Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Sei modifiche necessarie per mitigare i rischi del nuovo piano nazionale

Home Temi Verticali Scuola, Istruzione e Ricerca Sei modifiche necessarie per mitigare i rischi del nuovo piano nazionale

11 Novembre 2015

C

Carlo Giovannella, Università Roma Tor Vergata, Smart Learning Ecosystems and Regional Development

Visione strategica e approccio sistemico sono i segni distintivi del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), e per questo il suo rilascio non può che essere accolto con favore. La scuola aveva davvero bisogno di un progetto che si caratterizzasse per obiettivi chiari e sfidanti, una concreta realizzabilità, la capacità di rispondere ad esigenze diffuse.

L’attuazione del PNSD non è esente da rischi e si intravvede già la necessità di aggiustamenti, ma intanto il sasso è stato lanciato e il processo avviato.

Proviamo a comprendere le ragioni, prima di parlare degli aggiustamenti necessari che proponiamo.

Lo sviluppo tecnologico degli ultimi 20 anni, derivato dall’introduzione del web, ha stravolto usi e consumi rendendo i flussi dei beni immateriali, altrettanto rilevanti di quelli materiali e ha determinato, altresì, una sempre maggiore commistione del fisico con il virtuale, nonché la pervasività dell’intelligenza necessaria a generare tale integrazione.

Come avrebbe potuto la scuola rimediare alla perdita di attrattività nei confronti delle nuove generazioni, se non confrontandosi con le ricadute che sta avendo sulla società l’ultima rivoluzione tecnologica-industriale? Come si sarebbe potuto tentare di avviare un reale ammodernamento dell’agenzia educativa Scuola se non tentando di mettere a sistema le risorse già disponibili – in gran parte derivati da fondi europei – per tentare di attrarne altre su un tema che non sembra produrre grandi resistenze: il “digitale”?

L’uovo di Colombo? Certo, ma bisognava pensarci e avere il coraggio e l’intelligenza di definire un approccio sistemico percorribile.

Quale il principale obiettivo del piano?

Ammodernare e rendere più funzionale la filiera educativa che prende in consegna la “materia prima” nella scuola primaria e, dopo un lungo processo di “maturazione”, rilascia individui che, in linea di principio, dovrebbero essere pronti a entrare nelle filiere di produzione che generano la ricchezza di questo paese contribuendo, possibilmente, alla loro innovazione, anche attraverso l’autoimprenditorialità. Tutto questo senza dimenticare che, al contempo, essi dovranno assumere anche il ruolo di cittadini.

La filiera educativa è talmente diffusa sul territorio che non si poteva che mettervi mano attraverso un approccio sistemico, in grado di considerare tutti gli attori del processo:

  • il personale della scuola – dirigenti, amministrativi e docenti, ai quali dovremmo aggiungere il personale ATA – che deve provvedere al funzionamento dei gangli di tale filiera;
  • le aziende – incluse anche quelle culturali – che giocano il ruolo di principali beneficiari;
  • i territori sui quali insistono le attività produttive che potranno coltivare le loro vocazioni o immaginare nuovi posizionamenti;
  • i genitori che coltivano la speranza di un futuro lavorativo per i propri figli.

Il PNSD diventa dunque il passe-partout che apre le porte non tanto e non solo al “digitale”, inteso nell’accezione più “becera” del termine, ma soprattutto alle nuove metodiche didattiche – più attive, collaborative e interconnesse -, alla riconsiderazione e riconfigurazione degli spazi fisici, al ripensamento della struttura dei contenuti, alla riconsiderazione e allargamento delle competenze, all’introduzione della cultura del monitoraggio e dell’interpretazione degli esiti, anche in termini di impatto. In altri termini, come andiamo predicando da oltre quindici anni, il “digitale” assume un ruolo trainante consentendo di mettere mano a tutti gli elementi che compongono un processo educativo, non come entità isolata ma, piuttosto, contestualizzata nei territori e interconnessa ad altre filiere.

Il “digitale” e la sua pervasività vanno comunque sostenuti e, dunque, nel piano non potevano mancare le azioni dedicate alla larga banda – che questa volta si vuole portare a tutte le scuole – e alla sua sostenibilità, vedi contratti con i gestori della rete.

L’infrastruttura d’altra parte, inutile negarlo, è elemento abilitante che inevitabilmente determina la qualità del processo e le sue potenzialità sistemiche, ad esempio nel favorire il coalescenze delle reti e la diffusione delle buone pratiche.

Tutto bene dunque?

Le modifiche da apportare

Quasi, perché, come anticipavamo sopra, piani di questa portata non sono esenti da rischi che, comunque, possono essere mitigati con opportuni aggiustamenti, anche in corso d’opera.

Vediamone alcuni:

  • un ruolo non nullo ma forse un po’ debole della famiglia, ovvero di un’entità che indipendentemente dalla sua trasformazione rappresenta comunque, insieme alla scuola e al contesto territoriale, una delle agenzie educativa coinvolte nel processo, e non solo un cliente di un servizio; il coinvolgimento attivo dei nuclei familiari, nel rispetto dei ruoli, è fondamentale anche per mitigare una possibile deriva aziendalista della scuola e per guardare al territorio non solo in termini di sviluppo ma anche di innovazione sociale che, come sappiamo, è il volano per l’incremento della fiducia reciproca e del capitale sociale;
  • un meccanismo di valorizzazione delle competenze dei docenti non chiarissimo; uno dei problemi principali della scuola risiede nella demotivazione dei docenti sia per la perdita del loro ruolo sociale che per la remunerazione non adeguata a un impegno che, per chi crede nella missione dell’insegnante, e quasi totalizzante; molte sono le misure già avviate o previste dalla Buona scuola e dal PNSD intese alla riconversione e acquisizione di nuove competenze e dunque di una maggiore professionalità, meno evidente è come il tutto si possa trasformare in una costante motivazione e in un recupero di considerazione sociale per il ruolo svolto, in altri termini in un piano sostenibile di medio-lungo termine per il coinvolgimento di una categoria di attori fondamentale per il funzionamento della filiera educativa;
  • molto spazio è dedicato a un’operazione di grande acume strategico e pratico, ovvero all’interconnessione delle abilità e delle competenze digitali con il contesto delle competenze trasversali di cui le digitali sono considerate abilitanti; manca però – al di là della citazione di tassonomie internazionali – un elemento guida unificante intorno al quale costruire il framework di riferimento; a nostro avviso questo elemento potrebbe essere offerto dalla cultura del progetto e del meta-progetto alla quale, inevitabilmente, si collegano quella del processo, le competenze individuali e sociali necessarie alla sua gestione, anche in forma creativa e innovativa;
  • una giusta attenzione è stata data al monitoraggio e alla valutazione di impatto; il rischio, però, è che tali pratiche, più che mai benvenute, possano limitarsi all’utilizzo di indicatori quantitativi di processo e/o di prodotto (esiti) senza adeguata considerazione della qualità; è prevista la possibilità per i partecipanti al processo di esprimere la loro opinione, ma sarà molto importante, se non addirittura necessario, lavorare sull’introduzione di adeguati framework di monitoraggio bottom-up da integrare agli approcci top-down, fondati su indicatori di processo e prodotto determinati dal modello di filiera educativa che ha ispirato il PNSD;
  • il tema della qualità si collega in maniera quasi automatica a quello degli standard che, se da una parte rappresentano dei punti di riferimento, dall’altra, se non introdotti con intelligenza e flessibilità, rischiano di generare appiattimento e, ciò che è peggio, di perturbare il processo educativo al punto tale che esso potrebbe essere ristrutturato ai soli fini del raggiungimento dei valori dei parametri previsti dallo standard; l’innovazione, purtroppo, è tendenzialmente nemica dello standard e servirà, quindi, grande intelligenza nel gestire l’argomento;
  • il tema della standardizzazione è stato approfondito in modo particolare per quel che attiene i contenuti; chi insegna sa perfettamente che, dato per scontato il rispetto dei programmi curriculari, è necessario uno sforzo costante per adattare i contenuti, la loro struttura e le attività a esse correlate (inclusa l’autoproduzione) allo scopo di attrarre gli studenti e far acquisire loro le dovute conoscenze, abilità e competenze; è dunque necessaria mettere in campo grande sensibilità ed esperienza didattica per non produrre gabbie troppo anguste che potrebbero avere ripercussioni negative.

Al di là di queste considerazioni, che ci permettono di mantenere quel giusto distacco e di esercitare un’azione critica costruttiva, il PNSD è senza dubbio un’occasione da cogliere. L’invito, dunque, è a rimboccarsi le maniche e attivarsi. Per gli aggiustamenti si potrà provvedere a tempo debito e semmai dovessimo restare delusi, beh, si potrà sempre affermare di averci provato.

Su questo argomento

APP PA: l'elenco delle app ufficiali della Pubblica Amministrazione