Green PA, come ridurre l’impatto ambientale dei data center

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Il settore pubblico ha accelerato la transizione digitale, spinto da un lato dalla richiesta di servizi online e contactless durante la pandemia e dall’altro dagli obiettivi del PNRR e del Piano Triennale. Questa evoluzione, presente in tutti i Paesi dell’Unione Europea, rischia di avere un impatto significativo sulle emissioni di CO2 e sulla produzione di rifiuti elettronici. Le amministrazioni pubbliche hanno la possibilità e la responsabilità di guidare la battaglia per un IT sostenibile a partire dalla realizzazione di data center green

18 Ottobre 2022

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Redazione FPA

Photo by ANGELA BENITO on Unsplash - https://unsplash.com/photos/WgGJjGN4_ck

Le organizzazioni pubbliche sono coinvolte direttamente nel raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, secondo quanto stabilito dalla UE, in linea con le indicazioni di COP26, che pone uno step intermedio di decarbonizzazione al 2030, con la riduzione del 45% delle emissioni di CO2 rispetto al 2010. L’attenzione delle PA si concentra però soprattutto su strategie di trasporto sostenibili, veicoli pubblici a emissioni zero, città intelligenti e investimenti in spazi verdi. Viene invece ancora sottovalutato l’impatto sull’ambiente dell’IT, destinato ad aumentare, sia per effetto della diffusione di internet, dei social media, dell’archiviazione su cloud e della digitalizzazione dei servizi pubblici, sia per lo sviluppo di soluzioni basate su sistemi di intelligenza artificiale o su tecnologie blockchain.

Si stima che tra il 2010 e il 2021 il volume di dati creati, copiati e utilizzati a livello mondiale sia aumentato da 2 a 79 zettabytes e si prevede che nel 2025 raggiungeranno i 181 zettabytes, secondo le stime di Statista. Anche la capacità di archiviazione dei dati è destinata ad aumentare dal 2020 al 2025, con un tasso di crescita annuale del 19,2%.

Un’indagine svolta da Capgemini Research Institute report (Sustainable IT- Why it’s time for a green revolution for your organization’s IT) evidenzia che il settore pubblico, con il suo vasto patrimonio IT e la crescente spesa tecnologica, potrebbe contribuire in modo significativo al raggiungimento degli obiettivi per un IT sostenibile. Al tempo stesso mostra che i livelli di consapevolezza dell’impatto ambientale del proprio IT sono più bassi nel pubblico (36%) rispetto ad altri settori, come ad esempio quello bancario (52%).

Il tema è quindi centrale e per questo FPA organizza in collaborazione con Pure Storage, il prossimo 26 novembre, un evento riservato ai CTO pubblici per approfondire le azioni previste dalle strategie nazionali in tema di data center green (PUE - Power Usage Effectiveness, certificazioni ambientali, ecc.) e le possibili soluzioni tecnologiche che possono consentire il rafforzamento delle infrastrutture digitali della PA in una logica sempre più green e sostenibile.   

Perché un data center green

I data center (pubblici e privati) contribuiscono all’1% della domanda mondiale di energia, mentre l’IT aziendale che contribuiva nel 2020 con l’8,4% alle emissioni globali di CO2 si prevede che raggiungerà il 20,5% nel 2025. L’ottimizzazione dei consumi dei data center avrebbe il risultato di ridurre l’energia e le risorse consumante con effetti positivi sui costi e sulle emissioni di carbonio, tenendo conto anche di diversi fattori, fra i quali il modo in cui vengono archiviati e gestiti i dati. Tuttavia, come la COP26 ha evidenziato, progetti di sostenibilità che si limitassero a sostituire apparecchiature più recenti ad alta efficienza energetica, trascurando il riciclaggio, il ricondizionamento e il riutilizzo delle apparecchiature meno recenti, rischierebbero di essere un’arma a doppio taglio che andrebbe ad aumentare i rifiuti elettronici.

Questo rischio è confermato da una ricerca, condotta dal Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Padova, per analizzare come il settore dei data center europei stia affrontando la sfida dello sviluppo sostenibile e dell’economia circolare. L’analisi evidenzia che gli sforzi di miglioramento verso la sostenibilità sono attualmente concentrati sull’energia necessaria al funzionamento dei data center, mentre vengono invece trascurati altri aspetti rilevanti come, ad esempio, l’impatto della produzione e al trasporto degli apparati IT e lo smaltimento delle apparecchiature giunte a fine vita.

Ricordiamo che l’efficienza energetica ed ambientale dei data center pubblici ha avuto una importante formalizzazione con i recenti provvedimenti emanati nel quadro delle strategie nazionali sul cloud. In particolare, il Regolamento AgID sul Cloud della PA, allegato A “Livelli minimi di sicurezza e affidabilità, capacità elaborativa, risparmio energetico delle infrastrutture digitali per la Pubblica Amministrazione”, individua i requisiti a cui le PA con data center di tipo A devono adeguarsi.

L’Amministrazione deve determinare con frequenza annuale l’efficienza energetica del proprio Data Center, ricorrendo al calcolo dell’indicatore Power Usage Effectiveness (PUE), che deve assumere valore massimo pari a 1,5. Il PUE mette in relazione la spesa energetica dell’infrastruttura, compresa di apparati IT, impianto di climatizzazione e impianti ausiliari. Nello specifico, è calcolato come il rapporto tra la spesa energetica sostenuta per tutta l’infrastruttura del DC e quella sostenuta per gli apparati.

Le aziende che forniscono soluzioni tecnologiche dovrebbero contribuire con un approccio globale aiutando le organizzazioni a misurare l’impatto ambientale dell’IT, adottando un IT sostenibile nei loro prodotti e intervenendo sul loro ciclo di vita per ridurre i rifiuti elettronici. Possono, in particolare, aiutare le PA a superare i principali ostacoli per la creazione di un’infrastruttura IT sostenibile, evidenziati nella ricerca Capgemini: ai primi posti vengono indicati la mancanza di competenze nel settore (indicata dal 60% delle organizzazioni) e il costo elevato (indicato dal 55%).

Su questo tema, il prossimo 15 novembre, FPA e Pure Storage organizzano un “confronto” tra le principali amministrazioni italiane, al fine di individuare le pratiche più corrette per rispondere agli obiettivi di efficientamento e sviluppo sostenibili, così come previsto dal PNRR.

Soluzioni che consumano meno e durano di più

L’adesione alla cultura basata su un IT sostenibile è stata assunta in pieno da Pure Storage, azienda focalizzata sul data storage e sulla gestione dei dati. Il suo report ESG 2021 esplicita l’impegno a ridurre di tre volte il consumo diretto di carbonio per petabyte entro il 2030 e assegna alle sue Operations l’obiettivo di ridurre del 50% le emissioni di gas serra per dipendente, entro il 2030 rispetto al 2020, per raggiungere il livello di zero emissioni entro il 2040. Lo stesso impegno permea l’offerta, in termini di contenimento dei consumi energetici e riduzione dei rifiuti elettronici, pensata per contribuire a data center sostenibili per le organizzazioni clienti.

La maggior parte dei fornitori, per rispondere alla crescita esponenziale della domanda di storage, ha assecondato la richiesta di controllo dei costi, riservando però scarsa attenzione all’impatto ambientale. I data center sono così stati inondati di sistemi di storage ancora basati su vecchie tecnologie a disco magnetico caratterizzate da un utilizzo inefficiente dell’energia e un’elevata generazione di rifiuti elettronici. Pure Storage si è invece impegnata, fin dall’inizio, a fornire sistemi basati sulla tecnologia proprietaria DirectFlash, che consente fino all’80% di riduzione del consumo diretto di carbonio rispetto ai sistemi all-flash della concorrenza. L’architettura Evergreen, inoltre, evita che i prodotti diventino obsoleti e richiedano una sostituzione in blocco come accade con i sistemi tradizionali. L’architettura supporta l’aggiornamento non disruptive degli array, permettendo ai clienti di usufruire continuamente delle ultime tecnologie hardware e software e riducendo le sostituzioni non necessarie dei prodotti responsabili dei rifiuti elettronici. Il 97% degli array Pure acquistati sei anni fa sono ancora in servizio.

Inoltre, la modalità as-a-service per fruire dello storage (Pure as-a-Service), consente alle organizzazioni di ridurre il consumo energetico e gli sprechi derivanti da apparecchiature sottoutilizzate, grazie al dimensionamento appropriato dei sistemi per soddisfare ogni SLA concordato. Infine, il riciclo effettuato da Pure, grazie alla modernizzazione e al riuso delle apparecchiature fisiche, ne estende la vita utile e riduce ulteriormente i rifiuti.

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