Pubblico, privato e… : cosa non può mancare nei servizi pubblici

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In un momento così triste in cui tante vite sono finite in un rogo infernale a Viareggio credo che, tenendo alla larga le polemiche e le facili strumentalizzazioni da sciacalli, non possiamo però fare a meno di interrogarci, da osservatorio specializzato sull’azione pubblica quale noi siamo, sulla direzione che rischia di prendere l’intero comparto dei servizi pubblici. E intendo per servizio pubblico non tanto o non solo i servizi offerti dalle PA o da società di capitale pubblico, ma ovviamente tutti quei servizi che garantiscono diritti inalienabili dei cittadini: istruzione, salute, giustizia, mobilità, cultura, accesso alla rete, partecipazione, informazione…

30 Giugno 2009

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

In un momento così triste in cui tante vite sono finite in un rogo infernale a Viareggio credo che, tenendo alla larga le polemiche e le facili strumentalizzazioni da sciacalli, non possiamo, però, fare a meno di interrogarci, da osservatorio specializzato sull’azione pubblica quale noi siamo, sulla direzione che rischia di prendere l’intero comparto dei servizi pubblici. E intendo per servizio pubblico non tanto o non solo i servizi offerti dalle PA o da società di capitale pubblico, ma, ovviamente, tutti quei servizi che garantiscono diritti inalienabili dei cittadini: istruzione, salute, giustizia, mobilità, cultura, accesso alla rete, partecipazione, informazione…

Io dico chiaro e forte che per questi servizi l’economicità della gestione non può essere mai e in nessun caso il parametro determinante per guidare le scelte. Quando si devono garantire diritti non possiamo dire “questo costa troppo”, al massimo possiamo chiederci se stiamo spendendo in modo efficace e commisurato ai risultati, se gli investimenti sono corretti, se la gestione è sana e non sprecona.

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Non possiamo farlo per due ragioni dirimenti: la prima è che il cittadino non ha scelta. Se un imprenditore turistico, per risparmiare, tenesse i bagni dei suoi alberghi nello stesso stato pietoso che possiamo constatare ogni giorno nei vagoni ferroviari dei treni che non appartengono alla categoria privilegiata dell’Alta Velocità, perderebbe a mano a mano tutti i clienti: questi, infatti, possono scegliere di andare a dormire altrove. Non così i pendolari, non così gli utenti di Trenitalia, non così chi voglia spedire merci su rotaia invece che su gomma. Lì la scelta non c’è.

Il secondo motivo è che la stessa ragion d’essere dell’amministrazione pubblica e del patto con i contribuenti è nella capacità di fornire servizi anche (e direi soprattutto) laddove non è economico farlo. E’ da tempo, quindi, che insisto nel bocciare la compatibilità economica come criterio per la politica dei servizi: quel che ci deve guidare è la loro sostenibilità che è cosa del tutto diversa. La sostenibilità, infatti, introduce come variabile politicamente determinata quel che la compatibilità assume come intoccabile (ossia il costo del servizio e il budget ad esso destinato) e viceversa considera come determinato in forma autonoma e indipendente il livello di servizio e di sicurezza cui la collettività non può e non vuole rinunciare. In altre parole ci sono livelli di servizio che non sono negoziabili, costi quel che costi. E’ questo il ruolo della politica e, quindi, dell’amministrazione pubblica che opera per realizzarne i programmi. Io sono assolutamente convinto che nei servizi pubblici il sistema pubblico non può mai abbandonare il timone, né può smettere mai di fissare i paletti della qualità e del livello minimo di servizio che va garantito. Costi quel che costi.

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Ridurre i budget, stressare il risultato economico come guida dell’azione, prendere in forma del tutto pretestuosa come esempio i settori di mercato più concorrenziali e più tesi a profitto ci porta fuori strada. Non di spendere meno abbiamo bisogno, ma di spendere meglio per far sì che ogni euro serva veramente a garantire diritti fondamentali a tutti, ma soprattutto ai più deboli.
Con un esperimento mentale ripensate ora ai nostri treni pendolari, alle nostre liste d’attesa ospedaliere, alla sicurezza dei nostri edifici scolastici, alla gestione della nostra cultura, alla lunghezza media dei nostri processi e poi ditemi se stiamo andando nella direzione della garanzia e della sicurezza dei diritti.

In questo contesto degradato mi rifiuto di ascoltare chi parla di “tragica fatalità”, persino se, nel caso di specie, avesse i suoi buoni motivi.