Un decalogo per il Governo: per fare (e non solo annunciare) innovazione nella PA

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Caro Governo, l’anamnesi è ahimè negativa. Per troppi anni abbiamo sentito annunciare riforme anche ottime, ma che non sono mai arrivate sino a cambiare effettivamente i comportamenti. Leggi su leggi si sono affastellate normando più e più volte le stesse materie, producendo grattacieli di carte e di piani, senza ottenere i risultati attesi. Trasparenza, liberalizzazione, digitalizzazione, anticorruzione sono state più parole da convegno o adempimenti burocratici che programmi concreti di cambiamento. Mi permetto quindi, prendendomi un po’ in giro da solo, di proporti un decalogo, una sorta di tavole della legge per l’azione, breve o lunga che sia, che svolgerai per l’innovazione nella PA.

8 Maggio 2013

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

Caro Governo, l’anamnesi è ahimè negativa. Per troppi anni abbiamo sentito annunciare riforme anche ottime, ma che non sono mai arrivate sino a cambiare effettivamente i comportamenti. Leggi su leggi si sono affastellate normando più e più volte le stesse materie, producendo grattacieli di carte e di piani, senza ottenere i risultati attesi. Trasparenza, liberalizzazione, digitalizzazione, anticorruzione sono state più parole da convegno o adempimenti burocratici che programmi concreti di cambiamento.

Mi permetto quindi, prendendomi un po’ in giro da solo, di proporti un decalogo, una sorta di tavole della legge per l’azione, breve o lunga che sia, che svolgerai per l’innovazione nella PA.

Cominciamo, prendi nota:

1. Non porre il tuo nome su alcuna riforma epocale, ma preoccupati piuttosto di accompagnare il cambiamento, trainato dai nuovi bisogni della società, con nuovi saperi, linee guida e regole tecniche. Meno leggi e più manuali sia la tua norma di comportamento.

2. Non ti circondare solo di giuristi o di magistrati, ma fatti piuttosto affiancare da project manager, da negoziatori, da operatori di rete, da economisti e sociologi dell’innovazione, da ingegneri. Se poi c’è anche qualche filosofo è meglio, perché ti aiuta a pensare in modo creativo e a uscire dagli schemi.

3. Non moltiplicare i piani, i fronti e gli obiettivi, ma cura, con costanza e tenace pazienza, di vincere le battaglie che decidi di combattere. Ogni innovazione è una piantina da seminare, poi porre in vivaio con cura, poi seguire e concimare per avere speranza che attecchisca. Seminare sull’asfalto, gridando all’innovazione, e passare oltre non ci porta lontano.

4. Dove puoi opera sempre per scongelare il Paese lì dove è bloccato: cura la semplificazione e apri con raziocinio ai mercati, favorisci sempre le contaminazioni di culture, l’osmosi delle carriere. Porte aperte a chi vuole entrare e altrettanto aperte a chi vuole uscire, anche temporaneamente. Un lavoro pubblico a vita è una lapide, non una risorsa.

5. Ricordati che è impossibile innovare se non ci si fa qualche nemico, ma che l’innovazione non si persegue contro , ma solo assieme ai lavoratori: cura quindi il benessere organizzativo, riconosci il merito, conferma poche e chiare regole e falle rispettare, parti dal dare fiducia. Poni per favore un freno all’ossessione per i tornelli e imponi alle amministrazioni più retrograde di non chiudere Internet e i social network ai loro dipendenti, perché è lì che si svolge la maggior parte del lavoro intellettuale del mondo.

6. Fai il più possibile largo ai giovani: loro è il mondo di domani per cui l’amministrazione di oggi sta creando le condizioni; loro è la creatività, le nuove parole d’ordine, la nuova visione del mondo interconnesso e unico. Senza giovani e con la PA più vecchia del mondo (in Italia oltre 48 anni di media e perché ci sono le forze dell’ordine altrimenti sarebbe più di 50 anni; in Francia 44, in UK 43, ecc.) pensare all’innovazione è semplicemente impossibile.

7. Promuovi l’automa responsabilità di una dirigenza che avrai scelto con cura, con concorsi pubblici dove serve, con prove sul campo dove è meglio, con il riconoscimento dei meriti e delle reputazioni dove è opportuno. Ma comunque tu la scelga ricordati che fare il dirigente non può che voler dire assumersi il rischio di legare la propria carriera (e anche il proprio posto) ai risultati. Ormai un dirigente pubblico guadagna come uno privato: accetti lo stesso status di “precario a vita” non perché è sotto ricatto della politica (giù le mani!), ma perché è sotto la lente di ingrandimento di una continua e intelligente e lungimirante valutazione degli outcome e degli output.

8. Tieni sempre a mente che il modello organizzativo di ciascun ente deve nascere dalla funzione e dalla missione e non viceversa. Nonostante l’alluvione normativa, il cambiamento strutturale di molte missioni e il calo del 10% dei dipendenti pubblici che abbiamo avuto negli ultimi anni, le amministrazioni sono immobili, sempre uguali a se stesse, al massimo un po’ sotto organico. E’ necessario ridisegnarne coraggiosamente la geografia, anche istituzionale, partendo dai bisogni che devono soddisfare e non dagli uffici o dalle poltrone di dirigente generale che dobbiamo allocare.

9. Compra bene, tu che sei il più grande buyer del Paese: sii un acquirente candido come colomba e quindi trasparente ed equo, ma anche furbo come serpente e quindi in grado di introiettare la migliore innovazione che c’è sul mercato con un occhio attento non alle formalità delle carte, ma alla reputazione, alla capacità progettuale e alle pregresse esperienze dei tuoi fornitori. Non avere paura di prenderti delle responsabilità nella scelta e pretendi di essere giudicato dai risultati: chi segue sempre le strade consuete e sicure in questo campo compra, ai soliti banchi, merce inutile e vecchia.

10. Last but not least: esci da Palazzo Chigi e gira l’Italia. Scoprirai che gran parte delle innovazioni che pensavi di inventare sono state già inventate e che qualcuna ha persino funzionato bene, mentre qualche altra si è rivelata un fallimento. Eviterai delusioni, ma anche di sprecare tanto tempo e tanti soldi a reinventare la ruota.