Privacy, nei tribunali italiani un diritto a metà - FPA

Privacy, nei tribunali italiani un diritto a metà

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7 Novembre 2016

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Giuseppe Gorga

Nell’odierna società dell’informazione il concetto di privacy è inscindibilmente legato a quello di diritto alla protezione dei dati personali che, negli ultimi anni, ha trovato cittadinanza all’interno di testi normativi nazionali ed internazionali. Ma di quanta protezione dei dati personali vi è oggi nei tribunali Italiani? L’esempio del malinteso diritto della privacy è tutto nella trasfigurazione plastica dell’estratto del ruolo delle udienze affisso sulla porta delle udienza di un noto tribunale di una regione importate dell’Italia. Nel rigoroso rispetto della privacy, le cause sono individuate solo con il numero di iscrizioni a ruolo degli atti del contenzioso civile con il relativo anno di iscrizione. Basta però entrare nell’aula in cui saranno chiamati i casi in udienza, per trovare disseminati sui tavoli i fascicoli, così accessibili a tutti: parti testimoni, avvocati ecc. Il diritto alla privacy, come diritto diverso dal diritto alla protezione dei dati personali, nelle aule di giustizia sembra ignorato. L’attuale nozione intesa come information privacy deriva dello sviluppo sociale e tecnologico che ha imposto una rivisitazione del concetto tradizionale; prima che la diffusione dei personal computer permettesse di raccogliere, organizzare e trasmettere una serie indistinta d’informazioni personali in modo veloce e per i fini più disparati, il diritto alla privacy andava a coincidere con il the right to be l’alone statunitense, il quale attribuiva all’individuo il diritto di essere lasciato in pace, indisturbato, di godere di una sfera riservata al riparo dalle intrusioni da parte di esterni. Almeno in questo significato residuale la prassi giudiziaria dovrebbe tenere conto, ossia il diritto della protezione del dato giudiziario che nel nostro codice della privacy è qualificato come dato sensibile.