L’educazione digitale parta dagli insegnanti, dal basso, o farà poca strada

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Di fronte al Pnsd, un piano certamente affascinante, è necessario un approccio che non sia di rifiuto del nuovo e neanche di accettazione inconsapevole. Per i docenti è necessario trovare la propria strada, perché l’educazione digitale deve svilupparsi dal basso

14 Aprile 2016

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Alfonso D’Ambrosio, docente di matematica e fisica, IIS Cattaneo Mattei, Monselice

Mi piace iniziare questo articolo con una storia; è liberamente inventata e si rifà al celebre esperimento di Stephenson del 1966 sul comportamento di scimmie sotto precisi stimoli .

Un gruppo di 12 scimmie viene rinchiuso in una stanza e su una scala vengono poste delle banane.

Uno scienziato burlone mette sulla scala dei sensori così che ogni qualvolta una scimmia mette piene su uno scalino, si attivano delle docce fredde per tutte.

Una prima scimmia inizia a salire sulla scala, ma subito si attivano le docce. E così via capita per le altre scimmie che provano a salire. Dopo un po’, per paura delle docce fredde, nessuna scimmia sale più sulla scala. In sostanza le scimmie imparano una regola: vietato salire sulla scala per prendere le banane.

Un giorno viene inserita all’interno del gruppo una scimmia che non ha mai visto l’esperimento condotto prima, questa subito tende a salire sulla scala, ma viene bloccata dalle altre scimmie.

Vengono man mano sostituite tutte le 12 scimmie iniziali e ormai è consolidata la regola di non salire sulla scala a prendere le banane, anche senza un motivo apparente.

Viene allora inserita una scimmia, anche nel gruppo che non ha nessuna scimmia delle 12 iniziali, questa fa per salire sulla scala, quando viene bloccata ed invitata a non farlo. Quando questa chiede spiegazioni, le altre scimmie non sanno dare una reale motivazione e dicono: è così, perché si è sempre fatto così.

Prima di trovare alla fine una scimmia che sale sulla scala e mangia la banana senza bagnarsi, violando le prassi consolidate, dobbiamo aspettare 48 scimmie!

Se ripensiamo a questa storia in ambito scolastico, è facile associare la scimmia che salirà sull’albero al docente che oggi è chiamato ad essere innovatore.

Eppure cosa ha fatto questa scimmia se non seguire un istinto naturale, come cibarsi di un prodotto a lui caro? La decisione di cambiamento non è della singola scimmia ma è del gruppo, spetta a lui e solo a lui la creazione delle regole e la violazione di esse, di paradigmi acquisiti.

Fermiamoci un attimo e guardiamo al recente PNSD (Piano Nazionale Scuola Digitale).

E’ davvero un piano così affascinante? Così innovativo?

Al di là del mio ruolo di Animatore Digitale, di curioso e di ricercatore, risponderei di sì, è un Piano che almeno negli intenti avrei fatto già anni fa.

Ma io sono un appassionato di digitale fin da piccolo, amo sperimentare con i miei studenti, amo indagare, amo la dimensione educativa dell’errore ed amo anche bagnarmi con acqua fredda!

Eppure quando racconto all’interno della mia Scuola o di altre Scuole il PNSD, non tutti i colleghi rispondono con quell’entusiasmo che si è solito vedere negli occhi dei bambini alla vista di un nuovo giocattolo, non tutti si fiondano a scartarlo, a provarlo.

Nel mio caso parlo di un digitale tecnico, fatto di robotica, microcontrollori, gaming ed immersive lab, smartphone e sensori. Il “mio” digitale non si improvvisa e non bastano 2 o 3 corsi introduttivi. E’ un digitale che cambia, che fa dire: sì esiste una didattica digitale!

Lo smartphone non è più uno strumento dove cercare informazioni, è uno strumento per costruirne di proprie, per indagare la natura.

Eccolo trasformarsi in microscopio, in un misuratore di campo magnetico, in un sensore per misurare l’inquinamento acustico.

I mondi virtuali diventano una occasione per leggere il mondo con nuovi occhi, per incontrare Dante, per fare esperienze aumentate sul volo degli uccelli, per iniziare un percorso di coding creativo e collaborativo.

Il coding non è solo pensiero computazionale, non significa muovere un gattino su e giù, non significa fare story-telling digitale, cosa che potrei fare anche con carta e penna. Il coding diventa un mezzo per realizzare videogiochi educativi, percorsi formativi di competenza finalizzati a chiarire misconcezioni, nodi concettuali ad esempio.

Il PNSD è quindi, almeno per me, una occasione per fare ricerca didattica, per intraprendere un percorso di meta riflessione, dove i vecchi strumenti si uniscono ai nuovi, e si esce con nuovi stimoli e mille domande.

Perché non tutti i colleghi riescono a vedere nel digitale una occasione per parlare non solo la lingua dei ragazzi, ma uno strumento per fare cose efficaci? Una occasione per arricchirsi? Perché le regole consolidate sono così forti? È solo una questione di comfort zone?

Ho un concetto alto di educazione e di docente e non credo che la resistenza al cambiamento sia solo legata alla incapacità di rinnovarsi.

Il digitale ci impone la collaborazione. Così come, oggi, è facile comunicare con un amico lontano migliaia di chilometri o guardare in tempo reale la foto del nostro cantante preferito mentre firma un autografo, allo stesso modo il digitale nella didattica chiede a noi docenti di tenersi sempre aggiornati, di formarci anche con dei tutoriali su youtube.

Il digitale non lo si fa da soli, ma ha senso se si crea una rete e per farlo occorre che sia presente un modello pedagogico efficace: nel mio caso un modello circolare, dove Scuola, quindi studenti e docenti, dirigenti scolastici, territorio, imprese, genitori, siano tutti connessi ed interconnessi, dove tutti sono protagonisti ma nessuno è al centro.

In questo modello di educazione, le regole non diventano prassi, ma si sperimenta, si sbaglia, si trovano soluzioni.

Non è una critica, ma non sono riuscito a trovare nel PNSD una tale visione. Il digitale diventa uno strumento, ma resta ancora troppo confinato ad azioni “create” dall’alto, che sembrano prassi e non vengono percepite se non da pochi docenti. La contaminazione viene affidata ad un gruppo ancora troppo generico e ristretto, le metodologie legate ad un “digitale tecnico” sono solo appena accennate e ridotte a termini quali making lab, fablab etc.

Esistono molti colleghi che ogni giorno e da diversi anni si occupano di didattica ed innovazione, quale ruolo riconosce a questi il PNSD? Quale ruolo viene dato a chi ogni giorno collabora, crea progetti, guarda gli studenti negli occhi? Quale microfono a quei docenti che già tracciano l’innovazione ben prima di un piano?

Sono la scimmia che vuole salire la scala?

No, sono la scimmia che vuole dare al gruppo una occasione di riscatto, creare una coscienza di grupppo, perché non è il singolo che rompe gli schema nella Scuola, colui che vuole creare un bisogno, una necessità, per salire su quella scala a prescindere e, quindi, scalare l’evoluzione.

Nel mio caso ho avviato alcuni importanti progetti che già ben prima del PNSD vanno nella direzione di una educazione, non solo digitale, ma che parte dal basso.

Il progetto BYOEG , dove un gruppo di docenti di varie regioni italiane, realizzano videogiochi educativi con metodologie didattiche specifiche.

Un progetto di educazione digitale allargata al territorio ed a tutti gli elementi della sfera educativa: Officina Scuola. Qui ogni elemento della sfera collabora con l’altro, per migliorare se stesso e lo fa senza ruoli di dominanza, lo fa raccontando la propria esperienza, lo fa costruendo “l’uomo”, quello stesso uomo che vivrà su un territorio, che ne diventa l’elemento protagonista, costruendo una casa, una famiglia, inventandosi un lavoro.

Abbiamo avviato una prima creazione , con il Comune di Monselice ed il Progetto Giovani, di “atelier educativi”, dove studenti, docenti, lavoratori, ma anche neet, si incontrano per “giocare” a realizzare dispositivi elettronici, dare risposte alla comunità quali possono essere la realizzazione di ausili per disabili, strumenti per il monitoraggio ambientale, App gratuite di pubblica utilità, che vano verso la direzione di una educazione partecipata, collaborativa.

E’ avviato un progetto di diffusione, divulgazione , insieme alla cooperativa la Fucina delle Scienze , che rappresento in qualità di responsabile scientifico, di quel “digitale tecnico”. Si formano e si stimolano gli studenti (dai 4 anni in su), i giovani ed i genitori ad un uso consapevole del digitale, si invitano gli stessi giovani a diventare protagonisti di tale formazione, in un modello di peer tutoring, dove si crea occupazione ed educazione sociale.

Quindi non dirò mai che il digitale è la cura, è la soluzione didattica, ma da educatore vi dico: provate, trovate la vostra strada, con i vostri studenti…

Ai miei studenti, che oggi mi parlano di Arduino, di App, di meccanica quantistica, rispondo: eccomi, cerchiamo insieme, impariamo insieme e, se io non lo so, insegnalo tu a me.

Il nostro ruolo è rispondere ai nostri studenti, soddisfare le loro perplessità perché la conoscenza non è indottrinamento, non è un imbuto dove immettere nozioni ma è pensiero critico, e per svilupparlo il digitale ci aiuta.

Esiste un altro digitale? Sì, esiste e diventa efficace e anche di stimolo per i docenti, se questi diventa educazione sociale!

La Scuola è fatta da mille voci: la voce del digitale, la voce del gesso che stride, la voce della lezione frontale, la voce del 3, la voce di una nota disciplinare…

Ascoltare solo una di queste voci però è come guardare il cielo con un telescopio, si ha l’illusione di guardare le galassie, ma perdiamo di vista il senso dell’intera volta celeste.

Ascoltare una sola di queste voce è impedire ad uno del gruppo di salire sulla scala e di poter , se non cambiare le regole, almeno migliorarle.

Ci sono due tipi di sciocchi. Uno dice: “Questo è vecchio, e quindi buono.” E uno dice: “Questo è nuovo, e quindi migliore.”(1)



(1) Cit. probabile John Brunner (autore inglese di fantascienza).

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