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Covid19: perché il project management può aiutare la PA a gestire l’emergenza

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In questi giorni sono state prese dalle istituzioni pubbliche una serie di misure, forse impopolari ma sicuramente necessarie, per fronteggiare il CoViD-19. Molte proposte sono state fatte per tentare di attenuare la crisi sanitaria, sociale ed economica già in atto e ancor più fortemente prospettata. La disciplina del project management, se interiorizzata da chi deve decidere e applicata coerentemente da chi deve operare, può aiutare ad affrontare con maggiori probabilità di successo tali iniziative, che sono nella maggior parte veri e propri progetti o meglio ancora programmi (insieme correlato di progetti)

18 Marzo 2020

Cantieri PA

Gli articoli a firma della community di FPA impegnata nei processi di innovazione digitale della PA

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Federico Minelle

ISIPM, Istituto Italiano di Project Management

Photo by Maarten van den Heuvel on Unsplash - https://unsplash.com/photos/_pc8aMbI9UQ

Quando ci fu la crisi della Lehman Brothers, il più grande guru mondiale del project management, Russel Archibald (amico e vecchio sodale di tante battaglie intellettuali su questo tema) propose di attivare diffusamente la disciplina del project management per la “ricostruzione” fisica e morale degli USA. Fu allora inascoltato, ma nel 2016 in USA è stata approvata una legge bipartisan (forse l’ultima di Obama) denominata PMIAA – Program Management Improvement and Accountability Act, che ha previsto di rinforzare/applicare l’utilizzo della disciplina del program/project management in tutto il settore federale americano, al fine migliorare l’efficacia dei propri progetti e quindi degli investimenti pubblici. 

Ora noi ci troviamo certamente in una crisi peggiore e ci serve da subito pensare ad una ricostruzione (specie con investimenti pubblici) efficace/efficiente e generatore di benefici reali, in gran parte realizzata tramite “progetti”. Credo ci sentiremmo tutti più confortati se questa divenisse una pratica generalizzata, entrando nella mentalità dei nostri decision maker politici e istituzionali. Perché il project management non è fatto solo di competenze tecnico-ingegneristiche, ma anche di capacità relazionali – comunicative e di leadership condivisa. 

Recentemente (ma ben prima della crisi in corso), il presidente di ISIPM (associazione no-profit per la diffusione del project management) ha inviato una lettera via Pec alla ministra De Micheli per chiederle di ripristinare esplicitamente nella figura del RUP le funzioni e le competenze di project manager per gli appalti pubblici. Un più ampio e articolato invito era già apparso su una qualificata Rivista digitale.  

Un possibile piano d’azione

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Arrivando alle proposte, per ora totalmente in nuce, un possibile piano di azione, titolabile “il project management al tempo del CoViD-19” (rifacendosi a G.G. Marquez), potrebbe avere i seguenti passi principali:

  1. Dare impulso alla formazione sul project management nelle stazioni appaltanti, cosa che alcune avevano cominciato fare in maniera estensiva, penso ad Anas, Itaca, Istat e che la scuola nazionale dell’amministrazione da anni sta portando avanti. Ma se manca lo stimolo normativo, i numeri dei discenti si abbassa.
  2. Non servono altri formatori: molte società o professionisti già offrono corsi secondo diverse metodologie/forme di certificazione, inoltre ci sono gli standard ISO 21500 ed UNI 11648 per definire i processi da attivare e le competenze necessarie da acquisire. Ora sarà opportuno attivare forme di e-learning evoluto. Ad esempio ISIPM e FPA hanno disegnato un percorso formativo, incluso nel FPA Digital School, per l’ottenimento della certificazione ISIPM Base che sarà erogato, con un approccio blended, sia in presenza che via streaming, in modo da facilitare la partecipazione e l’interazione anche per chi è impossibilitato a essere presente fisicamente in aula. Si prevede inoltre di progettare un percorso online ad hoc da erogare totalmente in eLearning. 
  3. Da estendere al settore delle costruzioni/impianti e fornitura di macchinari medico/sanitari quanto già presente nel settore dell’Ict: già ora Consip, nei propri bandi richiede come criterio imprescindibile la presenza di project manager qualificati e certificati alle imprese rispondenti alle gare. Tra le altre buone pratiche attivate da Consip, il fatto che nelle grandi gare di appalto delle Convenzioni/Accordi quadro (centinaia di milioni di euro, se non miliardi), sono previsti appositi lotti di project management office, finalizzati a guidare gli enti pubblici nella realizzazione dei loro progetti da approvvigionare tramite le suddette Convenzioni/Accordi quadro. 
  4. Un elemento nuovo (per l’Italia) sarebbe quello di chiedere alle imprese non solo di avere project manager certificati, ma anche di avere un adeguato livello di “maturità nel project management”: altri Paesi (UK e USA, Australia) già lo fanno non solo verso gli appaltatori ma anche verso le organizzazioni committenti (o stazioni appaltanti). 

Quanto sopra è valido sia per la fase emergenziale sanitaria e sociale (conosco alcuni Direttori sanitari attivi o da poco in pensione già esperti sul tema) sia per la fase di ricostruzione economica. Sarebbe ulteriormente conveniente che fosse adottato un approccio ragionevolmente omogeneo per la gestione di tali progetti, sia nella panificazione che nella misura degli avanzamenti e nel controllo dei risultati (specie in termini di benefici ottenuti/attesi).  

Se le PA non fossero pronte per le “tecnicalità” del project management (ma in buona parte già lo sono), sono numerosi i professionisti (persone/imprese) in grado di dare il necessario supporto. Basta prevederne il coinvolgimento nei piani di azione: anche su questo l’Ict pubblico ha anni di positiva esperienza. Nel grande lavoro per la ricostruzione del ponte di Genova, ad esempio, è coinvolta una Società genovese, estremamente qualificata a livello internazionale, che si occupa specificatamente del project management e della quality assurance dei lavori. 

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