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Un “Manifesto” per una nuova Pubblica Amministrazione

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Rispondendo idealmente al mio lamento sulla "necrofilia amministrativa", Enrico Conte, dirigente del Comune di Trieste, ci manda un ideale "Manifesto" per una vera riforma della PA che non posso che condividere. Al di là dei temi della valutazione, della comunicazione, della mobilità e gestione delle risorse umane da noi spesso trattati, mi pare che questo contributo sia particolarmente interessante per l’apertura "oltre il palazzo" che coinvolge il mondo delle imprese e quello della cittadinanza attiva. Il dibattito continua. Aspettiamo altri contributi. – Carlo Mochi Sismondi

20 Novembre 2013

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Enrico Conte*

Rispondendo idealmente al mio lamento sulla "necrofilia amministrativa", Enrico Conte, dirigente del Comune di Trieste, ci manda un ideale "Manifesto" per una vera riforma della PA che non posso che condividere. Al di là dei temi della valutazione, della comunicazione, della mobilità e gestione delle risorse umane da noi spesso trattati, mi pare che questo contributo sia particolarmente interessante per l’apertura "oltre il palazzo" che coinvolge il mondo delle imprese e quello della cittadinanza attiva. Il dibattito continua. Aspettiamo altri contributi. – Carlo Mochi Sismondi

Dopo più di 20 anni di tentativi di riforma costituzionale, il Parlamento ci riprova, e mentre la scena viene occupata dagli inconcludenti temi della riforma elettorale e della forma di governo, sullo sfondo resta la questione “Pubblica Amministrazione”.
Conclusi i lavori ci si accorgerà, forse, che molti dei problemi del paese derivano da una PA non sempre adeguata alla natura dei problemi da risolvere e ci si renderà conto che, alla base di questa PA che, sul territorio nazionale, racconta esperienze di buone pratiche o, al suo opposto, di sprechi, gestioni opache e inefficienze, si annida un’idea di PA i cui ingredienti sono una visione esclusivamente normativa, l’assenza di pianificazione strategica, inesistenti politiche sul personale e sulle scelte nella allocazione delle spese.

In questi anni, sulla scorta del contagioso e mai contraddetto messaggio lanciato a partire dagli anni ’90, “meno Stato, più mercato” sono continuate le politiche fatte da interventi episodici e calati dal centro, in uno scenario che l’Ocse denuncia: in Italia il vuoto è quello lasciato dalla cultura e dalla professionalità del risultato (vedi l’articolo di oggi).

E questo nonostante che, da due decenni, venga da più parti messo in evidenza  il ruolo che le “PA” dovrebbero avere nei processi di regia e di sviluppo, quale fattore strutturale del sistema economico-sociale: così le considerazioni finali di Mario Draghi, che nel 2009, a ridosso della legge Brunetta che introdusse il piano della performance, si “aspettava molto dalla riforma della Pubblica Amministrazione, per l’ampiezza dell’intervento, il rilievo attribuito alla misurazione e alla trasparenza, la valorizzazione del merito”.

Una volta consolidato un sistema di regole lanciato dalla legge delega n. 421 del 1992, che dettò principi di riforma economico-sociale vincolanti anche per le regioni autonome, e tesi a mettere al centro del fenomeno PA l’organizzazione delle risorse, è accaduto, invece, che si andasse sviluppando un sistema policentrico costituito da due modelli di PA, l’ uno di stampo burocratico,basato su procedure, vincoli e sanzioni, l’ altro orientato sui risultati e la cui materia prima è un modo di governare le risorse secondo parametri di servizio e di qualità.

Negli ultimi anni, infine, condizionati dalla necessità di restare all’interno di una cornice di compatibilità con i principi di finanza pubblica, si sono moltiplicati piani e sanzioni, in un quadro di spending review di tipo lineare:e ai tanti piani e programmi si sono aggiunti il piano della performance,della trasparenza,dell’anticorruzione, dei controlli interni, i codici di comportamento, tutti puri adempimenti burocratici. A fronte di una produttività che continua, per lo più, ad essere distribuita a pioggia, senza che di ciò se ne accorga la Corte dei Conti ( vedasi schema inviato ai Sindaci per la prevista relazione semestrale sui controlli interni).

Se, allora, si è d’accordo nel ritenere che una significativa criticità sia data dalla insufficiente importanza attribuita alla cultura amministrativo-aziendale, c’ è da chiedersi se non sarebbe utile promuovere un “Manifesto” che serva per costruire linee guida sul modello di PA del quale ha bisogno il paese e che, per ipotesi: 

1) espliciti che la PA è uno degli agenti per lo sviluppo, la crescita e l’ innovazione,

2) dichiari che il principio della distinzione tra politica e amministrazione non deve intendersi come separazione, e che la sua attuazione richiede un processo integrato tra i due livelli, a partire dai contenuti dell’ alta amministrazione,

3)proponga la revisione dell’art 97 Cost introducendo le nozioni di “servizio” e di “qualità”, in un quadro normativo che ha sempre sbilanciato l‘attenzione sui temi, importanti ma non esaurienti, dell’ imparzialità e del principio di legalità,

4) preveda un piano annuale per l’ innovazione costruito da ciascuna PA, con un dispositivo organizzativo simile a quello pensato per i nuovi CdA delle Università con membri, interni ed esterni, scelti sulla base di selezioni pubbliche, e che valorizzi quelle risorse umane che lavorano, da sempre, sui temi del cambiamento e dell’innovazione,

5) che la comunicazione non deve confondersi con le attività degli uffici stampa, ma deve essere attività dei servizi e intesa come preliminare analisi dei bisogni,

6) che venga rilanciata la mobilità del personale tra gli Enti per incentivare lo scambio di esperienze, l’ apertura al confronto e per sottrarre il personale alle logiche locali,

7) che i concorsi sia obbligatoriamente effettuati con economie di scala e vengano organizzati in convenzione tra PA per la copertura di posti ( i concorsi lanciati dagli 8000 Comuni per “un singolo posto” sono veri concorsi?),

8) che la formazione del personale sia costruita in coerenza con le priorità individuate nei piani strategici,

9) che la produttività venga assegnata su progetti di innovazione costruiti da gruppi di lavoro misto pubblico/privato,  

10) che venga introdotta la possibilità di agire davanti alla Corte dei Conti, sia con azione diretta che ad adiuvandum, da parte delle Associazioni di consumatori e utenti, a tutela degli interessi diffusi alla efficienza dei servizi.

Un “Manifesto” che, nel quadro delle necessarie riforme strutturali, rilanci un dibattito sul ruolo della PA e che serva per esplicitare meglio che lo strumentario del management rappresenta un mezzo e non un fine, quando viene utilizzato da organizzazioni che selezionano interessi pubblici e governano la discrezionalità amministrativa.

Parafrasando N.N.Taleb può ben dirsi che in questi anni si è prodotto un effetto di resilienza perchè le PA hanno sì resistito agli shock, ma sono rimaste uguali a se stesse.


 

* Enrico Conte – Direttore Area Educazione, Università e Ricerca, Comune di Trieste

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