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Repetita iuvant?

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L’agenda per la ripresa proposta al Governo dai sindacati e dalla Confindustria a Genova è certamente la novità politica più importante di questi ultimi giorni, caratterizzati per altro verso da rumori di fondo che hanno spesso poco a vedere con la vita reale dei cittadini e delle imprese. Al di là però della rilevanza del documento dal punto di vista politico, quel che tragicamente traspare dai tre punti proposti (fisco, politiche industriali e riforma dello Stato e della PA) nelle loro varie articolazioni, è che leggiamo per l’ennesima volta cose che sappiamo benissimo. Come più volte mi è capitato di dire il nostro problema non è il cosa fare, ma come farlo effettivamente.

5 Settembre 2013

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Carlo Mochi Sismondi

L’agenda per la ripresa proposta al Governo dai sindacati e dalla Confindustria a Genova è certamente la novità politica più importante di questi ultimi giorni, caratterizzati per altro verso da rumori di fondo che hanno spesso poco a vedere con la vita reale dei cittadini e delle imprese. Al di là però della rilevanza del documento dal punto di vista politico, quel che tragicamente traspare dai tre punti proposti (fisco, politiche industriali e riforma dello Stato e della PA) nelle loro varie articolazioni, è che leggiamo per l’ennesima volta cose che sappiamo benissimo. Come più volte mi è capitato di dire il nostro problema non è il cosa fare, ma come farlo effettivamente.

Leggiamo quindi che tra l’altro si auspica “la rapida attuazione dell’Agenda digitale italiana”: bene, ma stiamo andando in questa direzione? Stiamo lavorando per avere un efficiente ed agile strumento di attuazione delle politiche? Stiamo effettivamente polarizzando gli sforzi su pochi e decisivi obiettivi in grado di farci cambiare passo? Stiamo investendo risorse vere e adeguate (non i carri armati di Mussolini spostati dieci volte per far bella figura) in progetti che hanno obiettivi chiari, quantificati, determinati nel tempo? Stiamo scegliendo il modello di sviluppo che vogliamo, mettendo al centro la digitalizzazione del paese e l’economia di Internet? Vi risparmio di ripetere le mille classifiche in cui siamo ultimi o penultimi (la più recente ci mette avanti in Europa solo alla Romania), ma non posso non rilevare che la risposta alle domande poste è in generale negativa. L’agenzia che avrebbe dovuto avere in carica la politica per l’innovazione e la digitalizzazione del Paese a circa un anno dalla sua istituzione (la pubblicazione in GU del Decreto Crescita 2.0 è del 19 ottobre 2012) di fatto non esiste ancora per un abominevole e ingiustificabile susseguirsi di stop and go e di grovigli burocratico-ministeriali. L’advisory board che dovrebbe fungere da collante tra l’Agenzia e la Presidenza del Consiglio è composto da quattro professionisti di elevatissimo profilo che hanno tutta la mia stima (e in qualche caso anche la mia personale amicizia), ma che fanno un altro mestiere e quindi dedicano al board solo una parte del loro tempo. Le risorse infine sono tutt’altro che chiare e polarizzate, mentre ciascun ente continua a muoversi in una sostanziale indipendenza pseudo-anarchica, istruendo gare d’appalto anche importanti. In questa situazione l’invocare “la rapida attuazione” mi sembra un esempio di onnipotenza infantile. Ma noi ahimè non possiamo volare, possiamo invece scegliere una strada e percorrerla con tenacia e perseveranza. 

Leggo poi nel terzo punto del documento, che cito più ampiamente perché è importante in ogni parola, che si auspica: una seria politica di revisione della spesa pubblica per garantire servizi di qualità a cittadini e imprese. Una spending review diversa rispetto a quella finora attuata, non più basata su una logica di tagli lineari, che hanno colpito indistintamente tutti gli enti, quelli virtuosi e quelli inefficienti, rischiando così non solo di non eliminare le inefficienze, ma di ridurre l’efficienza di quelle parti della PA virtuosa, e scaricando i tagli su aumenti di tariffe e imposte locali.
Occorre ora svolgere un’analisi selettiva della spesa pubblica a tutti i livelli di governo, coinvolgendo la revisione delle funzioni svolte dalle amministrazioni centrali e da quelle decentrate, riducendo i costi impropri della politica e definendo i “costi standard”, che vanno attuati rapidamente come metodo di finanziamento delle amministrazioni pubbliche.
Tutto ciò va realizzato in un quadro di riforma della PA e dell’erogazione dei servizi pubblici. 

Anche qui mi pare di leggere cose lette mille e una volta. E purtroppo anche qui mi pare che siamo ancora lontani dall’aver chiara una mappa operativa condivisa. Se da una parte il ddl di legge Delrio sull’assetto della governance locale, pur nella sua contingente urgenza dettata dalla sentenza della Corte Costituzionale, mi sembra ben impostato (vedi il mio post su Huffington a proposito), dall’altra siamo ancora molto lontani da quel “governo per budget” tante volte auspicato, con la conseguente autonoma responsabilità di una dirigenza scelta per merito, e siamo ancora in alto mare, a più di quattro anni dalla legge delega sul federalismo fiscale e a quasi tre dal decreto attuativo su fabbisogni standard, da un uso reale dei fabbisogni standard per l’assegnazione delle risorse alle amministrazioni pubbliche. Ne sarebbe conseguito un più stringente controllo sui saldi e sul rapporto costi-benefici, ma anche l’allentamento di quella congerie di lacci e lacciuoli burocratico/ragioneristici con cui se non si è riusciti a tenere a freno la spesa, si è però spesso immobilizzato, come auto parcheggiate senza benzina che però ci costano uguale, le amministrazioni sia virtuose, sia viziose.

Insomma quel che il Paese si aspetta dal suo Governo e dalla sua classe dirigente non è tanto una indicazione di “vorrei” o “dovrei”, ma la definizione di un percorso realistico, condiviso e chiaro, fatto di un passo dietro l’altro. Perché, come sa chi va in montagna, la cima non la raggiungi se la ammiri da sotto, ma solo se, guardando i tuoi piedi e il sentiero su cui cammini, percorri la direzione giusta passo dopo passo.

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