Valori, visioni e scelte responsabili per una politica d’innovazione

EDITORIALE

Valori, visioni e scelte responsabili per una politica lungimirante d’innovazione

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Come dice Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro e Marianna Mazzucato nei suoi lavori, è l’azione pubblica che può garantire un’innovazione democratica, sostenibile e distribuita. Ma perché la PA faccia questo salto sono necessarie delle azioni abilitanti che speriamo di veder realizzate nel 2020. Ecco quali sono

13 Febbraio 2020

Carlo Mochi Sismondi

Presidente FPA

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Il Presidente della Repubblica, nel suo messaggio di fine anno, ci ha chiesto di ampliare la nostra prospettiva e di guardare l’Italia come se la vedessimo dallo spazio. Un esercizio certamente utile per relativizzare le contingenze e cercare di vedere, come si fa socchiudendo gli occhi di fronte ad un grande quadro, il disegno generale del Paese e del suo futuro, senza che i particolari e le quotidiane scaramucce ci distraggano, impedendoci di coglierne una visione di sintesi.

Nel mio piccolo, vengo in questi giorni da un esercizio simile che mi è stato permesso da un lungo viaggio. Io l’Italia ho cercato di vederla da un viaggio nel Sud dell’India. Un Paese che ha enormi problemi, ma anche una grandissima capacità di investire nel futuro e che ora sta scegliendo di puntare tutte le sue carte sull’educazione dei giovani e in particolare sull’educazione tecnica, costruendo e gestendo migliaia di politecnici che troneggiano, come un tempo lì erano i templi e da noi le chiese, in ogni anche più sperduta regione.

Visto da lì, e leggendo quotidianamente i nostri giornali, ma anche quelli locali, il nostro Paese sembra molto piccolo, ma soprattutto sembra mancare di questa “fame di futuro”, di questa visione a venti/trent’anni che invece lì, pur accanto agli aratri condotti con i bufali, appare immediatamente evidente. L’anno appena passato ci restituisce sì dei risultati non banali sia dal punto di vista della governance dell’innovazione, sia dal punto di vista delle linee politiche, ma siamo ancora orfani, nella complessità del presente, di parole d’ordine condivise e non generiche sul futuro che vogliamo.

Il mio contributo a questo annuario, per il resto frutto maturo di una compagine giovane, competente ed entusiasta che costituisce il mio orgoglio, parte proprio da qui: dalla necessità di una visione di futuro chiara, definibile in poche frasi, condivisa almeno dalla politica che in questo momento ha il compito dell’orientamento dello sviluppo. Ma una visione non nasce dal nulla, è essa stessa una scelta non neutrale di valori di riferimento. E sono questi valori, che disegnano la visione del Paese che vogliamo, che ci aiutano a individuare le opportunità dell’oggi e del domani. Ma le opportunità ci consegnano, assieme a motivate speranze, anche la grande responsabilità di non sprecarle e la responsabilità a sua volta ci impone di operare scelte che, necessariamente, a pena altrimenti di essere banalmente inutili, saranno coerenti con una visione di futuro e non con un’altra, accontenteranno qualcuno e scontenteranno altri.

Visione, valori, opportunità, responsabilità e scelte non neutrali. Sono queste le parole che costituiscono i punti fermi di questa riflessione di fine anno. La nostra visione di sviluppo e di innovazione è ampiamente definita dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e dai suoi obiettivi di sviluppo sostenibile. Se poi vogliamo essere ancora più sintetici posso dire che sposo in pieno le parole che la Ministra Pisano ha voluto porre ad introduzione del suo Piano d’innovazione 2025 – Strategia per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione del Paese e che riporto integralmente: «L’innovazione e la digitalizzazione devono far parte di una riforma strutturale dello Stato che promuova più democrazia, uguaglianza, etica, giustizia e inclusione e generi una crescita sostenibile nel rispetto dell’essere umano e del nostro pianeta».

A parte un piccolo emendamento, per cui io parlerei della necessaria evoluzione della comunità nazionale, piuttosto che dell’istituzione statuale, non potrei essere più d’accordo.

All’inizio del terzo decennio del secolo, all’alba di quel 2020 tante volte annunciato come traguardo di progresso, lo sviluppo è a un bivio: la crescita esponenziale delle disuguaglianze sia tra paesi che all’interno di ogni comunità nazionale e uno sviluppo economico non sostenibile che consuma molte più risorse di quante se ne creino, con un continuo furto a spese delle nuove generazioni, hanno portato alla consapevolezza della necessità e urgenza di un profondo cambio di paradigma. In questo cambiamento la trasformazione digitale può essere uno straordinario strumento di sviluppo equo e sostenibile, di coesione sociale e di crescita delle capabilities di ciascuno, come invece può essere produttore di nuove ingiustizie e di inaccettabili marginalità.

In questo scenario teleologico noi siamo quindi sempre più convinti della fondamentale importanza dell’innovazione e della trasformazione digitale. Credo però che sia comunque necessario superare un facile quanto rozzo ottimismo verso la trasformazione digitale e i suoi cantori che la descrivono come foriera, sempre e comunque, di “magnifiche sorti e progressive” e scavare invece un po’ più in profondità. La trasformazione digitale infatti non è né solo uno strumento, né tantomeno un settore: la cosa a cui più somiglia è un ecosistema complesso. Questo ecosistema ha non solo tecnologie, ma deve avere anche e soprattutto valori orientativi che dobbiamo riconoscere e tutelare. Sono infatti valori quanto mai necessari proprio in questo momento storico in cui tutto il mondo occidentale costruisce muri e va arroccandosi in un “assedio preventivo” che è il rovescio della ricca rete relazionale che il digitale può abilitare.

Il primo valore è proprio la metafora della rete. La rete relazionale non è solo social, non è solo informazione gratis, non è solo `esserci´ sempre e comunque. La rete relazionale è soprattutto costruzione di una partecipazione informata e consapevole e una collaborazione tra interessi che creino quella intelligenza collettiva che è possibile, ma non garantita dagli strumenti, che possono essere invece portatori di nuove dipendenze e divisioni. Noi parliamo spesso di “governo con la rete” proprio per mettere in evidenza questa necessaria apertura delle istituzioni ad una collaborazione che sia non occasionale, ma costitutiva del patto democratico tra eletti ed elettori, tra cittadini e istituzioni, tra le varie e diverse componenti del tessuto sociale.

La rete ci porta al secondo valore fondamentale del “paradigma digitale” che è l’inclusione. La rete nasce per includere e non per escludere. Per considerare ricchezza e non pericolo la diversità. Per dare a ciascuno lo spazio abilitante perché possa vivere la propria vita, raggiungere i propri peculiari obiettivi in un contesto di coesione sociale. Ma non è scontato: il digitale può essere usato anche per schedare, per escludere, per controllare, per costruire non ponti, ma muri che la tecnologia renderà non migliori, ma soltanto più efficienti.

Un terzo valore dell’ecosistema digitale, connesso ai primi, è quello dell’accesso. Accesso che vuol dire soprattutto abbassamento della soglia d’entrata e quindi diminuzione delle disuguaglianze. Di fronte al mio strumento digitale (anche quello a bassissimo costo) io sono potenzialmente ‘uguale’, nella mia possibilità di esprimermi e di essere ascoltato ovunque io sia e quale che sia la mia condizione sociale. Certo questa potenzialità deve basarsi su alcuni presupposti essenziali e non automatici che vanno dalla diffusione delle competenze di base alla neutralità della rete, ma è indubbio che oggi, mentre scrivo, godo di un’opportunità che un tempo era riservata a pochissimi.

Questa visione basata sullo sviluppo sostenibile e la riduzione delle disuguaglianze e sui valori di democrazia, inclusione, sviluppo di pari opportunità per tutti ci aiuta ad individuare quali sono oggi, alla fine di un contraddittorio, ma non del tutto deludente 2019, le opportunità, i punti di forza su ci possiamo contare.

Ne metto in evidenza, tra gli altri, i quattro che mi sembrano più importanti:

  • il recente e tumultuoso sviluppo tecnologico ci offre possibilità che solo pochi anni fa sembravano di fantascienza. Dall’analisi dei Big Data all’intelligenza artificiale, dall’analisi puntuale dei processi alle nuove potenzialità del Cloud, dalle capacità predittive alle potenzialità del lavoro collaborativo, dalla tempestività dell’informazione alla condivisione della conoscenza le tecnologie permettono lo sviluppo delle potenzialità individuali e collettive in una forma mai sperimentata prima;
  • una nuova consapevolezza dei nostri giovani che contrasta con l’immagine stereotipata che spesso se ne dà, mentre invece cresce la voglia di prendere in mano il loro futuro sia dal punto di vista della sostenibilità dello sviluppo, sia da quello della gestione della cosa pubblica;
  • una vasta schiera di innovatori nella PA che non si rassegnano ad una visione riduttiva del loro lavoro, che si sono indignati per una denigrazione continuata del loro ruolo, ma non per questo si sono arresi, anzi tutti i giorni si confrontano con le esigenze dei contribuenti innovando, sperimentando, spesso collegandosi tra loro una sorta di lobby positiva;
  • infine, un sapere di altissima qualità in molte delle nostre università e centri di ricerca, anche se in questo campo scontiamo una carenza di investimenti importante a confronto dei paesi omologhi in Europa.

I valori, le visioni e le opportunità sommariamente descritte ci consegnano la grande responsabilità delle scelte. Sgombrando il campo dall’ingenua e pur così diffusa idea che le scelte possano essere gradite a tutti e a costo zero, dobbiamo noi stessi e il Governo, che ne ha la responsabilità costituzionale, avere il coraggio di individuare priorità, definire cosa vogliamo fare, quando e con quali risorse, cosa invece non faremo, almeno per il momento, perché non prioritaria. È velleitario infatti immaginare di avere risorse sufficienti per tutto quel che sarebbe buona cosa fare, ma nello stesso tempo ogni risorsa che non sarà utilizzata per le priorità ha il forte rischio di essere uno spreco che non possiamo permetterci.

Tornando alle scelte, il mio auspicio per il 2020 che comincia ora è che si lavori secondo tre principi guida e su quattro direttrici fondamentali. Partiamo dai principi.

  1. Uno sviluppo equo e sostenibile del Paese, basato sull’uso intelligente, pervasivo e democratico dell’innovazione tecnologica, non è possibile senza un’azione congiunta di tutte le componenti della società. Crediamo quindi che vada rinforzata la Partnership-Pubblico-Privato, vada favorita la possibilità anche per le PMI e per le start up di contribuire a questo processo, vada dato spazio ad una collaborazione strategica con le imprese più innovative, pur mantenendo una corretta distinzione di ruoli, vada percorsa la strada della collaborazione anche con la cittadinanza attiva e con il terzo settore.
  2. L’innovazione di un Paese cammina sulle gambe delle donne e degli uomini che vi lavorano ogni giorno. Crediamo che l’attenzione alle persone, dentro e fuori l’amministrazione pubblica, sia il fondamento di qualsiasi duraturo progresso. Se questo è vero sempre, è ancor più vero quando ci si appresta a realizzare un massiccio ricambio di personale, così come necessariamente accadrà nella PA nei prossimi due anni. L’attenzione alle persone vuol dire in questo caso essere in grado di stilare corretti piani dei fabbisogni, attirare i migliori, di scegliere i profili più adeguati ai nuovi compiti della PA, di inserirli con una grande cura usando strumenti di tutoring e di mentoring. Ma vuol dire anche saper trasformare il contesto in cui le nuove risorse arriveranno in modo che siano preparate ad accoglierle. In questo caso sono la formazione continua e l’organizzazione agile del lavoro a fare la differenza.
  3. La velocità dell’innovazione tecnologica è tale da imporre una alta e consapevole flessibilità sia nelle norme sia nell’organizzazione del lavoro. Crediamo che tale velocità, che coinvolge sia la trasformazione dei processi e dell’analisi dei dati, sia la loro elaborazione secondo i paradigmi della c.d. “intelligenza artificiale”, richieda da una parte un continuo aggiornamento nei processi produttivi e nei servizi, dall’altra una costante attenzione agli aspetti sociali ed etici. Solo così sarà possibile preparare insieme un futuro giusto e sostenibile.

Questi principi devono guidare le azioni che, a mio parere, possono essere distinte, per chiarezza, su quattro direttrici fondamentali da declinare a loro volta in azioni prioritarie.

  1. Potenziare e rendere effettivamente esigibili i diritti dei cittadini e delle imprese. Sarebbe un grave errore sottovalutare o dare per scontata l’esigenza dei cittadini e delle imprese di avere dalla PA risposte e servizi ‘vicini e veloci’. Anche se ne parliamo da decenni, ancora troppo spesso la burocrazia è inutilmente complicata, i processi derivano da stratificazioni di leggi mai armonizzate, le amministrazioni non si parlano e costituiscono piccoli feudi. In questo campo di ‘prossimità’ con i cittadini e le imprese le azioni non possono essere altro che pazienti, coerenti, tenaci. Occorre:
    • il potenziamento e la coerenza nelle azioni di semplificazione amministrativa e di riduzione degli oneri burocratici per cittadini e imprese attraverso l’unicità delle procedure e l’uniformità dei procedimenti: nessuna app è in grado magicamente di rendere veloce o intelligente una procedura bizantina e stupida;
    • il rafforzamento del diritto del cittadino a ricevere una risposta dall’amministrazione in tempi certi;
    • l’estensione a tutta la pubblica amministrazione del concetto dell’only once per cui sono le amministrazioni e non i cittadini che si scambiano i dati che devono essere forniti una volta per tutte. In questo senso è fondamentale l’azione per una identità digitale universale e fornita dallo Stato, rispettando sia i criteri di privacy, sia la titolarità del dato che è e rimane del diretto interessato;
    • l’effettiva messa a disposizione dei cittadini e delle imprese di canali di contatto diretto con le amministrazioni, attraverso strumenti a cui tutti siamo ormai abituati, come ad esempio le applicazioni su smartphone, come l’app IO che dovremmo poter adoperare già nei prossimi mesi;
    • il costante e coerente perseguimento dei principi dell’Open Government, basato sulla trasparenza e l’accountability, la partecipazione dei cittadini, la collaborazione con tutti gli stakeholder.
  2. Rafforzare la pubblica amministrazione in un clima di ritrovata fiducia, puntando sulle persone che ne sono il principale asset. Come spesso si sente dire, è necessario che i dipendenti pubblici recuperino l’orgoglio del proprio ruolo al servizio delle comunità locali e della nazione e che si sentano parte di un lavoro di squadra. Ma questo risultato non si ottiene con i proclami e nemmeno con le leggi. Occorre:
    • realizzare un empowerment delle organizzazioni attraverso la formazione continua e il potenziamento degli strumenti e delle pratiche di partecipazione dei lavoratori pubblici ai processi di miglioramento;
    • garantire e gestire un massiccio ricambio generazionale che sfrutti la straordinaria opportunità attuale per nuove assunzioni con nuovi profili rispondenti alle esigenze e che, attraverso moderne politiche di employer branding, avvicini i giovani migliori al lavoro nelle amministrazioni;
    • porre grande attenzione alla valorizzazione dell’esperienza e dei saperi esistenti, che sono preziosi per una razionale azione di tutoring e mentoring dei nuovi assunti;
    • focalizzare la valutazione organizzativa sugli obiettivi strategici del Paese, superando in silos amministrativi e potenziando filiere amministrative centrate su questi obiettivi (es. aumento dell’occupazione; lotta alle disuguaglianze; Green New Deal; recupero delle aree marginalizzate);
    • promuovere la discrezionalità dei dirigenti e le sperimentazioni in deroga, favorendo, anche attraverso un’azione concordata con gli organi di controllo (CdC, giustizia amministrativa, autorità garanti, ecc.), una condizione di maggiore fiducia che ostacoli la tentazione della “burocrazia difensiva”.
  3. Semplificare radicalmente la stessa ‘geografia’ delle amministrazioni e degli enti. Non è possibile pensare ad un’amministrazione più semplice in un quadro istituzionale confuso e contraddittorio come, ad esempio, è quello relativo alla funzione delle province e degli istituti di governance di area vasta. D’altro canto, appare sempre più l’importanza di utilizzare al meglio l’esperienza, anche politica oltre che amministrativa, dei sindaci e degli amministratori locali. Ci aspettiamo quindi per il 2020 di poter contare su:
    • una maggiore autonomia dei territori in un quadro di solidarietà nazionale, potenziando le amministrazioni più vicine ai cittadini, come i Comuni e favorendone l’aggregazione funzionale in modo che possano garantire diritti uniformi su tutto il territorio nazionale;
    • una definizione più razionale e coerente della governance locale e dell’assetto delle istituzioni di area vasta, riprendendo i processi di riforma e investendo nella loro effettiva attuazione, ma garantendo comunque alle diverse Regioni un alto grado di autonomia nel delineare i modelli più idonei alle diverse comunità locali;
    • un maggior coraggio nel perseguire la semplificazione degli enti pubblici già cominciata, rafforzando gli enti necessari e riducendo drasticamente quelli non necessari;
    • una più efficace azione di individuazione e diffusione delle migliori esperienze perché siano patrimonio comune del Paese.
  4. Realizzare una concreta trasformazione digitale della PA come driver per la trasformazione digitale del Paese. In questo 2019 che sta finendo le classifiche internazionali sull’economia digitale non ci premiano e ci vedono stabili in posizione di retroguardia, anche se, come ben evidenziato dalla preziosa ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, il panorama delle Regioni italiane è molto variegato. Noi pensiamo che una pubblica amministrazione che abbracci con coraggio, lungimiranza e coerenza la trasformazione digitale possa fare la differenza. Infatti:
    • la PA è il maggior utilizzatore di tecnologie e con la sua domanda può qualificare e orientare l’offerta: ad oggi spende infatti circa 5.500 milioni di euro l’anno in ICT (fonte Osservatori del Politecnico di Milano) ponendosi come primo settore merceologico per investimento nel digitale;
    • la PA è un potente driver d’innovazione, sia direttamente sia attraverso l’istruzione e la ricerca, e può accompagnare, rendendole efficaci, le decisioni politiche per lo sviluppo di nuove imprese e nuove tecnologie;
    • la PA è il veicolo su cui può marciare una efficace politica industriale d’innovazione che può favorire rendendo più facile e veloce l’accesso agli incentivi e più mirato e preciso il loro utilizzo;
    • la PA, assieme alla politica che le dà i macro-obiettivi, è garante del valore sociale dell’innovazione e della costante attenzione ai suoi aspetti etici.

Insomma, come dice Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro e Marianna Mazzucato nei suoi lavori, è l’azione pubblica che può garantire un’innovazione democratica, sostenibile e distribuita.

Ma perché la PA faccia questo salto sono necessarie delle azioni abilitanti che speriamo di veder realizzate nel 2020 che comincia. Parliamo di:

  • formazione sui fondamenti strategici della trasformazione digitale per tutti i dirigenti, a cominciare da quelli in posizione apicale;
  • alfabetizzazione informatica di base, secondo i principi del Syllabus, per tutti i dipendenti pubblici;
  • integrazione e razionalizzazione delle basi di dati delle diverse amministrazioni;
  • introduzione di efficaci strumenti per l’interoperabilità, cioè dialogo diretto tra sistemi informatici di strutture pubbliche e private;
  • consolidamento degli applicativi e razionalizzazione dei data center pubblici;
  • ripensamento dei processi di procurement e di interazione del pubblico con il mercato;
  • potenziamento degli strumenti e delle azioni per la cybersecurity su tutto il territorio nazionale e in tutte le amministrazioni, ricordando che la forza di una catena è data dalla resistenza del suo anello più debole.

In conclusione, valori etici e politici, coerenti visioni dello sviluppo, opportunità, responsabilità e scelte coraggiose e lungimiranti per l’innovazione non sono solo il mio auspicio per l’anno che viene, ma sono anche i più potenti antidoti al veleno dello short termism che ci impedisce di imparare dal passato e di pensare al futuro, imprigionandoci in un eterno presente, in cui il vorticoso movimento che sembra coinvolgerci ogni giorno in una sarabanda infernale, in realtà, visto dallo spazio, non è che illusorio e siamo invece sostanzialmente fermi.