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Connected Care, tecnologie e innovazione per una sanità sostenibile

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La Connected Care sarà il tema centrale di FORUM PA Sanità (Roma, 29 e 30 ottobre 2019). Ma che cosa si intende con questa espressione? Quali tecnologie entrano in gioco? E in Italia è un modello che sta prendendo piede? L’intervista a Claudio Carlo Franzoni, Senior Advisor P4I-Digital360, considerato uno degli esperti internazionali di riferimento nel modellare Servizi ICT per gli Ospedali di nuova concezione

17 Luglio 2019

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Michela Stentella

Content Manager FPA

Photo by Hush Naidoo on Unsplash - https://unsplash.com/photos/yo01Z-9HQAw

Ne abbiamo parlato nel maggio scorso in occasione di una Academy a FORUM PA 2019 (che è possibile rivedere qui) e ad ottobre sarà il tema guida di FORUM PA Sanità: la Connected Care, con le sue implicazioni di innovazione tecnologica e organizzativa, appare al momento il modello su cui puntare per rispondere ai bisogni di efficientamento del sistema sanitario italiano. Per mettere alcuni punti fermi, ecco l’intervista a Claudio Carlo Franzoni, Senior Advisor P4I-Digital360, considerato uno degli esperti internazionali di riferimento nel modellare Servizi ICT per gli Ospedali di nuova concezione, la gestione della sanità della popolazione per I Sistemi Sanitari pubblici e privati, la sanità in rete e i servizi al paziente.

Cosa intendiamo quando parliamo di Connected Care?

Partiamo dal significato delle parole: “connected”, che richiama il concetto di connessione, condivisione, collegamento e “care”, che non è soltanto assistenza medica in senso stretto, ma comprende tutti gli aspetti che impattano sul benessere e lo stato di salute, quindi stili di vita, prevenzione, monitoraggio e, ovviamente, assistenza e cura. La Connected Care è, quindi, la presa in carico globale del paziente, realizzata grazie alla condivisione di informazioni, dati clinici e strategie tra tutti i soggetti coinvolti (medici e infermieri ospedalieri, operatori sanitari sul territorio e a domicilio, pazienti, assicuratori, referenti istituzionali, ecc.). In pratica si agevola la creazione di un piano di cura condiviso e integrato, includendo prestazioni sanitarie, sociosanitarie e sociali.

Come si realizza?

I fattori che entrano in gioco sono di tipo tecnologico e organizzativo, strettamente dipendenti l’uno dall’altro: se, infatti, la condivisione dei dati e il collegamento tra i diversi soggetti è abilitato dalle tecnologie, queste devono però inserirsi all’interno di una profonda revisione dei modelli organizzativi, modelli che favoriscano l’integrazione delle cure tra ospedale e territorio e abilitino l’empowerment del paziente. D’altro canto, questi modelli devono essere progettati includendo nativamente il supporto della tecnologia, che non è un elemento aggiuntivo ma ha un ruolo, per l’appunto, abilitante in tutto il processo.

A che esigenze risponde questo approccio?

L’obiettivo centrale della Connected Care è rivedere la relazione fra operatori e pazienti in modo da mettere il cittadino-paziente al centro del sistema, consentendo un migliore accesso alle informazioni e ai servizi sanitari, garantendo la continuità di cura per tutti i pazienti, soprattutto quelli cronici, privilegiando le cure domiciliari e riducendo il numero e la degenza media dei ricoveri nelle strutture ospedaliere. Le istituzioni centrali (Ministero della Salute, MEF, AgID, etc) e quelle locali (Regioni e Aziende sanitarie) concordano sul fatto che sia questa la strada da seguire per soddisfare i nuovi bisogni di salute e mantenere l’equilibrio del sistema sanitario, a fronte dell’invecchiamento della popolazione, dell’aumento di patologie croniche legato anche a stili di vita scorretti, delle risorse limitate (economiche e umane).

In Italia stiamo andando in questa direzione?

I dati della Ricerca 2019 dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, presentati il 21 maggio scorso, evidenziano una diffusione ancora bassa delle tecnologie di Connected Care, ma allo stesso tempo mostrano un crescente interesse da parte dei cittadini e il riconoscimento da parte degli operatori sanitari dell’importanza delle nuove tecnologie. Un esempio? Le App e i wearable stanno ormai entrando nella quotidianità dei cittadini, con il 41% che utilizza una applicazione di coaching o un dispositivo indossabile per il monitoraggio dello stile di vita. Tuttavia, ben il 75% dei cittadini che usa le App non invia né comunica al proprio medico i dati raccolti, che rimangono quindi spesso inutilizzati. La diffusione dei servizi di telemedicina è ancora bassa e spesso limitata alle sperimentazioni e si riscontrano pochi strumenti informatici di interscambio dati tra gli operatori del sistema. Si rilevano però ampi margini di crescita legati al numero di clinici che si dicono interessati, in particolare per quanto riguarda i MMG, che stanno sperimentando in misura crescente servizi di telerefertazione. I dati presentati dall’Osservatorio ci mostrano quindi che il sistema sanitario italiano è pronto per fare il salto verso un nuovo modello di sanità integrata e connessa. Ma per andare oltre le sperimentazioni e superare le differenze territoriali che caratterizzano il nostro Paese, è necessario che i decisori a livello centrale, insieme alle Regioni, progettino un vero e proprio modello di Connected Care, a cui tutti i sistemi regionali dovrebbero tendere per garantire livelli di assistenza omogenei in tutto il territorio nazionale.

Abbiamo parlato del ruolo delle tecnologie. Quali sembrano quelle più promettenti per gli sviluppi della Connected Care?

In quest’ambito le tecnologie sono il mezzo necessario e irrinunciabile per interconnettere il paziente e tutti gli attori coinvolti nell’intero percorso di salute: dall’accesso ai dati sanitari, alla fruizione dei servizi, fino ad arrivare al monitoraggio dello stato di salute, delle terapie e degli esiti, generando comportamenti preventivi basati su analisi di modelli statistici. Le tecnologie ci sono e sono mature: i dispositivi medici connessi permettono di monitorare in modo continuativo le condizioni dei pazienti; gli assistenti vocali possono verificare l’attuazione dei piani di cura attraverso il semplice dialogo con i pazienti “meno digitali”; smartphone e smartwatch sono in grado di rilevare e raccogliere parametri vitali come il battito cardiaco; una chatbot può rispondere alle domande ricorrenti dei pazienti e, grazie alle applicazioni dell’intelligenza artificiale, è oggi possibile proporre decisioni cliniche e avviare in autonomia azioni sulla base delle informazioni raccolte. E proprio su tutte queste tecnologie, sono diversi i progetti su cui alcune Aziende sanitarie sia pubbliche che private stanno lavorando insieme a partner tecnologici per favorire la loro rapida adozione.

Quali sono quindi le barriere che ancora ostacolano il passaggio dalla sperimentazione all’adozione sistemica della Connected Care?

Torniamo prima di tutto a mettere l’accento sulla necessità di adottare nuovi modelli organizzativi, che abilitino in modo semplice l’integrazione ospedale-territorio e prevedano percorsi di continuità di cura per i pazienti cronici. È necessario poi realizzare Linee guida che indichino le tecnologie più appropriate per rispondere ai diversi bisogni dei pazienti, le caratteristiche dei device e i modelli di interoperabilità, il tutto nel rispetto della normativa sul trattamento dei dati sanitari. Non si può poi prescindere dal riconoscimento ufficiale all’interno del nomenclatore e dalla rimborsabilità delle prestazioni effettuate al di fuori del contesto ospedaliero, con il supporto delle nuove tecnologie. Infine, si deve investire sul Fascicolo Sanitario Elettronico, implementando tutte le funzionalità previste in tutte le Regioni e realizzando campagne informative per il suo utilizzo da parte dei cittadini. Il FSE, infatti, è lo strumento principale di raccolta delle informazioni e di comunicazione tra gli operatori del sistema e con il cittadino/paziente.

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