Le città e i territori devono essere al centro del Piano di Ripresa e Resilienza - FPA

EDITORIALE

Le città e i territori devono essere al centro del Piano di Ripresa e Resilienza

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È nelle città e nei territori che i cittadini incontrano le istituzioni e la PA, è lì che si gettano le basi dei diritti, dei doveri e della partecipazione. È da lì che deve ripartire la ripresa che è il fine di quel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che dovrà investire le risorse del Recovery Fund. Non coinvolgere le città sin dal disegno degli interventi, non confrontarsi con i destinatari, per acquisirne conoscenze e preferenze, dando loro l’effettivo potere di orientare le scelte ed essere parte della loro realizzazione, vorrebbe dire perdere un tesoro di energie e di saperi. Non possiamo permettercelo

10 Dicembre 2020

Carlo Mochi Sismondi

Presidente FPA

Photo by mauro mora on Unsplash - https://unsplash.com/photos/31-pOduwZGE

In questi giorni sta prendendo forma il Piano Nazionale italiano per la Ripresa e Resilienza (PNRR). Un intenso e, a volte, teso dibattito politico accompagna, come per altro è naturale, questo parto che necessariamente condizionerà la vita politica, sociale ed economica del Paese per i prossimi decenni. Per ora abbiamo potuto leggere solo una prima bozza di 125 pagine, che è quella che è entrata nel Consiglio dei Ministri del 7 dicembre, Consiglio che è stato poi sospeso a causa della positività della Ministra Lamorgese.

Non è obiettivo di questo articolo discutere di tutto il piano, che appare articolato e complesso, ma solo di un aspetto che a me pare non sufficientemente considerato sia nell’articolazione degli investimenti previsti, sia e soprattutto nel disegno della governance, che poi vuol dire definire le modalità dell’attuazione. Il punto che mi sta a cuore è il ruolo previsto per le città, per i territori, per le comunità locali e le associazioni di cittadinanza.  Dividiamo i temi e trattiamoli uno alla volta perché, come vedremo, l’indicazione delle cose da fare non va completamente d’accordo con l’indicazione di chi lo deve fare. Cominciamo andando a guardare le città e le comunità locali come destinatari degli investimenti e delle riforme.

Come è facile immaginare, tutte le sei missioni impattano sulle città e i territori e già nell’audizione al Senato del Presidente ANCI Decaro erano state messe in evidenza quelle che i comuni italiani considerano le priorità. In questo documento ne erano state elencate dieci che esaminiamo in parte, verificando se e come sono rientrate nella bozza del PNRR che abbiamo a disposizione.

La prima priorità, quella che riguarda la transizione verde ed in particolare l’efficientamento energetico degli edifici, non solo è presente nel piano di Governo, ma è la voce più importante di spesa di tutto il PNRR potendo contare su uno stanziamento previsto di oltre 40 miliardi che, ricordiamo per questo e per tutti gli obiettivi di spesa del PNRR, devono essere investiti entro al massimo la fine del 2023. Il progetto fa parte della missione “Rivoluzione Verde e Transizione ecologica” che da sola impegna 74,3 miliardi. Questa componente denominata “Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici” è a sua volta divisa in due macro-progetti dedicati all’efficientamento degli immobili pubblici (soprattutto scuole, ospedali, sedi comunali, edilizia residenziale pubblica, ecc.) e all’efficientamento dell’edilizia privata attraverso l’estensione temporale del superbonus 110% per l’efficientamento energetico e l’adeguamento antisismico. Quest’ultimo progetto impiegherà oltre la metà dei 40 miliardi.

Una seconda priorità indicata dall’ANCI riguardava la mobilità sostenibile pubblica. Anch’essa trova spazio nel piano nella stessa missione dedicata alla transizione ecologica e ad essa vengono dedicati 18,5 miliardi che devono però comprendere nello stesso macro-progetto anche le smart grid, i sistemi di ricarica elettrica per i mezzi privati, il piano delle ciclovie e altri interventi non secondari. Alla mobilità sostenibile pubblica è dedicato un sotto-progetto che è indicato come “la riduzione del gap infrastrutturale

e strumentale nel settore del Trasporto Pubblico Locale, con particolare attenzione al rinnovo del parco autobus, del parco rotabile e della flotta delle navi del TPL nazionale.” Vediamo già in questi due esempi un primo limite del PNRR che abbiamo letto: i progetti sono tanti, decisamente troppi e la coperta è troppo corta per coprirli tutti, si rischia così di non realizzare in nessuna delle aree quelle drastiche innovazioni che ci servono.

Ma andiamo avanti: tra le successive priorità indicate da Decaro troviamo l’economia circolare, che troviamo nel piano insieme alle imprese verdi e alla agricoltura sostenibile con una previsione di spesa complessiva di 6,3 miliardi; poi la gestione delle risorse idriche, che, presenti nel piano possono contare su un totale di 9,4 miliardi che devono però spartire con tutto il tema della difesa dai rischi sismici e per il dissesto idro-geologico e con un’azione di riforma complessiva della gestione dell’acqua e il rafforzamento dei Consorzi di Bonifica. Di nuovo quindi sotto lo stesso titolo abbiamo progetti molto diversi.

Questa stessa considerazione potremmo farla sulla priorità indicata come “La scuola al centro della città”: la scuola ha un posto importante nel PNRR, ma la politica educativa è spezzettata in diverse missioni e molti diversi progetti. Così come è frammentata la politica a favore delle periferie e delle aree marginalizzate che trova posto, curiosamente prendendo in considerazione quasi esclusivamente le attività e le infrastrutture sportive, all’interno della Missione “Parità di genere, coesione sociale e territoriale”, ma è inclusa nella politica per la cultura e, in definitiva, non trova una collocazione dal punto di vista del ripensamento complessivo della città.

Altra priorità importante, e mi fermo qui per non abusare dell’attenzione dei lettori, è quella che il documento ANCI chiama “Città digitali e intelligenti” che, come sa bene chi ci segue, è un tema che seguiamo da molti anni. Il documento ANCI chiede di “potenziare le reti digitali per fare uscire dall’isolamento, ormai del tutto ingiustificabile, interi paesi e comunità. Gli enti locali sono un collettore importante di “big data” che devono imparare a gestire per rendere “intelligenti” le città attuando un piano nazionale per la diffusione e l’utilizzo dei big data pubblici come fattore determinante per la crescita economica e culturale dell’Italia e dei suoi cittadini.” Si sommano qui due aree d’intervento importanti: la prima riguarda la connettività ed è presente nel PNRR come intervento all’interno della componente “Innovazione, competitività, digitalizzazione4.0 e internazionalizzazione” che, con uno stanziamento di 35,5 miliardi, è inserita nella Missione “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”. La seconda area, quella della governance dei dati e del loro uso pubblico da parte delle comunità locali è trattata di striscio nell’ambito della stessa missione, come uno degli interventi (quello chiamato “Dati ed interoperabilità”) relativi alla digitalizzazione della PA, che è dedicato però soprattutto appunto all’interoperabilità delle basi di dati.

Cosa impariamo da questa rapida carrellata? Che in effetti quasi tutte le priorità indicate dall’ANCI hanno trovato spazio nel PNRR, ma non troviamo lì quella politica urbana integrata di cui le nostre città e le nostre comunità avrebbero bisogno. Forse non era possibile fare altrimenti, ma il rischio che le suddivisioni di una politica, che dovrebbe essere unitaria, in missioni, in componenti e in progetti diversi diventino poi frammentazione delle responsabilità, magari attraverso una spartizione di aree di influenza tra diversi dicasteri e diverse parti politiche, è alto. Troppe cose quindi e troppo frammentate per poter comporre un mosaico dotato di forma.

Più grave però mi pare la sottovalutazione delle responsabilità locali nell’ambito della governance del piano. So bene che questo è un tema spinoso che, mentre scrivo, è al centro del dibattito politico, ma qualcosa si può già dire. Nonostante le dichiarazioni del Presidente del Consiglio che ha dichiarato nell’Assemblea ANCI che “I sindaci saranno protagonisti del Recovery plan e non potrebbe essere altrimenti”, nell’articolata architettura che dovrebbe prima disegnare il PNRR, poi dirigerlo, monitorarne l’attuazione e garantirne i risultati non vediamo traccia delle comunità locali né nella componente politica, che appare tutta squilibrata verso Palazzo Chigi e, in subordine, verso i Ministeri, né nella componente manageriale affidata a Responsabili di Missione che saranno presumibilmente soggetti esterni all’amministrazione. Le amministrazioni tutte, e quindi anche i comuni, rientreranno poi presumibilmente in partita come soggetti attuatori, anche se la bozza di piano indica per ora soprattutto Ministeri ed enti centrali, ma così si perde completamente, nella delicata fase di progettazione esecutiva degli interventi, un tesoro importante di saperi che sono nei territori. Sono le comunità locali che possono indicare cosa fare e dove, sono le organizzazioni dei cittadini e del Terzo Settore che hanno la conoscenza ed esperienza diretta dei bisogni.

Come abbiamo avuto modo di scrivere nella “Proposta per rigenerare la PA” presentata da FPA, Forum Disuguaglianze Diversità e Movimenta, è necessario aprire le amministrazioni: “far sì che siano porose, aperte e capaci di collaborare con il Terzo Settore e le organizzazioni di cittadinanza attiva, imparando a confrontarsi con i destinatari degli interventi, per acquisirne conoscenze e preferenze, dando loro l’effettivo potere di orientare le scelte ed essere parte della loro realizzazione.” Se questo è vero per tutte le politiche pubbliche è ancor più importante nelle politiche che riguardano direttamente le comunità locali e in un piano, come è il PNRR, che punta sulla coesione nazionale per trovare, insieme, la strada per una ripresa equa, inclusiva, sostenibile.

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