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Nostalgia del futuro

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Come ogni fine anno, puntualmente, l’indagine sulla qualità della vita nelle città italiane de Il Sole 24 ORE ci restituisce un’Italia divisa, dove i primi posti della classifica sono contesi dalle ricche province del Centro e del Nord e gli ultimi, alternandosi, dalle diverse province siciliane: quest’anno Caltanissetta (preceduta da Palermo, Agrigento e Trapani), Agrigento nel 2007, Catania nel 2006, Messina nel 2004 e nel 2003. Città, come Catania, che eppure sembrava potessero vivere un nuovo rinascimento per poi ricadere, invece, nello sprofondo di una marginalità economica e culturale.

7 Gennaio 2009

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Gianni Dominici

Articolo FPA

Come ogni fine anno, puntualmente, l’indagine sulla qualità della vita nelle città italiane de Il Sole 24 ORE ci restituisce un’Italia divisa, dove i primi posti della classifica sono contesi dalle ricche province del Centro e del Nord e gli ultimi, alternandosi, dalle diverse province siciliane: quest’anno Caltanissetta (preceduta da Palermo, Agrigento e Trapani), Agrigento nel 2007, Catania nel 2006, Messina nel 2004 e nel 2003. Città, come Catania, che eppure sembrava potessero vivere un nuovo rinascimento per poi ricadere, invece, nello sprofondo di una marginalità economica e culturale.

L’indice sintetico su cui viene stilata la classifica finale discende da sei dimensioni di analisi: tenore di vita, affari e lavoro, servizi ambiente e salute, ordine pubblico, popolazione, tempo libero, per un totale complessivo di 36 indicatori. Un lavoro, come al solito, completo e accurato, ma in cui spicca la totale assenza di indicatori relativi alla società della conoscenza, ai consumi telematici, alla capacità territoriale di attrarre talenti. Quale Italia si misura in termini di incidenza di bar e ristoranti sul territorio o di escursione termica del clima locale quando, invece, gran parte dei ragazzi, almeno fin quando sarà di moda, passa ore su Facebook o prende un aereo low cost per cambiare "aria" il fine settimana? Quale Italia può permettersi di non confrontarsi sui temi dell’innovazione, della ricerca, degli scenari futuri?

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E’ un’Italia in cui le grandi città, invece che fare da attrattori di investimenti e di talenti, offrendo qualità insediativa e opportunità, arrancano in classifica nei confronti delle città di provincia: nella classifica finale Milano è ventesima e Roma 28esima.

E’ l’Italia dei piccoli centri, degli oltre 8.000 campanili e dei borghi che, però, sempre più spesso sono abitati in una logica medievale di rinserramento nei propri egoismi territoriali: sono L’Aquila, Parma e Rieti le province dove le dinamiche demografiche sono più virtuose.

E’ sicuramente l’Italia delle diseguaglianze territoriali in cui per cercare un futuro è ancora necessario abbandonare le proprie amare origini: è di circa 29mila euro il valore medio dei depositi bancari per abitante a Trieste contro i 4mila di Vibo Valentia.

E’ l’Italia che, quando poi si confronta con gli altri paesi, è ultima nella maggior parte delle classifiche, è l’Italia che aspetta un progetto paese da condividere e su cui attivare i propri campioni e i propri giovani: è l’85% la percentuale di giovani occupati a Bologna contro il 23% di Agrigento, mentre il tasso di dispersione scolastica è pari allo 0,3% a Bolzano e al 5,7% a Nuoro.

E’ un’Italia che non pensa al futuro, ma che sembra schiacciata sulle dinamiche di sempre. E’ un’Italia, questa, di cui con il passare dell’anno non sentiamo nostalgia che invece ci avvolge, usando le parole di Giovanni Raboni, nel tentativo di guardare avanti: "Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro e solo del futuro, di nient’altro ho qualche volta nostalgia".

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