EDITORIALE

Il nuovo Governo e la PA: smart working, il lavoro pubblico al bivio

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Siamo arrivati alla quarta puntata del nostro viaggio tra le questioni aperte che si troverà sul tavolo il nuovo Governo, sempre al fine di migliorare la capacità delle amministrazioni di promuovere uno sviluppo equo e sostenibile. Oggi parliamo dello smart working, mutuando il titolo di questo contributo da quello dell’interessante convegno che, proprio ieri, ha presentato la ricerca annuale dell’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano e che ha confermato l’importanza di questa modalità di lavoro sia per le aziende private, sia per la PA

21 Ottobre 2022

Carlo Mochi Sismondi

Presidente FPA

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Ieri in un interessante convegno è stata presentata la ricerca annuale dell’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano, che ha confermato l’importanza di questa modalità di lavoro sia per le aziende private, sia per la PA. Il tema, come sappiamo, è stato oggetto di numerosi provvedimenti legislativi che non ripercorro perché di smart working, o  di lavoro agile, come lo chiama la normativa italiana, abbiamo parlato a lungo su questa testata, ma anche perché è possibile trovare tutti i riferimenti sul chiaro dossier della Camera dei deputati.  

Dopo la crisi pandemica, il provvedimento che ha sancito il ritorno al lavoro in presenza come modalità prevalente è stato oggetto di molte discussioni e prese di posizione manichee. Tali prese di posizione spesso ci hanno distratto dalla domanda principale, ossia chiederci quale sia la strada per migliorare la qualità dell’azione pubblica. Si tratta infatti di coniugare le esigenze dei lavoratori di un miglior bilanciamento tra vita e lavoro e di un positivo clima organizzativo, con quelle dell’intera comunità nazionale, che ha bisogno di servizi migliori e più semplici e di una decisa crescita di produttività e di efficacia. Certamente non hanno giovato alla serenità di questo percorso dichiarazioni apodittiche che hanno, a volte, assimilato il lavoro da casa, necessitato dalla pandemia, a una specie di vacanza. Queste esperienze, che hanno certamente avuto in alcuni casi limiti evidenti, sono state invece, per molte amministrazioni, un’occasione preziosa per una sperimentazione di nuovi modelli organizzativi che sarebbe veramente un peccato non valorizzare.

Prima di continuare è comunque utile ricordare cosa intendiamo quando parliamo di smart working e per farlo andiamo a leggere la definizione che ne dà il contratto collettivo di lavoro per le funzioni centrali 2019-2021, recentemente firmato, capofila dei nuovi contratti. Un contratto che ha, tra gli altri, il merito di fare chiarezza sulla differenza tra lavoro agile e lavoro da remoto, rimettendo ciascuno al suo posto e lasciando alla potestà organizzativa di ogni amministrazione la scelta. All’art. 36 leggiamo che “Il lavoro agile è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro.”

Già da questa definizione appare chiaro che un lavoro organizzato per fasi, cicli ed obiettivi, senza alcun vincolo precostituito di orario né di luogo, richiede un profondo cambiamento nel modus operandi di quasi tutte le unità organizzative pubbliche. Da qui consegue la necessità di cambiare completamente il punto di vista. Come giustamente rilevato dal presidente dell’Aran, Antonio Naddeo, in un interessante articolo, uscito due giorni fa su IlSole24Ore, non ha più senso interrogarci sulle percentuali di personale che può usufruire dello smart working o sulla percentuale di giornate in presenza da fare: la domanda giusta è chiederci se l’amministrazione è pronta per questo nuovo modo di lavorare, che cambia significativamente i ruoli, le relazioni tra le diverse figure professionali, i processi e gli strumenti di coordinamento e di controllo, lo stesso esercizio della leadership, oltre che, evidentemente, le competenze e le attitudini richieste ad ogni lavoratore.

D’altronde anche l’esperienza emergenziale durante la pandemia ha messo in evidenza che superare la modalità fortemente gerarchica, esemplificata da un posto che vede i collaboratori fisicamente attorno a un capo, è stato possibile solo per le amministrazioni che già avevano alcune caratteristiche innovative. Senza dimenticare le indispensabili dotazioni tecnologiche, che devono essere sicure e affidabili, è infatti necessario che tutta l’unità organizzativa condivida una missione e sappia declinarla in obiettivi, che la valutazione sia centrata su questa, che i rapporti tra dirigenti e collaboratori siano improntati su una fiducia sapientemente costruita.

Certo lo smart working, come pure il lavoro da remoto (che, come sappiamo, non è la stessa cosa), porta a indubbi vantaggi economici, sia per l’organizzazione che per il lavoratore. Vantaggi dati dal risparmio di spazi e di costi di spostamento, a cui si aggiunge una significativa riduzione nelle emissioni di C02, ma non è questo il vantaggio principale. Questa modalità di lavoro infatti costituisce un potente experimentum crucis per un’organizzazione. Una PA che decida di rigenerarsi per essere adeguata al lavoro agile, infatti, sarà una amministrazione migliore, qualsiasi sia la percentuale di lavoratori che effettivamente fruiscano di questa possibilità. Sarà migliore perché avrà necessariamente smesso di lavorare per adempimenti e avrà cominciato a lavorare per risultati, chiedendosi continuamente se sta rispondendo ai bisogni per cui è nata. Perché avrà sviluppato una buona comunicazione interna e avrà guardato ai suoi lavoratori non in quanto presenze, ma in quanto persone uniche nella loro diversità. Perché avrà necessariamente rivisto i percorsi di valutazione e avrà dato ad ognuno la consapevolezza del proprio ruolo, che uno stanco rito, fatto esclusivamente di presenza e di timbratura del badge, rischia di offuscare.

Se quindi, come credo fermamente, lo smart working è uno straordinario scalpello per scardinare un muro di conservazione, allora mi aspetto che la prossima ministra o ministro della pubblica amministrazione operi per accompagnare le amministrazioni a mettersi alla prova e a cogliere, con l’obiettivo della creazione di valore pubblico, questa nuova modalità di lavoro che già ha convinto tante importanti aziende, che lo stanno incrementando per coniugare produttività e benessere di quello che è il principale asset di una moderna organizzazione: le sue persone.

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