Autoproduzione e Comunità Energetiche: vantaggi e opportunità

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Le amministrazioni pubbliche hanno oggi diverse opzioni per generare elettricità, a partire dal modello del cosiddetto autoconsumo diffuso, ossia la possibilità di condividere sulla rete pubblica produzione e consumo di energia in un’ottica di comunità. Ma cosa si intende per comunità energetica rinnovabile (CER)? Un insieme di consumatori e produttori da fonti rinnovabili che creano un soggetto giuridico per condividere energia fra i membri della comunità

12 Febbraio 2024

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Dario Di Santo

Direttore FIRE, Federazione Italiana per l'uso Razionale dell'Energia

Foto di Nijwam Swargiary su Unsplash - https://unsplash.com/it/foto/persona-che-tiene-la-parete-di-vetro-34Tzc5f1qbA

Questo articolo è tratto dal capitolo “Transizione verde” dell’Annual Report di FPA presentato il 18 gennaio 2024 ed è stato aggiornato dall’autore in base alle ultime disposizioni normative. La pubblicazione è gratuita

Usare bene l’energia è fondamentale per una serie di motivi: limitare costi e rischi di disponibilità dei servizi energetici, ridurre le emissioni di gas serra e quelle nocive, contenere i costi di manutenzione e gestione, conseguire altri benefici in termini di comfort, sicurezza, valore degli immobili, ecc. A tale fine le amministrazioni hanno due armi a disposizione, da usare in sinergia: l’efficienza energetica e la generazione locale di elettricità e calore, meglio se da fonti rinnovabili e cogenerazione.
Nel seguito dell’articolo approfondiamo le possibilità legate alla generazione elettrica disponibili per la PA, con maggiore attenzione al cosiddetto autoconsumo diffuso, ossia la possibilità di condividere sulla rete pubblica produzione e consumo di energia in un’ottica di comunità. Negli ultimi tre anni, con il recepimento delle direttive sulle fonti rinnovabili e sul mercato dell’energia, si sono aperte nuove opportunità sul fronte della generazione elettrica. Un’amministrazione pubblica può oggi scegliere le seguenti strade:

  • generazione di elettricità in proprio con autoconsumo;
  • generazione di elettricità nel proprio sito con impianto gestito da soggetti terzi e autoconsumo di tutta o parte dell’energia;
  • collegamento di due siti con linea diretta entro i 10 km e possibilità di condividere tramite essa l’energia prodotta fra gli stessi siti;
  • condivisione dell’energia prodotta tramite la rete pubblica fra siti della stessa amministrazione;
  • condivisione dell’energia fra soggetti all’interno di uno stesso edificio (autoconsumo collettivo);
  • condivisione dell’energia prodotta nell’ambito di una comunità energetica;
  • acquisto dell’energia tramite contratto di medio o lungo periodo (Power purchase agreement, PPA).

Per chiarezza, per autoconsumo si intende il consumo in loco di tutta o parte dell’elettricità prodotta dall’impianto nell’ambito dello stesso sito, a prescindere che sia gestito in proprio o meno. Nel caso di energia in eccesso, questa può essere ceduta alla rete nell’ambito del ritiro dedicato, dello scambio sul posto, o secondo altre modalità in casi particolari.
Le prime tre voci dell’elenco rientrano nella configurazione che l’Autorità di regolazione per l’energia, le reti e l’acqua (ARERA) indica come Sistema semplice di produzione e consumo (SSPC). Il presupposto è che ci siano un consumatore e un generatore (che può coincidere con il consumatore) all’interno di un sito con un unico punto di connessione alla rete elettrica pubblica. In realtà sia i gestori degli impianti di produzione sia quelli delle unità di consumo possono essere plurimi, purché appartenenti a un unico gruppo societario. In altre parole, per fare un esempio di interesse delle amministrazioni, se ho un impianto di generazione elettrica (ad esempio un fotovoltaico) e ne realizzo un altro (un altro fotovoltaico o un cogeneratore) per rispettare i vincoli del SSPC devo avere un unico fornitore/gestore dei due impianti (il che non sempre è possibile e dunque diventa necessaria una voltura), o due società appartenenti a uno stesso gruppo societario.
L’SSPC è la configurazione più semplice per generare elettricità e autoconsumarla, e anche la più conveniente in assenza di incentivi, in quanto consente all’utente finale di usufruire dei seguenti vantaggi:

  • esenzione dalle componenti variabili degli oneri di trasporto, distribuzione, dispacciamento e capacity payment per l’elettricità autoconsumata;
  • esenzione dalle componenti variabili degli oneri di sistema per l’elettricità autoconsumata;
  • beneficio ulteriore legato al mancato acquisto di energia, e allo scambio sul posto o alla valorizzazione della cessione per la parte non autoconsumata, tanto più elevato quanto più il costo di produzione dell’energia del proprio impianto (cosiddetto levelised cost of energy, LCOE) risulti conveniente rispetto a quello di acquisto dalla rete.

Se l’SSPC è il sistema più semplice e ovvio per produrre e consumare elettricità – ossia per agire come prosumer – oggi è comunque disponibile un’altra via, che può essere alternativa o anche complementare: l’autoconsumo diffuso. Si tratta della possibilità di condividere l’energia prodotta in un sito con altri siti, sfruttando la rete pubblica. I benefici sono diversi dall’SSPC, in quanto in questo caso la rete pubblica viene impiegata (e dunque non avrebbe senso un’esenzione generalizzata dai costi di rete o dagli oneri di sistema), e si conseguono solo nel caso di siti collegati a una medesima cabina primaria[1]:

  • restituzione della componente TRASe (non per autoconsumo collettivo);
  • restituzione della componente BTAU e di un coefficiente a copertura delle perdite di rete (solo per autoconsumo collettivo);
  • incentivo in fase di definizione da parte del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) per i soli impianti nuovi alimentati da fonti rinnovabili e sotto il megawatt (MW) di potenza.

La prima e la seconda voce valgono circa 7-8 euro per MWh[2]. Ne consegue che sul fronte economico l’interesse per le comunità è fondamentalmente legato all’incentivo, che nella fase sperimentale ha avuto un valore di 100 euro per MWh (autoconsumatori collettivi) e 110 euro per MWh (comunità energetiche). La tariffa premio introdotta dal MASE con il decreto CACER (Configurazioni di autoconsumo per la condivisione dell’energia rinnovabile) varia invece in funzione della taglia di impianto e del prezzo zonale orario. La quota fissa passa dagli 80 euro/MWh degli impianti fino ai 200 kW ai 60 euro/MWh di quelli oltre i 600 kW. A questa si aggiunge una quota variabile compresa fra zero e la differenza fra 180 e il prezzo zonale orario (nell’ordine mediamente dei 125 euro/MWh nel 2023, mentre pre-crisi si aggirava intorno ai 50 euro/MWh), più una componente che varia da zero a 10 euro/MWh in funzione della zona geografica (massimo al nord, minimo al sud). La tariffa premio è compatibile con contributi in conto capitale fino al 40% dell’investimento e nel rispetto della disciplina sugli aiuti di stato, venendo ridotta in modo lineare da zero (nessun incentivo in conto capitale) al 50% (incentivo in conto capitale al 40% dell’investimento) salvo enti territoriali e autorità locali, enti religiosi, enti del terzo settore e di protezione ambientale. Da notare che la parte di tariffa premio legata a una quota di energia condivisa superiore al 55% (45% in presenza di incentivi in conto capitale) non può essere destinata alle imprese, ma solo agli altri soggetti e/o utilizzata per finalità sociali con ricadute sul territorio su cui insiste la CACER. Il decreto CACER definisce inoltre i benefici PNRR riservati ai Comuni fino a cinquemila abitanti. Le tariffe appaiono dunque interessanti, anche se occorre tenere in conto le variazioni rispetto alle variabili indicate e i limiti sui benefici per le imprese imposte dalle regole sugli aiuti di stato.

Cos’è dunque una CER? Un insieme di consumatori e produttori da fonti rinnovabili che creano un soggetto giuridico per condividere energia fra i membri della comunità. Va notato che possono partecipare per la produzione anche impianti rinnovabili che non usufruiscono dell’incentivo CER, ad esempio perché già esistenti. I singoli membri della CER continuano ad approvvigionarsi di energia come sempre, pagando le relative bollette, valorizzando l’energia prodotta e non autoconsumata attraverso il ritiro dedicato (lo scambio sul posto non è ammesso) e usufruendo a consuntivo di un rimborso che comprende le componenti di trasporto sopra indicate ed eventualmente parte dell’incentivo. Ovviamente la modalità di rimborso potrà cambiare da una CER all’altra per tenere conto di chi investe negli impianti di generazione, di chi gestisce la CER e delle caratteristiche dei membri, che possono essere cittadini, amministrazioni pubbliche ed enti di vario genere e PMI, purché non abbiano come principale attività quella di partecipare alla comunità. Gli impianti di generazione possono anche essere di proprietà o gestiti da soggetti terzi, ossia non membri della CER.
Due caratteristiche delle CER, che le rendono particolarmente interessanti per le amministrazioni pubbliche, sono il carattere aperto – che consente di espanderle nel tempo e di non escludere nessuno, per quanto significhi anche che sia possibile uscirne in ogni momento – e, soprattutto, la finalità ambientale e sociale. Quest’ultimo è l’aspetto che dovrebbe essere alla base di ogni valutazione relativa alla costituzione di una CER, perché è ciò che può renderla nel tempo più resistente e conveniente per il territorio. Puntare sui soli benefici economici legati all’incentivazione rischia infatti di scontrarsi con la necessità di fare funzionare la comunità per almeno venti anni, gestendo i cambiamenti al sistema elettrico (andamento costi e oneri, evoluzione del ritiro dedicato in un sistema che vedrà crescere la parte rinnovabile soprattutto nelle ore centrali della giornata, costi ambientali, ecc.) e possibili contrasti fra i membri. La presenza di una forte identità sociale, territoriale e ambientale garantisce invece una maggiore resilienza e la possibilità di sviluppare negli anni servizi aggiuntivi per i membri, come la riqualificazione energetica degli immobili o altre azioni territoriali.

Conviene ricordare infine che esistono anche comunità di energia dei cittadini, in cui sono presenti anche (o solo) impianti alimentati da fonti non rinnovabili. Queste realtà possono essere costituite con le medesime procedure previste per le CER, sebbene al momento non godano dell’accesso all’incentivo CER.
In conclusione, le amministrazioni pubbliche hanno oggi diverse opzioni per generare elettricità in loco. La via più semplice è quella dell’SSPC, ma è possibile entrare in una CER o, ancora meglio, promuovere una CER. Si tratta senza dubbio di un processo più complesso e dalla gestazione più lunga, ma anche dai risvolti sociali e territoriali più ampi. Per approfondire il tema è possibile fare riferimento al sito del GSE e all’osservatorio ENEA sulle CER.


[1] La mappa delle cabine primarie è disponibile sul portale gse.it

[2] Come termine di paragone, le prime due voci relative ai benefici dell’autoconsumo con SSPC sono variate in questi ultimi anni fra i 20 e i 180 euro per MWh (a seconda del tipo di cliente e di allacciamento e del prelievo in ore di picco o in altre ore), con una previsione superiore di 30-40 euro per MWh non appena saranno reintrodotti completamente gli oneri di sistema.

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