Le grida nel deserto delle Authority

Home Riforma PA Le grida nel deserto delle Authority

Come garantire più poteri e indipendenza alle Authority e fare in modo che le loro relazioni non rimangano inascoltate? Sul tema riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Alberto Stancanelli, Consigliere della Presidenza del Consiglio dei ministri.

10 Settembre 2010

A

Alberto Stancanelli

Articolo FPA

Come garantire più poteri e indipendenza alle Authority e fare in modo che le loro relazioni non rimangano inascoltate? Sul tema riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Alberto Stancanelli, Consigliere della Presidenza del Consiglio dei ministri.

//

Ogni anno prima della pausa estiva le nostre Autorità indipendenti presentano le loro relazioni sull’attività svolta. Ogni anno ci ricordano i limiti e i vincoli esistenti nel nostro Paese per un concreto e coerente sviluppo economico e sociale: mancanza di concorrenza dovuta ad un processo di liberalizzazione oscillante e contraddittorio, che ha prodotto risultati significativi in taluni settori e registrato consistenti ostacoli in altri; necessità di superare i limiti allo sviluppo del mercato azionario, quale strumento di indubbia efficacia per consolidare la base patrimoniale delle imprese; pericolo per la libertà d’informazione a seguito di proposte legislative non proprio corrette; presenza di pericoli per la nostra privacy determinati dall’assenza di regole condivise e generalmente riconosciute, alle quali fa da contraltare una pervicace invasione riconducibile alla globalizzazione telematica; persistenza dei fenomeni di corruzione nelle pubbliche amministrazioni, complessità delle procedure amministrative e iperegolamentazione del sistema amministrativo.

Ogni anno arrivano puntuali dalle nostre Autorità indipendenti analisi e proposte che si esauriscono in una pomposa presentazione, in commenti più o meno positivi da parte della politica, degli operatori e della stampa, ma chiuso l’autorevole sipario tutto rientra nella nostra tipica ordinarietà in attesa della prossima relazione.

Sorge spontaneo chiedersi: se l’ordinamento giuridico del nostro Paese e quello europeo hanno plasmato, accanto alle potestà tradizionali, dei poteri di garanzia perché spinti dalla necessità di configurare, per taluni diritti fondamentali della persona (alcuni inviolabili ed altri – come l’iniziativa economica – passibili di limitazioni nel fine), una forma di tutela rafforzata, di salvaguardia e di vigilanza, affidata ad organismi autonomi sottratti al circuito politico, perché limitarne il ruolo ad una funzione tutoria posta a presidio degli interessi collettivi, seppur esercitata attraverso facoltà e poteri di indirizzo più o meno penetranti? Tali poteri, infatti, pur avendo, talvolta, anche efficacia normativa esterna, non sempre sono legislativamente predeterminati come atti regolamentari; a volte sono previsioni di meri poteri di intervento in presenza di un concreto pericolo di pregiudizio, di segnalazione al Governo ed al Parlamento di fenomeni distorsivi, di proposte in ordine a modifiche legislative di settore o di revisione del regolamento, con generiche previsioni di attribuzioni di compiti non adeguati al ruolo delle Autorità indipendenti come organismi posti a presidio del rispetto delle regole esistenti e quali volano dello sviluppo degli ambiti di pertinenza.

Se come il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha affermato nella sua ultima relazione “La libertà d’informazione è forse una libertà superiore ad altre costituzionalmente protette, e come tale va difesa da ogni tentativo di compressione“, perché non conferire all’Autorità un potere concreto nella partecipazione alla difesa di tale valore?

Andrebbero allora ripensati i poteri delle Autorità indipendenti e la disciplina del loro funzionamento per renderle veramente e sostanzialmente indipendenti dalla politica e dalle imprese, come indicato peraltro dall’Unione Europea, nonché un ruolo più incisivo nel quadro istituzionale.

Ad esempio, per quanto riguarda la nomina dei presidenti, si dovrebbe pensare ad un coinvolgimento dell’opposizione parlamentare. La nomina dei presidenti potrebbe essere effettuata dai Presidenti della Camera e del Senato tra una rosa di candidati proposta dalle competenti Commissioni parlamentari e approvata da una maggioranza dei due terzi. Dalla nomina a presidente o a componente, però, dovrebbero essere esclusi quei soggetti che abbiano svolto negli ultimi sette anni un ruolo politico (non solo elettivo). Un Comitato di Saggi (scelti per esempio tra gli ex presidenti della Corte Costituzionale o dalle Magistrature superiori) istituito presso le Camere ben potrebbe esprimersi in via preventiva sulle incompatibilità. Alle Autorità andrebbe assicurata, tramite il Parlamento, una reale autonomia finanziaria e di bilancio per garantirne una concreta autonomia dall’esecutivo.

Infine, nell’ambito di un auspicato riconoscimento costituzionale delle Autorità indipendenti, si dovrebbero prevedere incisivi poteri di verifica, di controllo, e anche sostitutivi verso le pubbliche amministrazioni inadempienti (si pensi per esempio, alla competenza dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici) o ancora la possibilità di sollevare questioni di legittimità costituzionale, di proporre al Parlamento disegni di legge e di essere concretamente coinvolte nel dibattito parlamentare nelle materie di competenza.

Se un giorno la classe politica del nostro Paese sarà in grado di realizzare (e non solo di enunciare) una reale riforma istituzionale, questa dovrà necessariamente comprendere anche le Autorità indipendenti.