Reti e rivoluzione. Il modello RES – Reti di Economia Solidale

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Con 22.000 iniziative, 700.000 lavoratori coinvolti, 4.4 miliardi di dollari fatturati e 160 milioni in investimenti annui le Reti di Economia Solidale (RES), sono una realtà nel Brasile del presidente uscente Lula. Perché ci interessano? Euclides A. Mance, antropologo, già consulente del Governo Lula, UNESCO e FAO per progetti di sviluppo locale, spiega che le RES rappresentano un modello emergente dalla interconnessione di reti della società civile. Una fitta intelaiatura di organizzazioni, movimenti e gruppi sociali che riorganizzano l’intera filiera produttiva riorientandola al bem vivir di ciascuno dei soggetti coinvolti.

22 Novembre 2011

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Chiara Buongiovanni

Articolo FPA

Con 22.000 iniziative, 700.000 lavoratori coinvolti, 4.4 miliardi di dollari fatturati e 160 milioni in investimenti annui le Reti di Economia Solidale (RES), sono una realtà nel Brasile del presidente uscente Lula. Perché ci interessano? Euclides A. Mance, antropologo, già consulente del Governo Lula, UNESCO e FAO per progetti di sviluppo locale, spiega che le RES rappresentano un modello emergente dalla interconnessione di reti della società civile. Una fitta intelaiatura di organizzazioni, movimenti e gruppi sociali che riorganizzano l’intera filiera produttiva riorientandola al bem vivir di ciascuno dei soggetti coinvolti.

La sostenibilità del modello di innovazione che alimenta l’attuale organizzazione socio-economica è messa in discussione da più parti, così come da più parti si tira in ballo l’innovazione sociale quale ingrediente principale di una possibile ricetta di risanamento. Questa non è una novità.  Ma su cosa sia innovazione sociale, abbiamo già avuto modo di constatare, non c’è unanimità di vedute né di esperienze. Se per Bruxelles l’innovazione sociale è sostanzialmente nel mercato, cioè finalizzata a rinforzare e rendere più competitivo il mercato unico* (come sembra confermato dal Single Market Act che identifica nel social business una delle dodici aree strategiche e dallo stesso Mario Monti in una recente intervista a Vita), esistono d’altro canto filoni di ricerca che aprono scenari “rivoluzionari” a partire dai nuovi discorsi e progetti che possono emergere dall’interazione delle reti nella società civile. L’attenzione all’emergere di nuovi modelli, che vadano oltre le direttive programmatiche dello Stato e le logiche di questo mercato, contraddistingue le posizioni di quanti attribuiscono all’innovazione sociale e all’azione di “reti di reti della società civile” un potenziale molto più ampio di quello di semplice correttivo in un sistema sostanzialmente da preservare. Un interessante frame teorico sul potenziale rivoluzionario delle reti l’avevamo tracciato con David Lane, del gruppo di ricerca INSITE, nell’intervista "Innovazione, sostenibilità, tecnologia. La rivoluzione sociale delle reti"

Incontrando Euclides André Mance, autore de “La Rivoluzione delle Reti. L’economia solidale per un’altra globalizzazione”, riusciamo ad entrare in un esempio pratico di cosa la rivoluzione delle reti potrebbe produrre, aprendo una finestra sulle Reti di Economia Solidale.

Partiamo del definire cosa è una RES
Una rete di economia solidale  – spiega Euclides – è una organizzazione che, all’interno di una comunità, città, paese, integra consumatori consapevoli, commercio giusto, finanza solidale, produzione autogestita, software libero. Integra, cioè, le organizzazioni di lavoratori e consumatori, i movimenti culturali, sociali, e sindacali che vogliono costruire un’altra economia, in cui il dualismo “datore di lavoro – impiegato” viene superato in un modello in cui tutte le persone sono, in un certo senso, proprietarie dell’iniziativa. Tutti sono infatti coinvolti nell’organizzazione di filiere produttive finalizzate a realizzare uno sviluppo ecologicamente sostenibile e solidaristicamente organizzato. E al centro c’è proprio il consumatore solidale.

Chi è il consumatore solidale?
E’ colui che nel selezionare ciò che consuma considera non solo il proprio personale bem vivir ma anche quello collettivo. Questo tipo di condotta diventa possibile solo nel momento in cui le persone comprendono che la produzione trova finalità o compimento nel consumo e che, quindi, questo influisce fortemente sull’ecosistema e sulla società.

Perche non è un’utopia?
Questa non è un’utopia perché è una realtà vissuta in tanti luoghi. In Brasile, ad esempio, abbiamo 22.000 iniziative di economia solidale con 1.700.000 lavoratori, con un  fatturato annuo di 4.4 miliardi di dollari e  investimenti di 160 milioni circa per anno. E’ una realtà che crea sviluppo territoriale sostenibile, generando lavoro e reddito per tante persone. Su solidarius.net si possono conoscere queste 22.000 iniziative e vedere cosa producono. Il benessere che queste iniziative producono è uno stato concreto, non ideale.

La dimensione di un benessere che non sia diretta emanazione del reddito pro capite si sta affermando anche in Europa, dalle happiness stats di Cameron al nostro Benessere Equo e Sostenibile. Tu, quando parli di bem vivir, cosa intendi?
Come tanti ormai riconoscono, è vero che il bem vivir non è diretta conseguenza dell’accumulazione di ricchezze ma è ugualmente vero che non si può praticare il bem vivir senza soddisfacenti mediazioni materiali.  Quando parlo di bem vivir intendo l’esercizio umano di disporre delle mediazioni materiali, politiche, educative e informative non solo per soddisfare eticamente le necessità biologiche e culturali di ciascuno, ma per garantire (sempre eticamente) la realizzazione di tutto ciò che può essere concepito e desiderato per una libertà personale che non neghi quella collettiva. La condotta orientata al bem vivir è pertanto quella della collaborazione solidale, cioè un’attitudine etica che orienta la nostra vita ma anche una posizione politica di fronte alla società in cui siamo inseriti.

Perché parli di Rivoluzione delle reti?
Tutte le reti sociali che, a qualsiasi livello, si organizzano per garantire l’espansione della libertà pubblico – privata  – siano esse reti economiche, politiche o culturali – rispondono ad una “regola”: se rimangono isolate crescono solo per una parte del loro potenziale. Se invece collaborano fra loro possono arrivare a riorganizzare i flussi economici, culturali e valoriali attraverso un percorso dialogico. Possono cioè attivare un percorso di rivoluzione fino a cambiare la struttura economica, generando strutture democratiche di consumo, produzione e finanza, generando forme altre di vivere comune. Il percorso di costruzione di reti collaborative permette di costruire la rivoluzione in senso storico, come in passato è già successo, ad esempio, nel passaggio dall’economia feudale a quella moderna. Allo stesso modo viviamo oggi un percorso di cambiamento dell’attuale sistema che genera una situazione globale insostenibile, se consideriamo che ogni anno ci sono milioni di persone che muoiono di fame mentre altrove si vive una crisi di sovrapproduzione. Questo sistema non può più rimanere in piedi perché distruggerebbe il pianeta dal punto di vista ecologico e sociale e perché sta distruggendo la democrazia.

In che senso l’attuale sistema sta distruggendo la democrazia?
Penso che quando un popolo non ha più diritto a decidere della propria vita, perché se i capitali vanno via da quel paese crolla l’intera economia, il sistema non è più accettabile economicamente, eticamente, democraticamente. In questo contesto la rivoluzione delle reti è il percorso di tante organizzazioni che vanno sviluppando la percezione che isolati non si fa il cambiamento. Bisogna creare un’articolazione reticolare dei movimenti, in un percorso di cambiamento strutturale della società. Ma perche questi cambiamenti arrivino a sviluppare una società post- capitalista bisogna agire sui flussi economici, per questo sostengo che bisogna rafforzare i percorsi di economia solidale.

In questa prospettiva che tipo di cittadinanza è richiesta?
La parola cittadinanza non ha un senso univoco, ma  l’idea alla base è quella di un nucleo di diritti che devono essere assicurati a tutti, tra questi il diritto a partecipare alla definizione delle politiche pubbliche. Questa partecipazione è molto importante, ma per far sì che la partecipazione sia assicurata a tutti bisogna abolire certi diritti che non sono etici e creare nuovi diritti che assicurino di fatto la libertà pubblica e privata di tutti. La democrazia non è perfetta per definizione. La Grecia antica, che ha visto nascere la democrazia, aveva il diritto di schiavitù. Oggi a noi sembra assurdo ma, oggi, abbiamo una democrazia e accettiamo che ci sia una azienda, come la Walmart, con 422 miliardi di dollari di fatturato annuo (superando il PIL di un centinaio di paesi) e un miliardo di persone che muoiono di fame. Il punto è che bisogna abolire alcuni diritti che non sono diritti, perché bisogna assicurare altri diritti che sono diritti per tutti. Il diritto a mangiare è un diritto per tutti, come lo è il diritto a lavorare, all’educazione, all’informazione. Questi devono essere protetti  E come si fa questo? Con una via politica. La partecipazione della comunità, della persona che, in quanto cittadino, propone la soluzione politica, ne discute e decide è centrale.

E che tipo di istituzioni pubbliche?
Le istituzioni pubbliche sono necessarie, ma non è lo Stato che fa la rivoluzione. A fare la rivoluzione sono le persone che si organizzano nelle loro reti a partire dalle comunità. Organizzare reti locali e globali che avanzano in un percorso di cambiamento economico, culturale e politico significa rafforzare la democrazia. Oggi abbiamo tanti mezzi di informazione e comunicazione che permettono di costruire percorsi di deliberazione partecipata in modo semplice per tutte le persone e che possono rafforzare la democrazia, rafforzando il diritto a partecipare e a dissentire. Questa è la sfida di uno Stato democratico e della sua amministrazione pubblica: una interlocuzione costante con la società civile in un processo politico partecipato. In una comunità, non importa di quali dimensioni, le istituzioni pubbliche dovrebbero assicurare la libertà pubblica e privata alle miglior condizioni per tutti, per garantire il bem vivir di tutti. Questo significa maneggiare bene le politiche , promuovendo in primo luogo i diritti dei più esclusi, dei più impoveriti, di quelli che si trovano in situazioni più difficili.

Quanto le tecnologie dell’informazione e della comunicazione supportano questo processo?
E’ da premettere che le tecnologie sono sviluppate per attendere necessità specifiche, umane e di processo produttivo. Tutte hanno pertanto una finalità, nessuna è neutra. È molto importante capire che le tecnologie – che permettono l’emancipazione – creano anche nuove dipendenze. Avendo chiaro questo, bisogna sostenere uno sviluppo tecnologico che sia ecologicamente sostenibile e finalizzato al  bem vivir delle persone. Il discorso diventa dunque sociale: bisogna capire come si può approfittare socialmente di una tecnologia in una maniera che sia adeguata per tutti. Questa è una sfida importante: che le tecnologie garantiscano l’emancipazione di tutti, non l’esclusivo profitto di alcuni.

Euclides conclude con una nota sull’Italia.  In Italia ci sono molte iniziative di economia solidale, distretti di economia solidale, reti che si organizzano spontaneamente ma bisognerebbe avere un percorso di articolazione della filiera produttiva. L’obiettivo dovrebbe essere un’articolazione solidale tra finanza, commercio e consumo in una prospettiva di costruzione collettiva di reti collaborative.


*Si veda anche la Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni  – Iniziativa per l’imprenditoria sociale  – “Costruire un ecosistema per promuovere le imprese sociali al centro dell’economia e dell’innovazione sociale” del 25/10/2011
 

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