Botswana, Etiopia, Nigeria, Rwanda, Uganda). La domanda sugli open data è rilevante e sia la società civile che la comunità Ict stanno usando i dati governativi, perfino dove i dati non sono pienamente aperti;
  • il progresso sul numero dei dataset davvero aperti è stato, nell’ultimo anno, minimo o inesistente. Anche con il diffuso sviluppo di piani e politiche di open government troppi dati critici rimangono chiusi negli archivi governativi. Dei 1.380 dataset governativi analizzati, circa il 90% è ancora chiuso, come nella precedente edizione del rapporto. In più, il 10% che è aperto è di qualità scadente, rendendo difficile l’effettivo riuso;
  • l’“Open-washing” sta progredendo a macchia di leopardo. Molti governi stanno pubblicizzando le loro politiche sugli open data per migliorare la propria immagine dal punto di vista della trasparenza. Ma gli open data sono solo uno degli elementi per l’open government, perché il governo dia realmente conto del proprio operato e si metta in relazione con i cittadini. Occorre sviluppare una cultura dell’openness, che favorisca e sostenga il coinvolgimento dei cittadini, anche normativamente. In questa edizione si è invece registrata una regressione su diversi aspetti, come la libertà di informazione, la trasparenza, l’accountability, la privacy. In questo contesto l’open data non può essere un reale acceleratore di sviluppo sociale ed economico;
  • l’implementazione e il finanziamento sono i punti più deboli. I valori degli indicatori su implementazione e impatto non hanno avuto progressi significativi, e in alcuni casi ci sono state delle regressioni. Nonostante gli open data possano dare benefici economici, i budget per la pubblicazione dei dati sono spesso inadeguati, così come quelli necessari a sviluppare le competenze degli utenti. I quadri normativi sono spesso troppo deboli e sono la dimostrazione che la tendenza dei governo è di vedere l’open data come una sperimentazione, con nessuna strategia di lungo termine. Questo determina un’implementazione poco strutturata, una domanda debole e un impatto limitato;
  • il gap tra i Paesi che hanno un alto Pil e gli altri è elevato e richiede urgentemente attenzione. Ben 26 dei 30 primi paesi nella classifica sono Paesi ad alto Pil, e la metà dei dataset aperti si registra nei primi 10 Paesi Ocse. Questo può determinare una nuova “frontiera di disuguaglianza” tra i Paesi;
  • è in corso una sfida ai Paesi in cima alla classifica da parte di una nuova generazione di Paesi che adottano l’open data. Stati Uniti e Regno Unito stanno progredendo lentamente, a dimostrazione di problemi a livello politico ed economico, mentre altri Paesi come Francia, Canada, Messico, Uruguay, Corea del Sud, Filippine, stanno emergendo con forza. L’International Open Data Charter potrebbe rappresentare un importante veicolo per consolidare questo progresso e ridare energia ai paesi leader “tradizionali”.


La situazione italiana

La valutazione dell’ Open Data Barometer è interessante perché fornisce una valutazione segmentata, distinguendo tra “readiness” (a livello di politiche governative, di cultura di imprese e di cittadini), “implementation” (in cui si valuta su più settori l’attuazione delle politiche governative), e “impact” (per la valutazione sui benefici socio-economici che sono stati rilevati).

Il ritardo dell’Italia è abbastanza omogeneo sui tre sotto-indicatori:

  • sul fronte della “readiness” siamo al 22° tra i Paesi esaminati e 13° tra i Paesi UE, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti sociali e le imprese;
  • dal punto di vista dell’implementazione siamo al 23° posto in assoluto e 13° tra i Paesi UE, con una distanza molto pronunciata dai Paesi più avanzati (UK, Canada), e dei ritardi rilevanti su diverse aree di dati, come quelle dei trasporti, della criminalità, dell’istruzione, delle imprese;
  • per quanto riguarda l’impatto siamo in buona risalita, al 17° posto in assoluto e 13° tra i Paesi UE, grazie soprattutto all’impatto dell’open data sulla trasparenza, l’accountability e l’efficienza a livello governativo e istituzionale, mentre l’impatto è nullo sul fronte dell’inclusione e molto basso sull’ambito economico. Su questi punti in forte ritardo rispetto ai Paesi come Francia e Spagna.


L’Italia continua a mostrare una buona capacità di tradurre in impatti positivi quello che realizza e che (poco) imposta, ma sconta una disattenzione notevole in ambito di politiche rivolte alla società civile e al mondo delle imprese. Una più ampia e incisiva policy su questi fronti, una più avanzata readiness del sistema Italia potrebbero quindi portare a impatti molto significativi, soprattutto in settori oggi in gran parte trascurati. E il perdurare della situazione non può che rendere sempre più difficile il recupero.


Ma non soltanto per l’Italia, questo in ambito di open data è il momento cruciale. Se non si sfrutta questo periodo di ancora alta attenzione internazionale, il rischio è che la maturità non sia raggiunta e i benefici non si concretizzino. In altre parole, come sottolinea il rapporto, che il mondo open data diventi “una città fantasma di progetti pilota abbandonati, portali di dati non aggiornati, e applicazioni inutilizzate”.