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Collaborazione pubblico-privato per innovare la Scuola: è possibile, ecco come fare

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Girls code it better, Il progetto realizzato in Emilia Romagna in attuazione delle azioni #7 e #20 del PNSD, è un esempio virtuoso di collaborazione pubblico/privato, una buona pratica da mettere a sistema

24 Giugno 2016

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Gabriele Benassi, Servizio Marconi T.S.I USR Emilia-Romagna, docente IC21 Bologna

L’agenzia Man at Work ha ideato, finanziato e promosso un interessante progetto per le scuole del primo ciclo, per favorire un efficace orientamento delle ragazze alle discipline STEM e alle scuole che le sviluppino, alla luce della forte discrepanza nel mercato del lavoro fra domanda (molta) di profili femminili in “Science, Technology, Engineering, Mathematics” e l’ offerta ancora troppo esigua di donne appassionate e competenti. Da questa criticità piuttosto italiana scaturisce l’azione #20 del nuovo Piano Nazionale Scuola Digitale,

La denominazione di “Girls code it better ”, data dall’ideatrice del progetto Costanza Turrini, non inganni: non si tratta solo di linguaggio di programmazione ma di creazione, costruzione, documentazione e tanto altro. Il progetto si sviluppa su linee metodologiche precise, quelle del Project based learning e prevede una formazione specifica per i coach dei club condotta dal prof. Enzo Zecchi , da alcuni docenti del Servizio Marconi T.S.I (USR Emilia-Romagna) e delle associazioni Connessioni didattiche , MakeinBo – Fablab Bologna.

L’elemento di innovazione del progetto è proprio in queste tre parole: PBL, coach e club.

Il PBL è una metodologia costruttivista che si basa sull’ideazione e realizzazione di progetti autentici, portati avanti dagli alunni in primis: ideare, valutare la fattibilità, sviluppare e realizzare nel concreto l’idea condivisa porta le alunne ad apprendere e a sperimentare competenze di tipo relazionale, digitale e disciplinare.

I coach sono il maker e il docente, che mettono insieme in modo sinergico e collaborativo le proprie competenze motivando, facilitando e sostenendo il lavoro delle ragazze. Il docente cura gli aspetti di mediazione didattica e di gestione del gruppo, il maker introduce le competenze pratiche e digitali e aiuta le ragazze nella risoluzione dei problemi e nell’ideazione di possibili e molteplici percorsi alternativi.

Il club è l’ambiente relazionale e di apprendimento delle ragazze, nel quale si impara facendo ( e sbagliando) e si sviluppa l’idea condivisa di lavoro, in un clima più informale rispetto a quello di classe. E’ un ambiente generico che assume contorni più specifici in base alle scelte di “produzione” e alle competenze dei coach. L’idea, la progettualità e le metodologie sono al centro e condizionano la selezione degli strumenti e delle fasi di lavoro. Il risultato finale è certamente importante ma ciò che più conta è il processo che porta al risultato.

Nei club si sviluppa così una esperienza autentica, mediata certamente dai tempi scolastici ma che porta le ragazze a lavorare “per davvero”. Questo aspetto è importantissimo dal punto di vista motivazionale e aiuta alla corresponsabilità, portando le ragazze a instaurare relazioni efficaci e a finalizzare i loro sforzi verso un obiettivo condiviso.

Il ruolo dei coach è fondamentale proprio nel riuscire a creare questo ambiente di apprendimento, senza imposizioni e invadenze, con la giusta determinazione e sensibilità nel proporre e nell’affiancare le ragazze nei vari momenti.

Non è così scontato per le scuole che ospitano i club favorire questa metodologia ed è necessaria alla base una azione formativa del docente e del referente di istituto. Questa azione è stata condotta prima e durante lo sviluppo delle attività dei club e offerta ai coach e ai referenti degli istituti coinvolti come parte qualificante del progetto. E’ un altro esempio significativo di intesa e collaborazione fra il privato e il mondo della scuola: non basta infatti dare ai nostri istituti dei pacchetti confezionati di professionisti o strumenti ma è necessario muovere parallelamente una azione formativa che aiuti docenti e maker a capirsi, conoscersi e trovare uno spazio comune di collaborazione sul campo. Dove questo si è realizzato, il progetto ha avuto diffusione e risultati. Dove questa sinergia non si è sviluppata, il progetto è stato vissuto come un corpo estraneo e non ha inciso sull’innovazione didattica degli istituti che lo hanno “sopportato”.

L’accordo fra Maw e Ufficio Scolastico Regionale Emilia-Romagna ha permesso di mettere a sistema anche queste azioni in una logica organica e coordinata di iniziative private e pubbliche sul territorio regionale, evitando di renderle episodiche e a macchia di leopardo ma valorizzandole nel quadro complessivo delle azioni del PNSD.

Il progetto verrà proposto anche nel prossimo anno scolastico e sono attualmente in essere le nuove adesioni degli istituti interessati, che devono garantire alcune condizioni a priori, come una buona connettività, un laboratorio funzionante e funzionale, un docente coach retribuito con le risorse della scuola. Tempi dunque di progettazione, in attesa dei nuovi atelier finanziati dal Miur.

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