EDITORIALE

La PA che lavora al tempo del Covid-19

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Oggi voglio parlarvi delle persone che lavorano nelle amministrazioni pubbliche e che in questi giorni non possono restare a casa, ma sono al lavoro. Quelli che come hashtag potrebbero scrivere #iorestoallavoro

12 Marzo 2020

Carlo Mochi Sismondi

Presidente FPA

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No, oggi non vi parlerò dello smart working, ma non perché non lo ritenga importante. Penso invece che sia sempre una svolta, perché costringe a ripensare ruoli ed obiettivi, ed ancor più lo sia ora. Non ve ne parlerò perché ne abbiamo parlato e ne parliamo in tanti articoli sul nostro sito. Abbiamo anche fornito, nell’ambito delle iniziative di “Solidarietà digitale”, un kit di consigli pratici per abilitare il lavoro agile nelle PA. Ci siamo quindi con tutto il nostro impegno. Ma oggi voglio parlarvi dell’altra faccia della luna: di quelli che lavorano nelle amministrazioni pubbliche e in questi giorni non possono restare a casa, ma sono al lavoro. Quelli che come hashtag potrebbero scrivere #iorestoallavoro.

Quando si fa il vuoto, vuoto nelle nostre strade, vuoto nei nostri uffici, vuoto nelle stazioni e negli aeroporti, abbiamo la possibilità di vedere meglio quello che rimane. Vediamo così più chiaramente cosa è e cosa vuol dire avere un Servizio Sanitario Nazionale e ne vediamo i protagonisti altrimenti nascosti: gli infermieri, i medici, ma anche gli Oss e il supporto amministrativo. Un Sistema che è basato sui principi di uguaglianza, equità ed universalità e prende ispirazione dall’art. 32 della Costituzione: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.

A volte ci dimentichiamo che questa conquista di civiltà non è stato un dono caduto dal cielo, è stato il risultato di una lotta coraggiosa di donne e uomini, nostri padri e nostri nonni, che hanno difeso e affermato dei valori che a noi oggi troppo spesso sembrano acquisiti una volta per tutte. Basta girare un po’ il mondo, senza andare neanche troppo lontano, per vedere che il diritto alla tutela della salute non è un diritto ovunque riconosciuto e che l’impegno costituzionale di “garantire cure gratuite agli indigenti” è per molti Paesi e per centinaia di milioni di persone ancora un miraggio.

Il Sistema Sanitario Nazionale è quindi un “bene comune”. Su questo credo che oggi nessuno abbia dubbi. Accanto ai medici e agli infermieri oggi restano non a casa, ma al lavoro anche tanti altri lavoratori pubblici che costituiscono l’impalcatura su cui si regge la nostra vita, ancor più ora da reclusi più o meno consenzienti: dalla nettezza urbana che è appena passata sotto casa alla gestione dei servizi pubblici essenziali, dalla garanzia della nostra sicurezza alla fornitura di lezioni online, sono centinaia di migliaia le donne e gli uomini che ora stanno lavorando per noi. Li ricordo non per romantico buonismo, ma perché anche la tanto bistrattata Pubblica Amministrazione è in un certo senso un bene comune.

Il nostro vivere in comunità si basa quindi su alcuni fondamentali “beni comuni”, ma i beni comuni hanno una caratteristica, si deteriorano senza una “cura comune”. Si deteriorano tanto che una famosa teoria, quella che gli economisti chiamano “la tragedia dei beni comuni”, li vuole addirittura destinati alla progressiva rovina. A questa sorte si oppone lo studio di una grande economista statunitense scomparsa non molti anni fa, Elinor Ostrom (Nobel nel 2009) che afferma che la condizione per rendere evitabile la distruzione di tali beni è quella che impone agli utenti del bene comune di conoscersi, di comunicare e di prendere consapevolezza del bene stesso e degli effetti delle loro scelte.

Mi pare un grande suggerimento che vale anche per i due esempi che abbiamo visto. La nostra amministrazione pubblica, così come il nostro sistema sanitario ne hanno avuta poca di cura e “manutenzione”: si pensi alla sordità politica dell’ultimo decennio rispetto alla certezza delle cifre che ci raccontavano esattamente della carenza di medici ed infermieri che avremmo avuto, ma anche al disinvestimento per la ricerca e la formazione. Ma quello che è mancato è stata anche la “consapevolezza” del bene comune che, in una società democratica, è rappresentato dalla sua amministrazione, che ha il compito fondamentale di garantire diritti a tutti, ma soprattutto ai più deboli, e di costruire un sistema abilitante che permetta a tutti di sviluppare le proprie potenzialità. E così è mancata la sua “cura”, quella che avrebbe inciso, attraverso accompagnamento e formazione, sui comportamenti, sostituita da vagonate di leggi di riforma, spesso emanate, ma non attuate perché sostituite da altre ancor prima di sapere se avrebbero funzionato o meno.

Se la terribile pandemia, che sta sconvolgendo le nostre sicurezze come alberi nella tempesta, ci aiuterà a rispettare e aver cura dei diritti che i nostri padri ci hanno consegnato e dei “beni comuni” che li rendono effettivamente fruibili, potremo sperare di uscire da questa crisi mondiale (perché ne usciremo) migliorati e più consapevoli.