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L’importanza della formazione obbligatoria sull’innovazione didattica

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6 Dicembre 2015

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Giuseppe Corsaro, insegnante, fondatore community insegnanti 2.0

Tra le 35 azioni del nuovo PNSD, la 25 è forse quella più ambiziosa, più centrale e anche più difficile da realizzare. Un’azione che risponde alla urgente necessità di innovazione didattico-metodologica e che prevede un ruolo principe per il digitale. In buona sostanza una vera scommessa… una scommessa doppia. In un sol colpo si vuole tentare di eradicare una consolidatissima “idea di scuola” che da tempo è largamente considerata come l’unica via alla didattica (la lezione frontale) e contestualmente spalancare le porte ad un mondo (quello del digitale) che molto spesso finora a scuola è stato visto come “il nemico” o peggio.

L’azione #25 è una delle azioni che hanno come focus la formazione del personale. In particolare, formazione in servizio per l’innovazione didattica e organizzativa .

Non semplice e generica “formazione”, quindi. Non un qualsiasi piano di “aggiornamento” del corpo docente. Formazione all’innovazione didattica, invece.

E quando mai s’era vista prima d’ora tutta questa propensione ad innovare la didattica? Di più, quando mai si è sentito parlare a scuola di un vero aggiornamento professionale per i docenti? Non fraintendiamoci. Non è che non si sia fatta formazione ai docenti in passato. Ma come si è fatta?

Storicamente la formazione dell’insegnante nel nostro Paese è stata quasi esclusivamente di tipo scientifico e disciplinare. Non mi riferisco solo a quella universitaria pre-servizio ma anche a quella in servizio. Ad esempio, si è badato moltissimo a preparare bene gli aspiranti insegnanti sui contenuti delle discipline e si è dato quasi nessun peso ai “ferri del mestiere”.

Di fatto, per lungo tempo, succedeva che uno studente di scienze biologiche che avesse aspirato a fare l’insegnante, ricevesse la stessa identica preparazione di un suo collega che all’insegnamento non pensava per nulla (magari perchè pensava di fare il biologo). Alla fine del percorso universitario due laureati con la medesima preparazione andavano a fare due lavori profondamente e totalmente diversi. E’ chiaro che quello che risultava essere più in difficoltà era l’aspirante insegnante. Veniva catapultato in classe magari con un’ottima preparazione scientifica ma senza nessuno strumento che potesse aiutarlo a svolgere il suo lavoro. Nel migliore dei casi avrà avuto qualche nozione di storia della pedagogia, un po’ di psicologia dell’età evolutiva e qualche confusa idea del funzionamento amministrativo di una scuola fattasi durante la preparazione al concorso a cattedra. Niente di tutto ciò lo avrebbe aiutato davvero. Ha dovuto arrangiarsi e improvvisare in molti casi. Molti insegnanti (di qualsiasi materia e di qualsiasi ordine e grado) ricorderanno il senso di terrore del proprio esordio. E per lungo tempo tutto sommato questa impostazione ha anche funzionato. Fin quando l’insegnante è stato un “erogatore” di conoscenza tutto ciò era sufficiente.

Con le SISSIS non è cambiato molto. Due anni di preparazione specialistica post-laurea affidata in gran parte agli stessi docenti universitari dei corsi di laurea (cioè a persone che – con tutto il rispetto – non sono entrati più in un’aula scolastica dal giorno successivo alla propria maturità).

E nel frattempo però le generazioni cambiavano e gli alunni e gli studenti assumevano nuove “caratteristche” quasi mai ben comprese da noi inssegnanti. Uno dei leitmotiv più sentito fra i colleghi suona più o meno così: “Non ci sono più i ragazzi di una volta” o “Non si può più fare l’insegnante con questi studenti di oggi”. E cambiava anche la funzione dell’insegnante. Sempre meno erogatore di conoscenze e sempre più tutor, facilitatore, guida.

A sanare queste carenze nella preparazione professionale dell’insegnante italiano sarebbe dovuta venire in soccorso la formazione in servizio. Lo è stata solo parzialmente, purtroppo.

Troppi corsi di formazione per gli insegnanti impostati alla maniera di un dottorato di ricerca o di un corso post-laurea e troppo pochi sui “ferri del mestiere”. Troppa formazione “dall’alto” spesso utilissima come arricchimento personale ma difficilmente spendibile nella quotidianità in classe.

Sorvolo volontariamente sulle tante, tantissime (troppe) azioni formative utili solo ai portafogli dei formatori e/o all’acquisizione di punteggio per le graduatorie. Da nord a sud ne sono state fatte troppe anche di queste (dal pubblico, dal privato, dalle associazioni di categoria, da tutti insomma).

Più recentemente si è cercato di rimediare sia per la preparazione pre-servizio con i TFA, sia con interventi formativi da parte del Ministero e di Indire per il personale in servizio. Gli effetti dei primi non sono ancora molto evidenti e i secondi hanno raggiunto solo parzialmente l’obiettivo di cui si parlava prima: dare all’insegnante una adeguata preparazione metodologica, le strategie, gli strumenti per svolgere una efficace azione didattica.

A peggiorare la situazione (se ce ne fosse stato bisogno) la non obbligatorietà di una formazione e di un aggiornamento professionale per gli insegnanti. Di fatto un’intera categoria professionale ha potuto permettersi di non aggiornarsi professionalmente. Tutto demandato alla buona volontà del singolo. Come se, per esemplificare, tutti i medici d’Italia avessero potuto ignorare le nuove metodologie, i nuovi farmaci, le nuove indicazioni dell’Oms da vent’anni a questa parte.

Insomma, una vera e propria “comfort zone”. La comfort zone di cui parla Damien Lanfrey ha permesso ad una buona parte di questa categoria di professionisti di vedere spesso l’aggiornamento professionale come un optional, utile soltanto al raggiungimento dell’agognato “ruolo” e non come un dovere etico-deontologico prima che contrattuale.

L’insieme di queste condizioni di privilegio ha lasciato alla volontà ed alla disponibilità individuale qualsiasi attività di formazione e/o autoformazione.

Se tutto ciò è vero per la formazione in genere, lo è ancor di più per tutto ciò che è “formazione trasversale” e non viene considerato strettamente legato al proprio ambito disciplinare (le competenze digitali, ad esempio). La scuola ha visto così via via impoverirsi la propria ricchezza culturale e professionale. Il sistema scolastico del nostro Paese ha sempre più perso terreno nei confronti degli altri sistemi scolastici. L’insegnante ha perso di efficacia.

Ovviamente tutto questo vale anche (o forse di più) per la formazione relativa alle competenze digitali del docente. Anzi, andando più sullo specifico della formazione all’uso delle tecnologie e degli strumenti digitali, ci imbattiamo in un fatale equivoco che sino ad ora non era mai stato stigmatizzato e di cui forse questo PNSD ne contiene la prima vera importante presa di coscienza.

E’ il peccato originale che ha frenato (direi impedito) una effettiva penetrazione del digitale nella cultura della classe docente. Per anni si è inteso fare formazione agli insegnanti sulle competenze digitali allo stesso modo di come la si faceva a qualsiasi altro lavoratore (impiegato delle poste o del comune o dell’agenzia delle entrate). Corsi di alfabetizzazione informatica, corsi su strumenti di produttività personale o persino veri e propri corsi di informatica (linguaggi di programmazione compresi). Niente di più inutile, sbagliato o addirittura dannoso. Eccolo il fatale equivoco. Poter pensare che per ammodernare il lavoro dell’insegnante fosse sufficiente “tecnologizzarlo”. E giù con corsi e certificazioni su applicativi assolutamente inutilizzabili nell’attività didattica. Si è creduto che potesse tornare utile in classe ad un insegnante saper usare un database o uno spreadsheet ed invece si trascuravano del tutto i veri strumenti digitali per l’insegnante: applicazioni per creare mappe mentali e concettuali, linee del tempo, documenti e produzioni collaborative, tool per la produzione di test e verifiche, per la creazione di risorse didattiche e per la loro condivisione, strumenti per la creazione di blog e siti web; ambienti per l’e-learning, i social network, il social learning e le varie app per la comunicazione e per l’organizzazione del lavoro individuale e dei gruppi.

Formazione sbagliata quindi, erogata in modo sbagliato da enti o da esperti (preparatissimi ingegneri e informatici, per carità) generalmente privi di competenze metodologiche e assolutamente estranei alla quotidiana attività didattica in classe. Insomma, si è completamete sbagliata la mira. Finalmente in questo nuovo PNSD e nell’azione 25 in modo particolare, si dice chiaramente ed inequivocabilmente. […] valorizzare la formazione alle competenze digitali intese come la capacità di volgere in senso pedagogico e didattico l’uso delle tecnologie […]

Non più corsi di informatica ma di tecnologia didattica. Non più inutili corsi su pacchetti software inutilizzabili in classe. Non più formatori preparatissimi dal punto di vista tecnico ma totalmente digiuni di metodologie didattiche.

Non sarà facile. Le difficoltà sono tante e grandi. Manca quasi del tutto ancora una vera cultura digitale fra gli insegnanti. Diffidenze e resistenze ce ne sono di varia natura. Bisognerà curare in modo nuovo e attento l’organizzazione di questa futura formazione. Se saranno gli USR ad essere in prima fila, sarà indispensabile dotarli di risorse umane adeguate e che condividano e supportino la “vision” espressa nel PNSD. I poli formativi o le reti di scuole che materialmente dovranno ospitare/erogare tale formazione non dovranno agire in ordine sparso ma su linee-guida chiare e stringenti. La selezione dei formatori non dovrà più puntare grossolanamente su competenze esclusivamente tecniche (niente più inspiegabili esclusioni nei confronti di chi, pur senza laurea in informatica, certifica e dimostra di utilizzare “in senso pedagogico e didattico” le tecnologie digitali). Sarebbe auspicabile un coordinamento nell’organizzazione e nell’erogazione che non consenta le già viste discrepanze da una regione all’altra. Insomma, si dovrebbe cercare di evitare errori già noti fatti in passato.

La direzione stavolta è quella giusta. L’auspicio è che le risorse dedicate a questa specifica azione possano essere ulteriormente incrementate strada facendo. Le idee sono buone e c’è la speranza che possano presto concretizzarsi davvero.


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