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Telegram Passport farà concorrenza a SPID?

Lo scorso 26 luglio Telegram, il noto servizio di messaggistica istantanea basato su cloud, ha annunciato sul proprio blog ufficiale il rilascio della nuova funzione Telegram Passport, ossia un metodo di autorizzazione unificato per tutti quei servizi che richiedono un'identificazione personale e che potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle modalità di accesso ai servizi online

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Lo scorso 26 luglio Telegram, il noto servizio di messaggistica istantanea basato su cloud, ha annunciato sul proprio blog ufficiale il rilascio della nuova funzione Telegram Passport, ossia un metodo di autorizzazione unificato per tutti quei servizi che richiedono un'identificazione personale. Uno strumento che promette di semplificare la registrazione o il primo accesso a tutte quelle app che richiedono l’autenticazione del proprio profilo tramite dati reali o documenti.

Per ottenere il passaporto digitale bisogna accedere a una pagina di richiesta dati in cui l’utente può selezionare la tipologia di documenti/informazioni che intende caricare. La sicurezza dei dati è garantita dalla conservazione sul cloud e dalla crittografia end-to-end. La chiave d’accesso corrisponde poi alla password scelta dall’utente.

In linea con la politica aperta di riuso già adottata per l’app, Telegram ha invitato gli sviluppatori a integrare Passport nelle loro applicazione e nei loro servizi. Al momento è solo la piattaforma ePayments.com, fornitrice di servizi di pagamento, ad aver integrato questa modalità di registrazione. Ma nulla esclude che nei prossimi mesi gli sviluppatori decidano di dar seguito all’appello di Telegram.

Passport, SPID e i dati personali

Telegram Passport si è evidentemente posto l’obiettivo di ricondurre ad un unico profilo le molteplici identità digitali di accesso ai vari siti e app. Se questo segna da un lato un punto in favore dell’integrazione dei servizi digitali e dell’unicità dei profili, dall’altro solleva incertezze sul trattamento dei dati personali – sebbene l’azienda abbia rassicurato che non ha alcun accesso ai dati e che addirittura andranno su un cloud decentralizzato in futuro – e sul conflitto con SPID.

È evidente che il parallelismo con il Sistema Pubblico di Identità Digitale è forzato, che le finalità sono diverse, che i servizi fruibili con questi due tipi di identità sono differenti, ma uno dei principali elementi di novità introdotti con SPID risiedeva proprio nell’adozione di un sistema unico che garantisse l’accesso tanto ai servizi digitali della PA quanto a quelli degli operatori privati. Una “promessa” attualmente disattesa, se si considera che dal momento dell’approvazione dei relativi schemi di convenzione (18 dicembre 2017) nessun soggetto privato fornitore di servizi ha aderito a SPID. È così surreale pensare che un domani si possa, grazie a SPID, accedere a social network, app per la creazione dei contenuti, servizi online, così come oggi – in molti casi – si può invece fare con i dati registrati su Facebook o con l’account Google?

Certo andrebbero risolti i problemi dovuti alla profilazione degli interessati fruitori; difficilmente i privati rinunceranno alla possibilità di tracciare e profilare gli utenti in ogni loro attività online (cosa che invece è al momento garantita con SPID), ma sognare è lecito.

E se non proprio SPID, possiamo pensare a un unico profilo digitale verificato con dati reali che permetta l’accesso a servizi terzi promosso comunque da un ente centrale? Vedremo. Quel che è certo è che intanto Telegram Passport potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle modalità di accesso ai servizi online. E che le PA, ancora una volta, si trovano a inseguire.